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Storia di un ebreo anomalo

· Il libro di Bruno Segre a sfondo autobiografico ·

Una storia particolare, quella di Bruno Segre, ebreo “anomalo”, che si interroga e mette in discussione non solo il significato del proprio essere ebreo, ma anche quello, complesso e spinoso, dell’identità ebraica stessa. In Che razza di ebreo sono io (Bellinzona, Casagrande editore, 2016, pagine 128, euro 13,80), frutto di una conversazione con il regista cinematografico Alberto Saibene, il pacato e meticoloso racconto delle vicende della famiglia Segre si inserisce nella drammatica cornice della grande Storia, dal Novecento ai nostri giorni.

Figlio dell’ebreo Emanuele e della musicista anglo-irlandese Kathleen Keegan (nata a sua volta da un matrimonio misto tra un cattolico di Dublino e un’ebrea viennese), Bruno Segre ricorda come i suoi genitori abbiano sempre manifestato «una spiccata allergia per ogni tipo di osservanza religiosa», e continua: «Sono cresciuto a Milano in via Donizetti. E finché mi fu possibile, frequentai la scuola comunale di via Corridoni, vicinissima a casa. L’unica cosa che i miei genitori chiesero alla scuola fu quella di esentarmi dalle lezioni di catechismo. In quelle ore, quindi, restavo fuori dall’aula». Quella di Bruno Segre è una famiglia medio-borghese, laica, cosmopolita e antifascista, non frequenta la comunità ebraica: spiritualmente aperta a qualsiasi tipo di incontro e di sodalizio, si muove in uno spazio senza frontiere, tanto fisiche quanto culturali. Ma il clima artistico, libertario, internazionale che si respira in casa, dovuto soprattutto alle riunioni concertistiche private della mamma, inizia ad incrinarsi dal 1938 in poi, con la promulgazione delle leggi razziali: le voci dal resto del mondo parlano di paura, fughe, persecuzioni: «Dai discorsi di questi amici “musicali” — commenta Segre — emergevano accenni a parenti scomparsi, a fughe precipitose in cerca di sicurezza, a progetti di future destinazioni oltremare, a luoghi e residenze ancestrali abbandonate. Poco alla volta, questa trama di rapporti andò allargandosi ben al di là della comune passione per la musica, sino a investire una cerchia più ampia di uomini e donne con una varietà incredibile di nomi, cognomi, Paesi di provenienza e di destinazione: un piccolo campionario di Mitteleuropa in esilio, persone “senza casa” che, nella mia mente di bambino, componevano una variopinta tribù della quale anche noi papà, mamma e figli facevamo idealmente parte». Via via che sull’intera Europa viene addensandosi la tempesta del nazifascismo, il senso di appartenenza e di solidarietà con le vicende del popolo ebraico, sempre vissuto in chiave laica dalla famiglia Segre, inizia a rivestire un’importanza crescente. «Penso che molti altri ebrei italiani secolarizzati, come eravamo noi — aggiunge lo studioso —, si siano ritrovati in quegli anni a fare i conti con la propria ebraicità».

di Elena Buia Rutt 

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11 dicembre 2019

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