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Storia o videogame?

· Digitalizzare i documenti antichi ·

Ha cominciato «Nature», con un articolo a firma d’una sua corrispondente europea (una farmacologa, che — tanto per dire — scrive che la Repubblica di Venezia era una democrazia in cui il doge era eletto dal popolo). Poi, a ruota, i giornali italiani: prima «Focus», poi «la Repubblica», che accenna anche al miliardo di euro che il progetto sta cercando di ottenere da fondi europei.

L’Archivio di stato dei Frari a Venezia

Parliamo della «Macchina del tempo» che gli ingegneri del Politecnico di Losanna avrebbero inventato per resuscitare il passato di Venezia attraverso la lettura da parte di un computer dei documenti manoscritti conservati all’Archivio di Stato dei Frari e la messa in rete dei dati ricavati dalla macchina, destinate a sfociare in un fantasmagorico ambiente virtuale nel quale la vita dei veneziani della Serenissima diventerebbe leggibile fino a dettagli privati sinora mai raggiunti dalla ricerca storica tradizionale; fino, cioè, a rendere la Venezia dei Dogi simile a una pulsante realtà virtuale, organizzata come un social network analogo a Facebook e percorribile come si fa con Google Street View. I paragoni sono proposti dagli stessi responsabili del progetto, che promettono di mettere in rete tutto già ad ottobre. Chi scrive queste righe è uno studioso della storia di Venezia che per qualche tempo ha collaborato, con vera fiducia, al progetto in questione. Qualche anno fa, il Politecnico svizzero si è presentato, con le sue mirabolanti macchine (che non sono macchine del tempo: sono qualcosa di simile a fotocopiatrici o a scanner, un po’ evoluti e molto cari), alla porta di varie istituzioni veneziane, promettendo di digitalizzare — cioè di acquisire con un clic — una quantità d’immagini che nessuna precedente campagna di rilevamento, e nessuna operazione che conti sugli scarsi finanziamenti pubblici italiani, renderebbe possibile per semplici ragioni di risorse.

La digitalizzazione di documenti, beninteso, è un’opera utilissima che merita il plauso di chi studia la storia: perché consente di conservarne copia e di consultarli da lontano. Consente, in alcuni casi, anche di “leggere” (ma non nel senso che diamo noi umani a questo termine: cioè elaborare e comprendere informazioni) il loro contenuto, di metterli in rapporto tra loro. Così come i computer permettono, certo, di immagazzinare un gran numero di dati precedentemente letti, cioè capiti, da cervelli ben umani, e di gestirli con maggiore facilità.

Ma nessun vero dato storico nuovo sarà mai prodotto da un computer, che al più potrà immagazzinarne come uno schedario particolarmente capiente. Magari travestendoli — e qui sta un punto cruciale — nelle forme luccicanti e attrattive rese possibili da un’abile computer grafica, che con la seria storiografia ha ben poco che fare. È la rutilante cornice, insomma: non il quadro. Certo, produrre oneste e accurate digitalizzazioni è utile agli storici, ma non disseta i tecnologi (e i cacciatori di fondi europei), perché è quello che si fa già da anni, coi pochi soldi a disposizione per chi svolge ricerca di base, insomma vera. Né disseta chi pensa che per essere reso interessante il passato debba per forza essere tradotto nelle forme attualissime dei social network (in cui fake news e altre bufale hanno, come è noto, libera circolazione). È certo che la tecnologia può aiutare gli studi, anche quelli storici, a gestire grandi quantità di dati. Ma da qui alla macchina del tempo di sapore cinematografico presentata come prodotto scientifico; da qui all’idea che come per incanto il contenuto di documenti sui quali gli studiosi devono chinarsi per decifrarli e interpretarli uno ad uno, risolvendo problemi di lettura e di comprensione continui e spesso complessi; da qui, insomma, all’idea che un computer possa fare altro che visualizzare in modo diverso dal solito ciò che un istruito cervello umano ha già letto — o magari inventato, se ciò possa servire a spettacolarizzare la ricerca — passa un equivoco di cui è forse bene essere consapevoli. Senza contare che l’idea di trasformare un archivio di manoscritti redatti nell’arco di vari secoli da migliaia di mani diverse in una specie di Google Books: quest’idea può balenare oggi solo a chi non abbia mai letto un manoscritto antico. Buon lavoro a chi vuol portare a Venezia la macchina del tempo: ma una città ridotta ogni giorno a Luna Park del turismo potrebbe guardare con cautela alla possibile trasformazione parallela in videogame della storia.

di Lorenzo Tomasin

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23 luglio 2019

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