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Storia di un cammino

· A colloquio con Abraham Skorka ·

«Mi ha chiamato al cellulare mentre ero per strada con mio figlio Rafael, che si sta specializzando in cardiologia. Mi ha detto: “Continua pure la passeggiata con tuo figlio”. Sapeva tutto perché aveva telefonato a mia moglie Silvia. In realtà avevano parlato soprattutto di lavoro, di riabilitazioni e cure fisiche perché mia moglie è fisioterapista, e si occupa soprattutto di terapie intensive sui bambini». Era il 18 marzo scorso, il giorno prima dell’inizio solenne del pontificato. Abraham Skorka, in una lunga conversazione con chi scrive e con il direttore del nostro giornale, ricorda la prima telefonata ricevuta da Bergoglio pochi giorni dopo l’elezione in conclave. 

Ma soprattutto racconta come è nata e si è approfondita negli anni l’amicizia con l’arcivescovo di Buenos Aires. E come questo cammino stia continuando, in un contesto tanto diverso e tanto simile allo stesso tempo: «Quando mi ha ricevuto nel suo studio, pieno di libri, lettere e giornali, mi ha detto: “Qui a Santa Marta sto benissimo, c’è disordine come a casa mia”». Anche prima di diventare un amico fraterno e un compagno di viaggio, il nome di Skorka era familiare all’arcivescovo di Buenos Aires, che leggeva e apprezzava gli articoli del rettore del Seminario Rabínico Latinoamericano sul quotidiano «La Nación»

Il suo ultimo pezzo, intitolato «El rostro de Dios», è uscito alla vigilia di Natale. Il Papa la legge ancora?

Spero di sì; io comunque una volta l’ho intervistato in diretta. Era già Papa e mi ha chiamato al cellulare; a quel punto ho colto l’occasione. Il direttore della rivista «Criterio», José María Poirier, mi aveva appena inviato un questionario, una lista di domande per le persone che lo conoscevano. Visto che ero al telefono col Papa, gli ho chiesto alcuni chiarimenti. Alla fine mi ha corretto solo una parola. «Strano che facciano a me domande sul cattolicesimo» gli ho detto, e lui mi ha risposto: «Evidentemente Dio vuole così».

Il dialogo non ha senso se non è autentico, ha scritto più volte nei suoi articoli: se infatti non si basa su una «claridad meridiana», una solare chiarezza, non serve a molto.

Sì, non ha senso incontrarsi solo per prendere un caffè; durante gli incontri pubblici devono essere fatte dichiarazioni forti e impegnative. Ogni puntata del programma televisivo che facevamo insieme, «Biblia, diálogo vigente» per me era un’esperienza esistenziale. Alla fine di ogni puntata, in studio, Bergoglio guardava la sua agenda e insieme decidevamo il tema dell’incontro successivo — per esempio l’amicizia, o la crisi della famiglia — senza evitare, ma anzi andando a cercare proprio i temi più delicati e scottanti. In questi anni, tante persone mi hanno fermato per strada per dirmi: «Non sono credente, ma ho trovato davvero interessante e utile il vostro programma».

Come ha conosciuto Bergoglio?

Un 25 maggio, che in Argentina è festa nazionale, dopo il Te Deum in cattedrale, ci tenni a dirgli quanto mi era sembrata forte, chiara, coraggiosa la sua omelia, anche perché era stata pronunciata davanti al presidente della Repubblica e alle altre autorità, senza fare sconti a nessuno. E volevo anche aggiungere qualcosa su un versetto biblico che era stato citato durante la celebrazione. Ci capimmo bene perché lui è gesuita in senso letterale: segue il paradigma di Gesù come maestro, e i Vangeli sono profondamente radicati nei profeti di Israele. Doveva essere un saluto molto rapido, ma poi mi guarda negli occhi e iniziamo a parlare di calcio. Mi chiede per quale squadra tifo: il River Plate, una squadra forte, che però quell’anno andava male. La conversazione è continuata — ci siamo visti in tante altre occasioni solo per parlare, a tu per tu — e non si è ancora conclusa. Penso a quando ha voluto conferirmi un dottorato honoris causa all’università cattolica argentina, nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del concilio Vaticano ii: è stato un gesto carico di significato e di memoria, rivolto a tutto l’ebraismo.

Come sfruttare al meglio l’occasione della visita del Papa in Terra Santa?

Le idee sono tante, ma è ancora presto per capire come e se si realizzeranno; dipenderà da tanti fattori, in parte dalla libertà degli uomini. Un leader religioso parla dalla tribuna dello spirito, la tribuna del profeta, una prospettiva più alta della contesa per gli interessi materiali di tutti i giorni; la tribuna del politico è su un piano evidentemente diversa. Il prossimo passo del dialogo sarà teologico. E teologico non vuol dire astratto, cioè non solo spirituale, ma anche pragmatico. Dovremmo imparare che la storia non è una partita di calcio, e quando vengono perse vite umane è un lutto per tutti.

L’Argentina ha una storia di dialogo tra le religioni molto ricca.

Sì, basti pensare all’amicizia tra il rabbino Guillermo Schlesinger e padre Carlos Cucchetti, i libri scritti insieme da vescovi e rabbini, monsignor Justo Laguna e Mario Rojzman e quello che hanno fatto Estanislao Esteban Karlic e Jorge María Mejía. Molti ebrei sono arrivati a ondate successive in Argentina, insieme ai tanti immigrati che venivano incoraggiati a popolare il vasto territorio del nostro Paese. Dal 1880, poi negli anni Venti e negli anni Trenta. Le famiglie di mio padre e di mia madre sono partite per cercare migliori condizioni di vita e per sfuggire all’antisemitismo che in Polonia era molto forte. Mio padre veniva da Końskie e mia madre da Łodz. Mia moglie Silvia è figlia di ebrei tedeschi che scapparono dalla Germania nel 1939. Suo nonno venne catturato durante la Kristallnacht, sua moglie fece di tutto per liberarlo, e riuscirono a scappare nel 1939. Negli anni Venti a Buenos Aires si pubblicavano due quotidiani in yiddish, e il mondo culturale ebraico è sempre stato molto attivo.

In Terra Santa, Francesco potrà approfondire il dialogo iniziato dai suoi predecessori

Penso soprattutto a «Nostra aetate» e al grande ruolo giocato da Giovanni XXIII. Ma l’uomo che ha dato in questo senso una forte spinta al cambiamento è stato Giovanni Paolo II, ispirato e affiancato dal cardinale Ratzinger. Mi riferisco al lungo lavoro, sconosciuto ai più, del futuro Benedetto XVI durante il pontificato di Giovanni Paolo II. Ma il gesto dirompente secondo me resta quello di Papa Roncalli che si presenta come Giuseppe, «vostro fratello». Questa frase mi colpisce in modo particolare, anche perché Giuseppe riconosciuto dai fratelli è l’episodio della Genesi raffigurato sulla facciata della cattedrale metropolitana di Buenos Aires. In «Gesù di Nazaret», di Joseph Ratzinger - Benedetto XVI, trovo profonda e brillante la scelta di definire la figura di Gesù con il metodo del midrash, e il modo come avvicina Gesù, accostandolo a Mosè.

Il drammaturgo Florencio Sánchez — citato nel suo libro «Il cielo e la terra» — fa dire a un suo personaggio, Lisandro, che ogni uomo senza carattere è un morto che cammina.

Avere carattere non significa essere violenti, ma onorare la vita prendendo posizione. In questa epoca così priva di valori, in cui si pensa che sia lecito tutto quello che viene in mente, c’è bisogno di purezza. L’uomo può e deve avere una direzione. Ed ebrei e cattolici, insieme, dobbiamo collaborare, soccorrere l’uomo che soffre e soprattutto guardare avanti.

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26 febbraio 2020

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