Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

​Storia
di ogni vocazione

· Dalle parole e gli scritti di Madeleine Delbrêl ·

«Quello che conta ai miei occhi è che ognuna di voi sia fedele fino in fondo alla propria vocazione» ripeteva Madeleine Delbrêl al piccolo gruppo di donne che si era stabilito con lei a Ivry-sur-Seine nel 1933. La citazione — testimoniata da Suzanne Perrin — compare in La vocazione. Condividere la vita di chi si ama (Milano, 2018, pagine 122, euro 9,50), pubblicato da Gribaudi, editore che da qualche tempo sta proponendo al pubblico italiano gli scritti della mistica, poetessa e assistente sociale francese dichiarata venerabile lo scorso gennaio.

Trento Longaretti  «Viandanti e chiesa» (particolare)

Nata in Dordogna il 24 ottobre 1904, dopo un’infanzia itinerante al seguito del padre ferroviere, a 17 anni Madeleine scrive: «Dio è morto, viva la morte! Poiché questo è vero, bisogna avere l’onestà di non vivere più come se egli vivesse». Affermazione questa che — sotto intendendo un complesso percorso di politica e preghiera, dialogo e impegno quotidiano — fa presagire una fede cercata e trovata per placare la profonda sete di incontro con gli altri. «La Madeleine dalla vitalità debordante che ama la bellezza, la sincerità, la verità, la generosità — scrivono i curatori del volume, Gilles François e Bernard Pitaud, nella biografia sintetica che apre il libro — scopre con meraviglia una nuova fonte che penetra in tutte le sue forze vitali: “Tu esistevi, io non lo sapevo”, frase che sottintende “come ho potuto ignorarti per così tanto tempo?”».
Il percorso di Madeleine la porta a Ivry-sur-Seine dove, lavorando come assistente sociale, vivrà più di metà della sua vita, tessendo l’incontro tra la mistica cristiana e la periferia operaia industriale (con una certa malizia, affermava: «Dio non ha detto: “amerai il prossimo tuo tranne i comunisti”»). È dunque negli ambienti atei e comunisti della periferia parigina che Madeleine si ferma per vivere una «vita di famiglia» con gli uomini e le donne del quartiere, «gente della strada» che crede più ai testimoni che ai maestri, più all’esperienza che alle teorie: Madeleine intuisce questi bisogni e decide di porsi accanto al quartiere testimoniando Gesù nella semplicità più assoluta. Nessuna fuga dal mondo dunque, nessuna struttura di aggregazione o proselitismo, ma una quotidianità nel Vangelo con gli operai e le loro famiglie.
Quello di Madeleine Delbrêl è stato un equilibrio attento fra azione e contemplazione: ecco perché la sua vita, le sue parole e le sue azioni sono divenute le prove credibili di un cristianesimo vivo e incisivo. E se per tutta la vita Madeleine ha messo al primo posto la preghiera, poiché era un’assistente sociale molto impegnata, alcuni l’hanno descritta — e continuano a descriverla — prima di tutto come una donna d’azione. Ma ciò, sostengono Gilles François e Bernard Pitaud, è falso: Madeleine fu una donna di preghiera, e poi in secondo luogo una donna d’azione.
Con questo nuovo libro, viene ripercorso il tema della chiamata, argomento centrale nella riflessione di Delbrêl qui indagato e approfondito con l’aiuto di testimonianze e, soprattutto, dei suoi straordinari testi.
La vocazione — Madeleine ne è assolutamente convinta — è frutto di una relazione personale con Dio. Trattandosi dunque di una realtà eminentemente personale, bisogna parlare di vocazione al singolare: Dio è in relazione con ogni persona, ama ogni persona e la chiama a fare la propria volontà seguendo un cammino personale. Non è il gruppo ad avere una vocazione o un’altra, ma sono i singoli, chiamati ciascuno per nome, ad averla. «Nel Vangelo — scrive Madeleine — si veniva chiamati uno per uno, si rispondeva uno per uno, ma si partiva insieme».
Tutto questo si lega a un’altra profonda convinzione della Delbrêl: la vocazione non è un misterioso disegno già compiuto nei minimi particolari, ma, al contrario, è un «dono personale di Cristo». Essa, infatti, parte da un incontro generato dalla fede, da una illuminazione (la vocazione è sempre una sorpresa) che permette di compiere il Vangelo nella propria vita. Chi scopre Dio, chi è «abbagliato» da lui come lo è stata Madeleine, non vede aprirsi di colpo sotto i piedi un cammino tracciato in anticipo, ma — con l’aiuto della Parola — deve aprirsi da solo la strada. È una storia, dunque, quella di ogni vocazione. È una storia che inizia «come un regalo ricevuto», come un seme, come «sorgente nuova che penetra tutte le forze vitali dell’uomo» e così, nuovamente, lo genera.
Uno dei problemi però è che molti credenti non considerano la loro vocazione cristiana come tale: cristiani sin dalla nascita, cristiani per abitudine, non sentono di essere stati scelti da Cristo e di aver dovuto scegliere Cristo a loro volta. Il che spiega — sempre secondo Delbrêl — perché costoro si distinguano così poco dal mondo in cui vivono.
Madeleine parla di due chiamate: quelli della casa e quelli della strada. Ci sono quelli a cui il Signore ha detto «Torna a casa tua e racconta quello che Dio ti ha fatto», e ci sono quelli ai quali ha detto «Vieni e seguimi». I primi hanno incontrato Cristo: dopo averli guariti e liberati, Gesù li invita a tornare nelle proprie case per annunciare ciò che Dio ha fatto per loro. E se anche i secondi lo hanno incontrato, la differenza è che lui li ha tenuti con sé. E loro sono diventati i suoi compagni di strada.
Quanto a quelli della casa, quelli del “Torna e racconta”, Madeleine insiste molto sul fatto che questa — la vocazione, cioè, di testimoniare il Vangelo presso coloro con i quali si vive (famiglia, colleghi di lavoro, amici, vicini) — sia la vocazione cristiana ordinaria. Che presuppone l’incontro con Gesù e la conversione.
Quanto invece ai secondi, a quelli della strada — li definisce anche «quelli della via», «quelli dei cammini» — Madeleine scrive che essi «hanno incontrato un Cristo così povero che non sapeva dove posare il capo, un Cristo senza famiglia, un Cristo mobile nella volontà del padre come una piuma nel vento, un Cristo senza attaccamenti (...) e hanno capito una volta per tutte che Cristo era il loro luogo».
Queste riflessioni e meditazioni sulla vocazione hanno, però, sempre un aspetto profondamente corale. Se la vocazione è una chiamata personale, essa poi — per essere fruttifera e santa — deve allargarsi al noi. Pur nella grande capacità di riconoscere l’altro nella sua specificità e differenza, c’è infatti in Madeleine — notano Gilles François e Bernard Pitaud — la preoccupazione di fare squadra. Quando parla di vita di comunità, Madeleine insiste spesso su questo punto: non si entra in un gruppo per trovare un riparo alle proprie debolezze, ci si entra perché tante vocazioni personali si riconoscono reciprocamente. Ed è a questo punto che i membri del gruppo possono davvero sostenersi tra loro in maniera autentica.
Ma nelle riflessioni di Madeleine Delbrêl c’è anche un altro gioco di squadra che viene spesso auspicato. È quello con la Chiesa: la mistica francese ci insegna infatti che trovare la propria vocazione non significa chiudersi nella relazione con il Signore, ma trovare il proprio posto nella Chiesa. Significa fare la propria parte come una pietra viva che si adatti con gioia alle altre. Il suo era un desiderio autentico: Madeleine Delbrêl voleva veramente dipendere dalla Chiesa. «La Chiesa non guida: essa è, e noi siamo in lei. La chiesa è il corpo di Cristo e noi siamo membra di questo corpo. La nostra dipendenza e la nostra dedizione nei suoi confronti, pur richiedendo azioni esteriori, segni, sono prima di tutto una dipendenza e una dedizione interne, vitali».

di Silvia Gusmano

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

24 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE