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Sto in ansia, dunque sono

· La lezione del medico di famiglia ·

Dell’ansia conosco bene i punti contrari e quelli a favore. Inizierò con il ricordare una frase del nostro compianto medico di famiglia, il professor Gerardo D’Agostino, uno dei più grandi diagnostici che abbia mai conosciuto. 

Avevo vent’anni e in quei tempi dormivo poco ed ero spesso in agitazione per qualcosa, pur essendo un ragazzo molto felice. Ero creativo, scrivevo tanto, giravo piccoli corti con una cinepresa, suonavo con un gruppo la batteria e avevo una bella fidanzata. Andavo pure bene all’università. Perché questa perenne apprensione per la mia famiglia, per le persone care, per il mio futuro? Chiamai il professor D’Agostino la mattina e alle quattro del pomeriggio era davanti a me e a mia madre che condivideva, forse troppo, questa mia instabilità.
Mi fissò un minuto negli occhi e poi disse: «Sbaglio o mi hai detto che ti piace scrivere?». «Sì poesie e soggetti per film» risposi. «Portami le poesie» scandì con tono perentorio. Mentre andavo a prendere il quaderno dissi tra me: «Cavolo c’entrano le poesie... ma che è scemo?». Iniziò a leggere le prime quattro, abbastanza brevi, e richiuse il quaderno quasi in modo maleducato. E disse: «Allora la prima poesia si chiama Ombre, la seconda Autunno, la terza Anonimo Sepolcro e la quarta Affanno ». E strappando un foglio dal sito ricettario e prendendo la stilografica aggiunse sbrigativo: «La quinta te la scrivo io... si chiama Serpax 15 mg! Una compressa al bisogno». Timidamente aggiunsi: «Per quanto tempo, professore?». Lui urlò: «A vita!». Io e mia madre restammo sorpresi e anche un po’ impauriti. E mamma aggiunse: «Pensi che Carlo sia un po’ depresso. Gerardo?».
Il professore mi fece sedere su una poltrona e con tono meno acceso tentò di chiarire la sua diagnosi: «Tu sei fondamentalmente un ansioso con una piccola componente depressiva benigna. Che chiameremo "leopardiana''. Vuoi fare l’artista? Probabilmente ci riuscirai perché vivi in uno stato di eccitazione creativa e malinconia. Questo è il prezzo che paga un ipersensibile. E ringrazia Dio di essere un ansioso!».
Perché ho raccontato questo episodio? Perché quasi sempre l’ansia aggredisce le persone molto sensibili, spesso di talento artistico, che vivono costantemente di emozioni. D’Agostino aveva perfettamente ragione.
L’artista, in un campo o nell’altro, deve pagare un pegno: una sofferenza nel controllo dello stato d’animo. Ma mentre il grande Seneca o l’ancora più grande Epitteto indicavano la via di fuga dalle passioni e dai moti insani e inutili dell’animo attraverso un esercizio filosofico assolutamente stoico, il grande D’Agostino insegnava la via della farmacia. E aveva ragione. Perché diventare come Epitteto o Seneca (a parte l’impossibilità) sarebbe stata la morte di ogni emozione che, per un uomo che deve dilettare il suo pubblico, equivaleva a non trasmettere più nulla. 

di Carlo Verdone

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21 ottobre 2019

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