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Storia di un falso

· ​Quel testo copto e la presunta allusione alla "moglie di Gesù" ·

Trova conferma in un lungo articolo di Ariel Sabar uscito sul numero di luglio-agosto della rivista statunitense «The Atlantic» quanto già affermato sull’«Osservatore Romano» del 28 settembre 2012 da Alberto Camplani, docente di storia del cristianesimo all’università di Roma La Sapienza, a proposito del testo copto con la presunta allusione alla “moglie di Gesù”: ovvero che si tratta di un falso. 

Il frammento copto

Il 18 settembre 2012 una studiosa di Harvard, Karen L. King, aveva presentato — durante il decimo congresso internazionale di studi copti, presso l’Istituto Patristico Augustinianum — un frammento di papiro che riporta, in traduzione copta, frasi di un dialogo intrattenuto da Gesù con i discepoli riguardo a un personaggio femminile, Maria, definita «mia moglie» (tahime, forma rara di ta-shime, corrispondente in copto all’italiano “donna”, “o moglie”). Si sarebbe trattato di un frammento antico, risalente al iv secolo; il testo greco, che sta alla base della traduzione copta, sarebbe stato ancora più antico, attorno al ii secolo.
Esso sarebbe testimone di ambienti in cui si dibatteva della condizione coniugale di Gesù: una condizione che, evidenzia Camplani, se non può certo essere accettata come tratto storico sulla base di questo testo, sarebbe secondo King parte del dibattito cristiano del ii secolo a proposito di Gesù e della sessualità.
La comunità scientifica (spiccano i nomi di Orlandi, Emmel, Funk, Suciu) ha espresso forti riserve di fronte alle implicazioni legate al testo, e ragioni consistenti indurrebbero a concludere che il papiro sia anzi una maldestra contraffazione (come tante altre provenienti dal Vicino oriente) che potrebbe essere stata finalizzata alla vendita — da parte di un privato a una prestigiosa istituzione — del frammento e di altri manoscritti. Tanto più che, come viene sottolineato da Camplani, se nel ii secolo il filosofo pagano Celso, nella sua radicale critica al cristianesimo registrava le infamanti dicerie riguardanti la madre di Gesù e i suoi rapporti extraconiugali, nulla seppe invece escogitare contro Gesù stesso a proposito di un suo eventuale stato matrimoniale.
La questione della presunta allusione alla “moglie di Gesù” contenuta nel testo copto ritorna dunque nel racconto di Sabar, giornalista e scrittore, che afferma di essere stato intrigato dall’annuncio fatto, nel 2012, dalla studiosa di Harvard. E così decide di fare luce sulla vicenda.
Mentre il mondo accademico e scientifico chiede che il frammento venga sottoposto ad accurate analisi di laboratorio per verificarne l’autenticità, Sabar pensa a un’altra strategia: ripercorrere “la catena dei proprietari” di quel papiro, proveniente da un mercato di antiquariato.
Ecco allora dipanarsi un avvincente racconto che narra l’avventura del giornalista alla ricerca della verità. King non intende rivelare l’identità dell’attuale proprietario del frammento, che ha chiesto l’anonimato.
Ma il giornalista ha una e-mail che spiega come questo fantomatico personaggio sia venuto in possesso di quel testo e, a guardar bene, risaltano delle incongruenze.
E sono tali discrepanze a rappresentare la molla che fa scattare l’indagine, che assume sempre più le caratteristiche del thriller.
Vengono così a intrecciarsi nomi, tra i quali Hans-Ulrich Laukamp (che avrebbe acquistato il papiro a Potsdam, nella Germania dell’est, nel 1963) e Peter Munro, un egittologo dell’università libera di Berlino: da loro il giornalista potrebbe ricavare informazioni fondamentali. Ma sono morti: il primo nel 2002, il secondo nel 2009. Ciò rende la ricerca più complessa, ma anche più avvincente.
E quando, dopo assidue ricerche, comincia a spuntare da più parti il nome di un certo Walter Fritz, ci si chiede se persone, apparentemente diverse, con ruoli differenti, non siano lo stesso individuo. Alla fine Sabar riesce ad arrivare a lui, ex direttore di museo e abile venditore: gli confiderà che è in possesso del papiro, ottenuto da un antiquario.
Nel dicembre del 2011 si era recato ad Harvard per consegnarlo alla studiosa affinché lo esaminasse così da confermarne l’autenticità. Intanto nella mente del giornalista-detective s’insinua più di un dubbio: Fritz stesso potrebbe aver falsificato il papiro, redigendo una traduzione fatta usando un dizionario copto e un libro di grammatica dei tempi dell’università.
Fritz, al riguardo, nega ogni addebito. Ma la stessa King — scrive Sabar — deve riconoscere che la provenienza del papiro (per cui si era fidata della parola di Fritz) avrebbe dovuto essere meglio investigata: forti dubbi infatti pesano sulle lettere di “certificazione”, presentate da Fritz, circa l’origine del papiro.
Decisivo sarà l'incontro tra Sabar e Fritz. Quest’ultimo, che dice di non avere il talento del romanziere, fa al giornalista una proposta: scrivere un libro — simile al Codice da Vinci — basato sulla scoperta del testo copto e dedicato alla storia di Maria Maddalena, alla “soppressione dell’elemento femminile” nella Chiesa e alla supremazia dei vangeli gnostici. Ne verrebbe sicuramente fuori un libro di successo e a Sabar arriderebbero fama e ricchezza.
«La verità — dice Fritz — non è assoluta, ma dipende da quale prospettiva la si guarda». Ma Sabar si oppone a questa lettura disonesta e fuorviante, ricordando anzitutto a se stesso che è un giornalista e, di conseguenza, il suo compito è di scrivere su fatti e non su avvenimenti fittizi. E alla luce di questa consapevolezza, Sabar decide di respingere un’offerta allettante ma basata su un falso, che con la vicenda storica del cristianesimo antico e con la figura di Gesù non ha nulla a che vedere. 

di Gabriele Nicolò

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