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Storia filosofica dell'oro

· Un volume di Salvatore Rossi ·

Da sempre l’oro è simbolo di valore, eccellenza, ricchezza, bellezza, divinità e potere. Ma anche di scambio, risparmio, solidità. La sua storia ha segnato quella dell’umanità. In passato chi lo possedeva lo conservava al sicuro in casseforti, forzieri e caveaux. Oggi, nell’era dei Bitcoin, delle monete virtuali e della finanza selvaggia, potrebbe sembrare un ricordo, un oggetto da antiquariato o — usando un’espressione di John Maynard Keynes — un «relitto barbarico». E invece no. A dieci anni dalla grande crisi che ha travolto i mercati internazionali, l’oro si conferma un protagonista assoluto dell’economia, un bene-rifugio perno dei sistemi monetari mondiali. L’oro insomma — per dirla con l’economista di punta del «Financial Times», John Plender — è «la bolla che non scoppierà mai». 

La locandina del celebre film di Charlie Chaplin «La febbre dell’oro»

A dimostrarlo è l’ultimo libro di Salvatore Rossi, direttore generale della Banca d’Italia e presidente dell’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni-Ivass. Un piccolo volume intitolato Oro, edito dal Mulino, che parla in modo semplice e trasversale delle molteplici questioni teoriche e vicissitudini storiche legate al metallo giallo, facendone uno strumento fondamentale per capire la cultura occidentale e in particolare della storia del novecento europeo. L’oro — scrive Rossi in apertura del volume — «è un mistero, un grande mistero» e questo perché «l’importanza che ha avuto nella storia dell’umanità è enorme, secondo molti sproporzionata rispetto al suo valore intrinseco, di metallo con le sue, pur ottime, proprietà fisiche» (pagina 2).
Con lo stile del grande divulgatore, Rossi non usa tecnicismi né si limita a discorsi per pochi eletti. Traccia invece un affresco culturale di grande portata, trattando degli aspetti filosofici, economici e storici che hanno caratterizzato e caratterizzano tuttora l’oro. Ne esce un quadro molto ricco, al centro del quale si collocano grandi questioni attuali come la distribuzione della ricchezza e il senso profondo del capitalismo e della globalizzazione.
Tutto ha inizio da un connubio speciale. Il metallo giallo «ha incrociato nella sua strada un’altra grande scoperta dell’umanità, anzi un’invenzione, una creazione del tutto astratta, il denaro» ovvero il più universale e il più efficiente sistema di fiducia mai ideato dall’essere umano. Si può anzi dire che «del denaro l’oro sia stato la prima manifestazione concreta, sotto forma di monete. E allora il suo destino è davvero diventato grandioso. E ha preso a significare qualcosa di molto preciso, un sentimento archetipo, ancestrale: la fiducia» (pagina 115). Chi ne possedeva un pezzetto, in qualsiasi forma, sapeva per principio di «potersi fidare del fatto che chiunque altro avrebbe accettato quel pezzetto di metallo in cambio di altri beni utili, in qualunque angolo del mondo conosciuto, nel tempo presente ma anche anche nel futuro, per quanto remoto quel futuro lo si immaginasse» (pagina 4). A poco a poco, con l’emergere del denaro fiduciario (la moneta, il credito, l’assicurazione) e del mercato finanziario, il posto dell’oro è stato progressivamente relegato a commodity, a una merce di scambio come le altre. Ciò nonostante, per qualche ragione misteriosa il suo valore ha resistito. «Da almeno un secolo l’oro è andato svanendo come forma fisica del denaro, eppure resta ben saldo nei risparmi e fra gli investimenti di cittadini privati come di governi e banche centrali» (pagina 96). L’enorme merito del volume di Rossi sta appunto nel mettere in rilievo e nello spiegare questo paradosso: nonostante la fine del gold standard (il cambio fisso moneta / oro) nel 1971, abbiamo ancora bisogno — forse proprio per il fascino ancestrale che esercita su noi — dell'oro. In questi tempi di incertezza e volatilità, il metallo prezioso resta il principale rifugio dei risparmiatori, dei mercati e perfino delle banche centrali.

A tal proposito, Rossi sottolinea il primato dell’Italia, la cui banca centrale è il quarto detentore al mondo di riserve auree, dopo la Federal Reserve americana, la Bundesbank tedesca e il Fondo monetario internazionale. Le riserve italiane sono in tutto 2.452 tonnellate, afferma Rossi che ha avuto e ha il privilegio di aver “visto” l’oro italiano, scendendo nei sotterranei di Palazzo Koch. Solo una parte di tali riserve però si trova in Italia: precisamente 1.100 tonnellate, il 45 per cento. Un altro 43 per cento, 1.062 tonnellate sono negli Stati Uniti, in Svizzera e nel Regno Unito.

di Luca M. Possati

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19 maggio 2019

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