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Contrasti e affinità elettive

· L'amicizia tra James Joyce e Italo Svevo ·

Al complesso rapporto fra James Joyce e Italo Svevo ben si attaglia il verso catulliano Odi et amo. Un sottile astio pervadeva e insidiava la frequentazione dei due grandi scrittori. Svevo, conformista, invidiava — ma anche ammirava — la libertà interiore del genio irlandese, il suo tratto bohémien che lo portava spesso a dileggiare le convenzioni sociali. Il bislacco Joyce, a sua volta, era tormentato dal desiderio di mutuare quel rigore di metodo e quella disciplina intellettuale che rappresentavano uno dei punti di forza del collega triestino.

James Joyce e Italo Svevo  nella copertina del libro

Nello stesso tempo la reciproca stima per i rispettivi talenti e per le opere che entrambi venivano componendo costituì la base di un'amicizia — nutrita sia di stimolanti contrasti che di affinità elettive — senza la quale la letteratura europea non sarebbe stata la stessa. È questo scenario che viene analizzato con acribia da Stanley Price nel libro James Joyce and Italo Svevo. The Story of a Friendship (Somerville Press, Bantry, 2016, pagine, 276, $ 19.50) che segue la relazione tra i due sin dal primo incontro, avvenuto nella primavera del 1907 in uno stabile situato a via San Nicolò, nel centro di Trieste, dove Joyce, venticinquenne, dava lezioni di inglese a Svevo, quarantacinquenne, ossessionato dall’obiettivo, lui che era poliglotta, di migliorare in quella lingua.

Con una prosa limpida e brillante, Price dà alcune rapide pennellate che risultano funzionali nello stabilire un preciso contesto entro il quale indagare l’amicizia di una vita. Joyce era un cattolico non praticante, Svevo un ebreo non praticante; il primo era permaloso, e assai difficile da trattare, il secondo spiccava per generosità e fedeltà verso gli amici. L’irlandese, spesso a corto di denaro, era un gran bevitore; il triestino, benestante, un gran fumatore. A tali differenze fanno da contraltare alcuni tratti comuni, tra i quali figura uno spiccato senso dell’umorismo e, soprattutto, un uguale destino: per entrambi, infatti, il successo letterario arrivò tardi. L’Ulisse, che consacrò Joyce, fu pubblicato nel 1922, solo dopo logoranti traversie; la Coscienza di Zeno nel 1926, due anni prima della morte di Svevo. Ma il successo letterario, sottolinea Price, arrise ai due scrittori perché entrambi avevano perseverato nella loro missione di uomini di lettere, rivelandosi più forti di quelle incomprensioni e sottovalutazioni, da parte di una critica miope, che rischiavano di relegare i loro capolavori nelle nebbie dell’oblio.

Sul piano squisitamente letterario la coppia Joyce-Svevo rappresenta il fondamento di una concezione del mondo che vede l’uomo corroso dal dubbio e dall’ansia di cercare risposte al ventaglio dei perché disseminati lungo l’itinerario esistenziale. Tanto che Giacomo Debenedetti collocava entrambi nella prestigiosa lista dei principali artefici del cosiddetto “romanzo interrogativo” che — percorso dalla frenesia di ghermire significati e simboli — mette a nudo le debolezze della natura umana, sempre riscattata, comunque, dall’indomita volontà di vincere il grigiore e la mediocrità. Sia Joyce che Svevo, e con loro Proust, ebbero il merito — evidenzia Price — di dare una poderosa spallata alle false certezze sulle quali l’uomo comune aveva basato fino ad allora la propria quotidianità, intrisa di ipocrisie e banalità. Attraverso le loro pagine che mettono al vaglio i diversi moti dell’animo, s’innesca quel processo di sgretolamento dell’uomo borghese e di frantumazione della sua piatta concezione del mondo che con Pirandello, in quegli stessi anni, conoscerà un rinnovato suggello, quando cioè la “corda pazza” sostituirà la ragione, o meglio la falsa ragione, per assurgere a unico strumento di verità.

E nella sua analisi Price non dimentica di fare riferimento a Sigmund Freud, le cui teorie psicoanalitiche in quel tempo venivano esercitando una vigorosa influenza: sia Joyce che Svevo, più o meno apertamente (su questo punto la critica ha versato fiumi d’inchiostro), hanno riconosciuto il proprio debito verso Freud: il loro scandaglio dell’animo non sarebbe stato così viscerale senza la conoscenza delle teorie elaborate dal neurologo austriaco. Illuminante, a tale proposito, è una lettera dello stesso Svevo, datata 10 dicembre 1927. In un passo si legge: «Grande uomo quel Freud, ma più per i romanzieri che per gli ammalati». In sostanza, lo scrittore triestino riconosceva alla psicoanalisi il valore di tecnica d’indagine dei “meccanismi dell’animo”, ma ne rigettava lo status di terapia.

E a ben guardare Svevo era debitore non solo nei riguardi di Freud, ma anche di Joyce, lezioni d’inglese a parte. Il dublinese, infatti, divenne a un certo punto una sorta di agente letterario dell’amico triestino, promuovendone la produzione letteraria con alti elogi: «Ci sono dei brani in Senilità che neppure Anatole France sarebbe stato in grado di scrivere meglio» sentenzia Joyce. Non a caso, Giuseppe Prezzolini avrebbe detto più tardi che senza il dublinese «nessuno di noi si sarebbe preso la pena di leggere i romanzi di Svevo». E una volta letto, e questo vale anche per Joyce, l’orizzonte umano e letterario si amplia. Prova ne sia, anzitutto, quell’oggettività che è un tratto inconfondibile della loro narrativa. È infatti un’oggettività che — attraverso il rivoluzionario monologo interiore, più lineare in Svevo, più sincopato in Joyce — rompe con la tradizione naturalista, sbarazzandosi dell’elemento cronachistico per elevarsi a rappresentazione lucida ed esaustiva dei più remoti recessi dell’animo umano.

di Gabriele Nicolò

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13 dicembre 2019

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