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Storia di Serenella

· ​Come un’imprenditrice veneta ha salvato azienda e posti di lavoro ·

«Molto spesso si pensa che la politica sia sorda, lontana, però è anche vero che noi non la cerchiamo... Magari dialogando un po’ di più e con meno arroganza da entrambe le parti si potrebbero raggiungere risultati migliori». Ad affermarlo, Serenella Antoniazzi, imprenditrice quarantasettenne a capo di una piccola azienda di levigatura del legno, l’Aga Snc, a Concordia Sagittaria (Venezia). In questa intervista uscita sul numero 233 di «Una città», Antoniazzi racconta della sua lunga lotta per salvare la propria azienda. La vicenda diventata mediatica è all’origine del libro Io non voglio fallire (Portogruaro, Nuovadimensione, 2015, pagine 187, euro 14,50).

Serenella Antoniazzi  insieme al personale dell’azienda

Sei entrata nell’azienda di famiglia giovanissima.

Sì, a 16 anni. L’azienda è nata nel 1972 e all’epoca lavorava per una ditta di Reggio Emilia, faceva tutto l’arredamento in ferro e alluminio per gli ospedali. Poi siamo passati ai letti d’ottone e infine al legno. Il lavoro aumentava. Io avevo fatto due anni di segretaria d’azienda, ma quell’estate ci fu un’esplosione di commesse, così nel momento in cui dovevo fare l’esame per passare alla scuola per arredatori di Cordenons, mi fu chiesto di fermarmi. All’inizio fu un trauma, presto però ho iniziato a sentirla anche un’impresa mia. Poi entrò anche mio fratello, che lavora con me da trent’anni; lui ama più seguire le macchine, gestire la produzione. Io lavoro in produzione, ma seguo anche l’amministrazione e i clienti. Quindi è diventata un’azienda al femminile.

Puoi spiegare qual è il vostro lavoro?

Noi ci occupiamo della levigatura di qualsiasi elemento per mobile, dal tavolo al comodino; ora stiamo facendo ante per cucine. La poliesteratura è la verniciatura bianca, abbastanza morbida, ma compatta, che isola bene, proteggendo il pannello che così resta integro, non viene danneggiato dall’umidità. Questi sono prodotti di qualità, parliamo di una cucina che dura trent’anni. Il mercato italiano è quasi sparito e l’estero richiede qualità, infatti i bancali sono tutti certificati, nel senso che l’intera filiera garantisce che non è stato usato lavoro minorile, né legni, prodotti o materiali che arrivano da foreste protette. Il nostro cliente principale oggi consegna in Germania, Inghilterra, Francia e Russia. Oggi poi va molto il moderno, ma io ho iniziato con i tavoli Versailles.

Nel 2008 è arrivata la crisi.

In quel momento la scelta giusta sarebbe stata quella di licenziare un paio di persone. Qui siamo quasi tutte donne, sono tanti anni che lavoriamo fianco a fianco, beviamo il caffè assieme, ci confidiamo. Chi scegli? Alla fine abbiamo deciso di fare qualche ora in meno, ma di andare avanti. Quindi il 2008 tutto sommato è passato. È passato anche il 2009: non si facevano più gli straordinari però lo stipendio arrivava. Nel 2010 l’edilizia è precipitata e alcuni mariti sono rimasti a casa. Stiamo parlando di persone che vanno dai 45 ai 55 anni: non ti vuole più nessuno. Cioè, diventi un fantasma. Quindi l’unica entrata era quella delle ragazze. Nel 2011 il mio cliente principale decide di vendere a un gruppo importante del pordenonese. Ci viene chiesto se vogliamo continuare a lavorare, con la promessa di un aumento di commesse, dilazionando i pagamenti, oppure salutarci lì, ma ricevendo il cinquanta per cento di quello che ci spettava. Se fosse stato quindici anni prima, gli avremmo detto arrivederci e grazie. Ma non essendoci lavoro in giro siamo dovuti stare zitti. Abbiamo parlato con i dipendenti e abbiamo detto va bene. D’altra parte ci era stata proposta una commessa in grado da sola di coprire dieci dipendenti più noi tre, mio fratello, mio padre ed io, per nove ore al giorno e i sabati. Per un anno è andata bene: pagavano, erano regolari, per cui noi abbiamo tirato un sospiro di sollievo.
All’inizio del secondo anno, il cliente ci ha chiesto di posticipare un pochino i pagamenti. Abbiamo deciso di fare uno sforzo e stringere la cinghia. Dopo poco hanno chiesto ulteriori dilazioni. Nel frattempo però il lavoro aumentava al punto che non avevamo solo il capannone pieno, ma anche il cortile fuori. Per far fronte agli stipendi, insieme al commercialista, abbiamo costruito una griglia: i contributi li pago tra un mese, l’Iva fra due, poi arriva la rateizzazione, però c’è un assegno postdatato... Abbiamo dovuto chiedere anticipi alle banche. Intanto stavamo diventando quasi a mono committenza. Quindi si lavorava senza contestazione, con una marea di crediti nel cassetto e neanche un euro in tasca. Sono stati mesi di grandi sacrifici per tutti. E così siamo andati avanti. Nel frattempo però i miei dipendenti, senza stipendio, non riuscivano a pagare l’affitto, le bollette, e quindi tamponavo io, rassicurando il loro padrone di casa, le banche, perché i due ragazzi rumeni avevano un piccolo prestito in corso, e così per l’elettricità, il gas, ecc. D’altra parte loro vedevano che il lavoro c’era e vedevano anche che mi pagavano con gli assegni postdatati, erano al corrente di ogni cosa, per questo motivo non mi hanno abbandonato. Comunque arriviamo finalmente alla data in cui potevamo incassare gli assegni. Ebbene, quella fatidica mattina il cliente mi chiama per comunicarmi che l’assegno è scoperto. Il gruppo chiude di lì a poco per fallimento, lasciando una voragine di venticinque milioni di euro su un territorio che va da Pordenone a Udine, il distretto del mobile, e mettendo in ginocchio fornitori, dipendenti, tutta la filiera, le banche, ma anche i terzisti, il benzinaio, il ristorante... 

di Barbara Bertoncin

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22 settembre 2019

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