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Storia di un rinoceronte catturato,
scartato, venduto e infine salvato

Clara, Suleiman ed Ester in una tavola del libro «Prestami le ali»

Tutto è nato da un quadro. Guardando il celebre rinoceronte di Pietro Longhi — opera del 1751 che si trova a Ca’ Rezzonico — Igiaba Scego si è chiesta cosa ci facesse un simile animale nella Venezia del Settecento. Il quadro — «bizzarro e bellissimo» — ha portato dunque la giornalista e scrittrice a fare delle ricerche, facendole scoprire la vera storia di Clara. È questa la genesi del libro per bambini Prestami le ali (Tolentino, Rrose Sélavy Editore, 2017, pagine 40, euro 14) che — illustrato con i disegni di Fabio Visintin e l’introduzione di Antonella Agnoli — racconta le vicende della rinocerontessa indiana, Clara appunto, diventata fenomeno da baraccone nel Settecento dopo che il suo padrone, il capitano olandese Van der Meer, la fece esibire in mezza Europa. Triste, e attualissima, storia di sfruttamento e odio per il diverso, il calvario di Clara si intreccia nel libro di Scego con altre storie, ambientate sempre nella città veneta durante il carnevale del 1751, tra cui quella di Ester, bimba ebrea del ghetto, e Suleiman, bambino schiavo nato a Mogadiscio. Che sono poi i due che aiuteranno Clara a fuggire. Libro sulla diversità culturale, sulla libertà e sulla sua ricerca, Prestami le ali affronta però anche un altro tema estremamente importante e delicato. Quello della nostra incapacità di accettare gli altri per ciò che veramente sono, volendo invece plasmarli per ciò che vorremmo fossero: dopo la cattura, il primo padrone di Clara cucciola era stato — a Chinsurah, bella città indiana «che profumava di alghe e zenzero» — Jan Albert, diventato per la piccola rinocerontessa una seconda mamma. Un giorno però il cucciolo delizioso iniziò a crescere, e a quel punto il padrone non seppe più che farsene di un peluche divenuto ingombrante. Finendo per buttarla via «anche lui». Così, molto spesso, facciamo noi. Quando chi ci circonda — specie se si tratta di qualcuno piccolo, indifeso, “da svezzare” in senso lato — inizia a manifestare una sua identità, a crescere e a emanciparsi, non c’è più posto per lui nella nostra vita. Che sia un bimbo con disabilità, il migrante che abbiamo accolto, o un figlioccio a cui ci siamo affezionati. (giulia galeotti)

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18 marzo 2019

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