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Storia e affabulazioni

· ​La festa di san Valentino ·

Ai piedi del Monte Parioli, in corrispondenza del primo miglio della via Flaminia, si estende il complesso monumentale paleocristiano di San Valentino, che comprende una basilica martiriale, che si innesta in una serie di mausolei più antichi, e una catacomba, che, pur sviluppandosi su tre piani, ha subito, negli anni Ottanta del secolo scorso, le conseguenze di una rovinosa frana, che ha molto ridotto l’estensione del cimitero ipogeo. 

Jacopo da Bassano, «San Valentino battezza Lucilla» (1575)

Il culto del Valentino romano si intreccia con quello di Terni, ricordato il 14 febbraio nel Martirologio Geronimiano e sepolto, sempre sulla via Flaminia, ma al LXIII  miglio. Qui è stata intercettata una vasta necropoli e una basilica dove Papa Zaccaria (741-752) si incontrò con Liutprando.
Sulla personalità del santo di Terni, conosciamo solo le affabulazioni leggendarie, sorte nell’alto medioevo, secondo cui il vescovo Valentino si recò a Roma per guarire il figlio di un certo Cratone e qui, per ordine del prefetto Placido, fu ucciso, in quanto si era rifiutato di adorare gli idoli pagani. Il suo corpo — secondo questa fonte tanto tarda quanto inattendibile — fu trasferito a Terni e sepolto nel suburbio della città.
Il fatto che san Valentino sia divenuto patrono degli innamorati dipende da leggende ancora più tarde e fantasiose, legate ai miracoli che egli riservava alle coppie di innamorati osteggiati o in crisi, che sanavano ogni dissapore attraverso il volo di stormi di colombi in amore.
I fatti della vita del santo sono fissati nell’arte moderna e, a questo riguardo, ha assunto certa fama una tela di Jacopo da Bassano, dipinta nel 1575. Ebbene questo quadro ad olio proviene dalla chiesa di Santa Maria delle Grazie a Bassano del Grappa e raffigura il presbitero Valentino mentre battezza Lucilla, figlia cieca dall’età di due anni dell’ufficiale persecutore Nemesio. Valentino, dopo aver ridonato la vista alla fanciulla, converte padre e figlia al cristianesimo, ma, in seguito, il santo fu comunque martirizzato.
Il dipinto, ora esposto al museo di Bassano del Grappa, mostra proprio il momento del battesimo, a cui assistono due angioletti, che recano la palma del martirio. L’ambiente e i personaggi sono emersi in un’atmosfera cinquecentesca, come dimostrano lo sfondo, il vestiario e un oggetto liturgico caro alla comunità locale, ossia una croce astile sostenuta da un chierico, che rappresenta fedelmente quella preziosa conservata nel duomo della città, realizzata, nel 1449, dal cesellatore fiorentino Filarete.
Secondo le acquisizioni storico-artistiche più recenti, Jacopo da Bassano può essere agevolmente accostato al Veronese e al Tintoretto, anche se questa e altre opere non dimenticano la vocazione naturalistica lombarda, congiunta a un manierismo intriso di peculiarità astratte e simboliche.

di Fabrizio Bisconti

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26 maggio 2019

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