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Storia di Badheea

· La donna che ha portato la famiglia in salvo dalla Siria ·

Sono le 7 del mattino del 29 marzo 2016 quando, in una Fiumicino ancora assonnata, attera un volo Alitalia proveniente da Beirut. Scendono novantatré persone, in gran parte bambini. Sono tutti siriani. Un piccolo, grande passo si sta compiendo, e loro lo sanno: fanno parte del primo corridoio umanitario riuscito a portare in salvo un gruppo di persone in fuga dalla guerra, lontano dai trafficanti di carne umana e dalle insidie dei viaggi disperati. Tra loro c’è una donna, Badheea Satouf. 

Badheea con il nipote Hattumi

«Sono Badheea e vengo da Homs. Raccontare non è facile. Ricordare è doloroso. Oggi sono in Italia e sono al sicuro. Ma non sono a casa mia e non mi sento serena fino in fondo: ho perso molte persone a cui voglio bene, altre persone sono ancora lontane, alcune non so neppure esattamente dove. Raccontare la mia storia significa portare alla memoria tutte le persone a cui la mia vita in Siria era legata».
Badheea affronta la morte dei suoi cari, la perdita della propria casa e di tutto ciò che ha, il dolore, la separazione, l’ignoto. Un marito morto ancora giovane, nove figli, di cui uno rinchiuso nelle carceri del regime, un altro strappato a colpi di ciabatte dalle mani della polizia segreta, la paura della repressione e delle bombe: il racconto — raccolto e scritto da Matteo Civico nel libro Badheea. Dalla Siria in Italia con il corridoio umanitario (Trento, il Margine, 2017, pagine 114, euro 14) — è fatto con parole semplici. Ma mai ovvie.
Sebbene il dolore sia tanto, nella storia di questa donna non c’è spazio per la disperazione. Occorre non solo non arrendersi, ma fare ciò che va fatto. «Portavano i feriti a casa mia. Io strappavo i vestiti e ne facevo garze per fermare il sangue. Facevo delle strisce di stoffa e le stiravo con il ferro rovente per disinfettare il tessuto. Medicavo e cucivo i tagli. Non sono un medico, ma questa cosa andava fatta». Perché, soprattutto, quella di Badheea è una storia che parla di speranza. Speranza per riprendere a vivere, anche se ciò significa rischiare di morire.
C’è un’immagine che torna dall’inizio (l’infanzia felice) alla fine del libro (l’arrivo in Italia). Ed è quella dei bambini presi in spalla dagli adulti. Se prima è la giovane Badheea a essere issata sulle spalle dal nonno nel giorno del suo fidanzamento, diversi anni dopo sarà lei stessa a caricarsi uno a uno figli e nipoti per condurli in salvo verso il campo profughi di Tel Abbas in Libano, sul confine con la Siria. L’immagine di copertina, del resto, ritrae il piccolo Hattumi appollaiato sulla nonna: «Richiama — nota Matteo Civico — l’immagine di san Cristoforo che porta sulle spalle il bambino e lo aiuta ad attraversare il fiume in piena».
Quando, con i suoi familiari, decide di fuggire in Libano, per cinque notti e cinque giorni Badheea diverrà veramente il san Cristoforo della sua tribù. «Mentre portavo i miei parenti uno alla volta oltre il confine, tutti gli altri mi aspettavano a Homs. I miei figli e le loro famiglie erano nascosti nei tubi delle fognature, per paura delle bombe e per paura di essere trovati dall’esercito. Rimasero lì sotto in quelle condizioni per giorni, mentre io continuavo ad andare avanti e indietro. (…) Lasciavo il famigliare che in quel momento stavo accompagnando e ripartivo subito per andare a prendere il prossimo. Ci ho messo cinque giorni, viaggiando ininterrottamente di giorno e di notte».
Ogni gesto è compiuto sapendo che la sua famiglia la guarda. «Desideravo che vedessero il mio esempio. (…) Volevo dare loro un po’ del mio coraggio, anche se nel mio cuore avevo un dolore grandissimo». Il tentativo è quello di cercare di condurre una vita normale «in quella situazione da pazzi», a prescindere dal luogo, dal dolore e dagli eventi contingenti. Uno sforzo compiuto soprattutto a beneficio dei bambini: perché «dimenticassero la violenza e la paura non si fermasse nei loro cuori».
Ripercorrendo la storia di questa donna — «La guerra non è solo una questione fra eserciti o potenze militari: i civili ne sono pienamente parte e ne sono totalmente vittime; sono spesso l’obiettivo privilegiato di un’offensiva» — Civico vuole presentarci un’altra strada per lasciarsi alle spalle la distruzione. Perché, come detto, Badheea è arrivata in Italia su un aereo, grazie al primo corridoio umanitario organizzato da Comunità di Sant’Egidio, Tavola valdese e Federazione delle Chiese evangeliche, dopo che i corpi civili di pace dell’Operazione Colomba della Comunità Giovanni xxiii avevano incontrato e protetto lei e la sua famiglia nel campo profughi.
Civico conosce bene la realtà che racconta: ha partecipato infatti prima all’attività dell’Operazione Colomba della Giovanni XXIII e poi all’organizzazione e alla partenza del primo corridoio umanitario. Non solo: da consigliere provinciale di Trento, Civico ha seguito anche il processo di accoglienza e di integrazione della famiglia Satouf. «Ho fatto l’esperienza di essere accolto io dai profughi — ha detto ricordando il suo viaggio e il primo incontro con la donna — ed è così che è cominciata una storia di condivisione».
La fuga, il terrore, le violenze subite sono ancora tutte lì, insieme alla profonda tristezza per il suo paese ridotto in macerie. «La guerra ha distrutto la mia casa e mi ha portata lontano dalla mia patria. Ma so che abbiamo salvato i miei figli e i miei nipoti. Nella tragedia siamo riusciti a fare qualcosa di straordinario».

Anche perché — di questo Badheea è convinta — non sono mai stati soli. «Dopo quattro anni, finalmente, potevo addormentarmi senza avere paura. Qualcuno era stato con noi. Qualcuno ci stava aspettando. Qualcuno ci aveva preparato un posto. Ecco cos’è la speranza: sapere che qualcuno è con te, ti aspetta e ti prepara un posto».

di Silvia Gusmano

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17 settembre 2019

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