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Storia
non è nostalgia

· Le congregazioni religiose e lo studio delle proprie radici ·

Giuseppe Maria Crespi«Coppia di scaffali» (1730)

Mentre in occidente sembra che poco interessi l’azione capillare quotidiana delle congregazioni religiose e perciò questa non sale alla ribalta se non in certe occasioni; e mentre la loro presenza si restringe per diminuzione di vocazioni e mezzi e dunque esse perdono visibilità, c’è sicuramente da riflettere, in tempi di crisi, anche sulla qualità dell’interesse per la loro storia. All’interno degli istituti soprattutto dopo il concilio Vaticano II è stato avviato un percorso di ricerca e riscoperta delle fonti, in particolar modo quelle relative ai fondatori, per ripartire di lì con l’auspicio di rinnovarsi tenendo in conto il mutare dei tempi e sfrondando abitudini cresciute e incrostate nei secoli. Seppur a fatica, il tentativo è quello di distinguere tra patrimonio genetico identitario e tradizioni legate a singoli contesti. Ma richiamare l’importanza di curare la documentazione e di scrivere la storia a volte genera anche nei diretti interessati una sorta di disagio, di fastidio. Si teme che si voglia trattenere lo sguardo indietro per trovare consolazione in tempi d’oro ormai tramontati. Incapaci di sguardo critico e propositivo verso il presente e il futuro, che si prentano complessi e diversi dal passato.

In realtà, la conoscenza della storia, rettamente intesa, può offrire il suo contributo. Modesto e limitato, forse, ma crediamo irrinunciabile e ineludibile. Con il suo riconoscere in ogni stagione luci e ombre essa sviluppa un senso critico di per sé formativo, un sapere trasformante, un discernimento tra ciò che è storico, appunto, pertanto destinato a cambiare; e ciò che resta come valore essenziale, dinamico, fecondo. Ovviamente non si sta parlando di una storia raccontata per aneddoti edificanti, né di mistificazioni di personaggi e contesti. L’idealizzazione è un processo facilmente presente quando si pensa al passato, soprattutto da parte di chi vi è legato, perciò ha ragione chi dubita e pone domande scomode alle fonti e agli studiosi. Ma proprio nell’affinamento della riflessione si arricchisce la propria umanità chiamata a vivere e agire con responsabilità nel presente, compreso in modo più profondo.

Produrre storie per alimentare la nostalgia dei bei tempi passati sarebbe alienante. Chiedersi qual è stato l’apporto inedito di un istituto nella società e nella Chiesa, senza ingigantire né sminuire né confondere, nelle diverse stagioni della sua vita, è senz’altro importante per dirigersi consapevolmente verso il futuro, o reinterpretando le attività più comuni, o ripensando la missione in coerenza con la propria identità specifica. L’esperienza è un patrimonio, da visitare con senso critico, per riconoscersi e non perdere i connotati che fanno la ricchezza della varietà della vita religiosa, rivelatrice di infinite sfumature dell’interpretazione vissuta del Vangelo.

Grazia Loparco

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20 maggio 2019

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