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Tra Ermete
e Dionigi l’Areopagita

· Innovazioni e riforma religiosa nell’Italia umanistica e rinascimentale ·

Raffigurazione di Ermete Trismegisto tratta da «Viridarium chymicum» di Daniel Stolcius von Stolcenbeerg (1624)

Nell’aprile 1463, su incarico del signore di Firenze Cosimo de’ Medici, Marsilio Ficino portò a termine la traduzione di quattordici trattati attribuiti alla figura mitica del sacerdote egizio Ermete Trismegisto, cioè «tre volte sommo», assegnando loro il titolo del primo dialogo, Pimander, dal nome del personaggio ritenuto maestro dello stesso Ermete. Nella visione di Ficino, Ermete si situava all’origine del lungo processo di rivelazione del Verbo divino, che era proseguito con Platone e aveva raggiunto il proprio culmine con il cristianesimo. L’idea di una pia philosophia o di una philosophia perennis, come l’avrebbe chiamata Agostino Steuco, prefetto della biblioteca Vaticana, ebbe una grande fortuna durante l’umanesimo e il Rinascimento, dominati dal tentativo di comporre le filosofie precristiane con la dottrina cristiana. E non furono pochi gli autori che si servirono di temi e motivi ermetici, caldaici e neoplatonici per invocare un rinnovamento della fede, senza però entrare in aperto dissenso con l’ortodossia, come mostra Claudio Moreschini nel suo volume Rinascimento cristiano. Innovazioni e riforma religiosa nell’Italia del quindicesimo e sedicesimo secolo (Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2017, pagine 376, euro 58), che raccoglie, ampliandole e aggiornandole, ricerche compiute negli ultimi decenni.
Il complesso rapporto che il cristianesimo rinascimentale intrattiene con le fonti antiche è illustrato con chiarezza dalle polemiche sorte intorno al Corpus Dionysianum , che esercitò una profonda influenza sulla cultura cristiana dell’Occidente medievale. Vi è chi difende l’autenticità degli scritti, come Giovanni Battista Spagnoletti, autore nel 1506 di un poema in cui ripercorre con dovizia di particolari la biografia di Dionigi fino al martirio, e Ficino, autore della traduzione e del commento del De mystica Theologia e De divinis nominibus, che considera Dionigi il massimo teologo cristiano e il primo tra i filosofi platonici. Non solo: per Ficino, Dionigi avrebbe assistito dalla città di Eliopoli all’oscuramento del sole di cui parla il Vangelo di Matteo in occasione della morte di Gesù, interpretandolo come un fenomeno al di fuori dell’ordine naturale. Sul fronte opposto, Lorenzo Valla considera inattendibile il Corpus. Per lui, il Dionigi di cui si parla negli Atti degli apostoli non è un filosofo, ma un giudice ateniese, dal momento che l’Areopago non era una scuola di filosofia, ma un tribunale. Dionigi, inoltre, non può aver assistito all’eclissi perché questa fu visibile soltanto in Giudea e non nel resto del mondo. Quando l’evangelista Matteo afferma che l’oscurità calò «su tutta la terra» (27, 45) non intende parlare del globo terracqueo, ma soltanto dei luoghi in cui aveva vissuto e predicato Gesù. Di Dionigi, sostiene infine Valla, non vi è traccia in nessuno scrittore greco o latino. Nella seconda metà del Cinquecento, la polemica, fino ad allora basata su argomentazioni teologiche ed esegetiche, si carica di toni confessionali, come dimostra la disputa tra Giulio Cesare Scaligero, per il quale l’autore dei testi dionisiani non era che un falsario, e il gesuita Martino Delrio, convinto invece che il Corpus sia la testimonianza di una dottrina rivelata.
Il libro di Moreschini ci restituisce così un rinascimento tormentato e inquieto, ben lontano dall’immagine pacificata e conciliante a cui ci ha abituato una certa vulgata, tuttora piuttosto influente, nonostante gli ormai approfonditi studi sul tema. Un periodo attraversato da fermenti di riforma e da una continua tensione tra i modelli del passato e quelli del presente, tra l’autorità degli antichi e l’adesione alla Scrittura.

di Giovanni Cerro

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22 agosto 2019

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