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Stella polare

In Il nostro compito (“Unser Auftrag”), von Balthasar scrive del suo incontro, nel 1940, con Adrienne come di una sorta di trasposizione de La scarpina di raso di Paul Claudel, dove la donna eroica doña Prouhèze «è trasformata in una stella polare». Che cosa significa? La stella polare — detta anche Polaris o luce guida e che forse conosciamo meglio come stella del nord — è l’unica stella nel nostro cielo notturno ad avere un posto fisso, situato in un punto specifico sopra l’orizzonte corrispondente al polo celeste settentrionale. Luminosa, è facilmente visibile a occhio nudo e spicca tra le migliaia di luci vicine. Nei luoghi in cui il cielo non dà altri riferimenti chiari — il mare aperto o la foresta buia — questa luce brillante, che indica sempre il nord, rappresenta una coordinata fissa alla quale orientare il proprio cammino e per mezzo della quale (per un navigatore esperto) il resto della sfera celeste può di nuovo diventare intelligibile. Certo, per i viaggiatori questa luce sicura non è la destinazione stessa. Piuttosto, serve da chiave affidabile per trovare la via per andare avanti, un segnale che indica al di là di se stesso.

drienne von Speyr nell’estate del 1924

Persona di vasta cultura, von Balthasar aveva conosciuto molte luci magnifiche in gioventù: Platone, Hölderlin, Goethe, Hegel, Nietzsche. Poi, a venticinque anni, sentì la chiamata, simile a un’illuminazione, di Ignazio di Loyola, e comprese, senza conoscere i particolari, che sarebbe stato “usato” per qualche fine misterioso. Nel 1945, in un esame della sua vita intellettuale e spirituale, rende omaggio alle costellazioni (Sternbild) che hanno illuminato fino ad allora il suo pensiero centrale e la sua missione; sciami di personalità diverse (stelle eterne: Bach e Mozart; più pure: Agostino, Origene, Ireneo, Clemente, Gregorio di Nissa, Massimo il Confessore, Evagrio Pontico, Giovanni di Scitopoli su Dionigi) che sono servite al teologo come importanti punti di riferimento lungo il cammino. Tuttavia, per quanto queste stelle teologiche possano essere luminose, nessuna di loro fu polare per lui. Di fatto, dieci anni dopo scrive ancora di queste figure: «Non desidero essere vincolato a nessuna di quelle forme che nel corso degli anni ho tracciato nelle monografie, non importa quanto la maggior parte di esse mi siano care». Quelle luci, come altre che sopraggiungeranno negli anni, continueranno a brillare, tuttavia «rimangono solo linee rigide arbitrarie in quello scintillio di luce infinito che nessun occhio riuscirà mai a ordinare in costellazioni (fisse): la comunità dei santi».

Ma in mezzo a questa fitta folla celeste, alla fine compare una stella polare. In quello stesso racconto, inteso principalmente per gli amici stretti, von Balthasar rivela il suo legame, il suo vincolo, con Adrienne von Speyr: una relazione che si dimostrerà decisiva.

Sebbene inizialmente von Balthasar menzioni Adrienne von Speyr solo en passant, alla fine rende abbastanza pubblico il ruolo centrale che essa ha avuto nella sua vita. Finirà col pubblicare i suoi oltre sessanta libri di meditazioni dettate, come anche le sue diverse opere postume, con l’espressa approvazione di Giovanni Paolo II. L’ultimo volume di TeoDrammatica, pubblicato nel 1983 dopo l’udienza privata con il Papa, von Balthasar cita abbondantemente Adrienne. Inoltre, nel 1985, su richiesta del Santo Padre, organizza con alcuni amici un simposio su Adrienne.

In Il nostro compito, libro inteso come testamento per la comunità di San Giovanni, indica chiaramente Adrienne von Speyr come la donna «al centro più intimo della missione». «Le missioni — spiega — spesso si compenetrano nella comunione della Chiesa, sicché se si dovesse prendere da una persona tutto ciò che ha ricevuto da altri, non rimarrebbe altro che un tronco secco». Se al centro dell’esistenza dell’uomo c’è la realtà di un compito divino, sul quale è imperniato tutto il resto nella vita, quale sarebbe il compito di von Balthasar stesso senza quello di Adrienne? Riprenderà questo tema della missione congiunta nel 1984 in Il nostro compito, affermando che il suo lavoro e quello di Adrienne «non devono essere separati né psicologicamente né filologicamente»: due metà di un solo insieme, che ha come centro una missione unica. Nella vita e nella missione di von Balthasar, una donna santa gli ha dato questo impulso carismatico, profetico. «Hans Urs von Balthasar — ha detto Joseph Ratzinger in un’intervista — è impensabile senza Adrienne von Speyr». «Ritengo che sia possibile dimostrare — afferma — che per ogni grande teologo è impossibile una nuova elaborazione teologica senza che l’elemento profetico abbia prima spianato la strada».

Nel 1968, pochi mesi dopo la morte di Adrienne, von Balthasar pubblica Primo sguardo su Adrienne von Speyr, libro che presenta come «racconto di un testimone oculare» su questa donna straordinaria: «Come suo confessore e direttore spirituale, ho osservato la sua vita interiore molto da vicino, ma in ventisette anni non ho mai avuto il minimo dubbio sulla missione autentica che le era propria, né sull’umile integrità con cui l’ha vissuta e me l’ha comunicata». Il libro descrive ciò che ha sperimentato nella stretta collaborazione con lei, sottolineando quanto lei gli ha dato. «Ho cercato — dichiara — di portare il mio modo di guardare alla rivelazione cristiana a conformarsi con il suo».

Nel corso degli anni, egli ha armonizzato il suo atteggiamento mentale sempre più con quello di lei, e attraverso lei ha percepito sempre più quello che costituisce la cattolicità della Chiesa cattolica: il desiderio incondizionato di ciò che Dio vuole per la sua Chiesa. Nel caso di von Balthasar, questa volontà significava accettare la missione che gli era affidata. «Certamente, io stesso ho avuto più di una prova che questa missione esisteva e che doveva essere interpretata così e in nessun altro modo». Come una calamita, scrive ne Gli stati di vita del cristiano, la missione «attira tutte le forze della natura (dell’uomo) in un disegno chiaro e definito che non è né estraneo né ingombrante per i disegni già formati nella sua natura, bensì li coinvolge, come lavoratori indolenti, in un compito che è sia piacevole sia gratificante». Questa missione sarebbe poi risultata il fondamento della Johannesgemeinschaft, la comunità di San Giovanni, ovvero l’istituto secolare che i due fondarono insieme all’inizio degli anni Quaranta.

In realtà, ancora più centrale della santità personale, tipicamente femminile di Adrienne, è la missione, una missione la cui luce lei rifletteva, ma che di fatto giungeva da oltre lei stessa. Subito dopo il suo battesimo per mano di von Balthasar, arrivò a comprendere che il cielo chiedeva a loro due di fondare insieme questa nuova comunità. «L’idea e il progetto venivano da A.», sottolinea von Balthasar. «Nel luglio 1941 mi presentò l’idea elementare». In questo, Adrienne non aveva parlato da sola. Piuttosto, aveva reso più chiara e precisa una voce che von Balthasar già conosceva: quella di sant’Ignazio, lo stesso che quindici anni prima lo aveva chiamato nella Compagnia di Gesù. La vicinanza di Adrienne a sant’Ignazio, suo «amico sincero», è ben documentata. Le apparve durante tutta la sua vita. Tra loro, come testimonia von Balthasar, c’erano «un accordo e una comprensione reciproci che sembravano davvero perfetti». Così ella diede al suo confessore un’immagine più chiara del suo patrono, e anche della missione che il santo voleva che assumessero. «Mi convinse sempre più — dice von Balthasar — dell’urgenza di questo (nuovo) compito, e anche della mia responsabilità per l’intera cosa». Durante quel lavoro insieme, con von Balthasar che faceva da confessore, Ignazio utilizzò Adrienne, nella sua subordinazione, per insegnare a von Balthasar in modo sempre più profondo le vie dell’obbedienza. «Fui trattato da Ignazio come uno scolaro», ricorda von Balthasar. «Dovetti imparare che si può comandare solo se si è, a propria volta, sotto stretta obbedienza». Non c’è tempo qui per ricordare quante altre «umiliazioni benedette» ha dovuto sopportare lungo il cammino. Quando alla fine a von Balthasar fu chiesto il «sacrificio più duro», ovvero lasciare la Compagnia, anche questo giungeva da Ignazio: «È stato lui a farmi entrare, ed è sempre lui a farmi lasciare l’ordine», anche se solo perché von Balthasar potesse «servire la stessa idea ignaziana in maniera più precisa». «È puro amore e gratitudine se acconsento di essere maneggiato da lui “come il bastone di un vecchio”», scrisse già nel 1946 nel suo diario. Pochi anni prima della sua morte, von Balthasar sottolinea ancora una volta il posto centrale che Ignazio occupa nella sua vita: «È lui che mi accompagna. Sono un po’ come un cieco nel mondo, ma ho un cane molto buono, che mi guida sui sentieri più audaci (...). È sotto la sua protezione che (Adrienne e io) abbiamo vissuto e che io continuo a vivere».

Ma non solo Ignazio. Una notte nel 1944, come descrive von Balthasar, Ignazio apparve ad Adrienne nella sua stanza, portando con sé un ospite: Giovanni l’Evangelista. Sul comodino c’era un libricino del Nuovo Testamento, che Giovanni raccolse e iniziò a leggere. Poi, verso dopo verso, cominciò a spiegare il suo vangelo per Adrienne, che poco dopo iniziò a dettare al suo confessore quello che sarebbe diventato il suo commento in quattro volumi al libro di Giovanni, mentre Ignazio si mise da parte. Fu questo uno tra i primi segnali del «cammino di pienezza che va da Ignazio a Giovanni», che Adrienne avrebbe rivelato a von Balthasar. Lui stesso osserva quanto Ignazio si sia trasformato in cielo: «Solo in cielo ha ricevuto tutta la sua pienezza, senza nulla perdere della sua natura personale. Ora ha Giovanni in lui, e tutti gli altri che lo completano. Non nasconde il fatto che, da allora, ha cambiato la sua opinione su molti punti. Per esempio, riguardo alla sua attività paolina dei primi anni. E quale grazia (per me) avere una relazione con questo padre in cielo (Ignazio) anno dopo anno! Parlare con lui faccia a faccia nella stessa stanza, separato da lui dal sottile divisorio di una parte terza (Adrienne), che altro non fa che unirci, che non separa, ma piuttosto trasmette così incredibilmente bene, che spesso si è sbalorditi da tanta chiarezza e testimonianza celeste».

Rivelandogli il legame tra questi due santi, Adrienne ha reso vivida la costellazione da loro formata, che da molto tempo stazionava senza essere notata sopra l’orizzonte di von Balthasar. In Ignazio e Giovanni s’intrecciano obbedienza e filiazione. Ciò che Ignazio chiama «indifferenza», un’apertura attiva e attenta a qualsiasi cosa Dio possa offrire, altro non è che l’atteggiamento di Cristo stesso verso suo Padre, così come descritto nel vangelo di Giovanni. Parlando di questo mistero della comunione dei santi, Adrienne lo attirò verso il compito ecclesiale loro «assegnato», un compito che, come lui chiarisce, «non avev(a) scelto», un «mistero» radicato in «Giovanni e Ignazio». Questa missione, afferma, «è il centro; tutto il resto (…) gli è stato posto intorno». Ardeva dentro di lui, fiamma pura e chiara. E alla fine, lo spirito ignaziano che pervadeva l’intera vita di von Balthasar, come disse Ratzinger dopo la sua morte, lo portò a essere un «cristiano giovanneo e ignaziano»: amorevole e obbediente verso il Padre e verso tutti coloro che il Padre manda come luce guida.

«Non sei forse stata sempre una stella per lui?», chiede l’angelo custode a doña Prouhèze. «Io la ravviverò in cielo... Dio soffierà su di te... Farò di te una stella che arde nel soffio dello Spirito Santo». Accesa dalla sua vicinanza a Dio e alla comunione di santi, Adrienne ha indicato il cammino verso nord della loro missione comune.

di Jacques Servais

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16 dicembre 2019

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