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​Statista illuminato
o spregiudicato demagogo?

· Pericle secondo Vincent Azoulay ·

Una consistente somma di competenze — storiografiche, letterarie, sociologiche, psicologiche — occorre di sicuro per poter ritrarre, con l’equilibrio e la razionalità richiesti dai recenti sviluppi della ricerca, a compensazione della lacunosità e tendenziosità delle fonti antiche, una figura controversa e per molti aspetti ancora misteriosa come quella di Pericle, “regista” della politica ateniese nel v secolo prima della nascita di Cristo, incarnazione emblematica della democrazia all’interno e del contemporaneo imperialismo all’esterno. E competente si dimostra in effetti Vincent Azoulay, docente di Storia greca all’Université de Paris-Est Marne-la-Vallée, nello scolpire a tutto tondo un “mezzobusto” del discusso statista nella biografia intitolata “tout court” Pericle, con sottotitolo La democrazia ateniese alla prova di un grand’uomo (traduzione di Cristina Spinoglio, Torino, Einaudi, 2017, pagine 306, euro 30). 

Philipp Foltz  «Orazione funebre di Pericle» (1877)

Azoulay, seguace della scuola francese di indirizzo storico-antropologico, erede dei vari Dumézil, Grimal, Vernant, Vidal-Naquet, Detienne, si cimenta in un’impresa sfidante: cercare di separare, nel campo della vita e dell’operato di Pericle, il grano dell’oggettività dal loglio della mitologia. Operazione resa difficile, al limite della praticabilità, da un doppio ordine di problemi. All’intrinseca ambivalenza (se non proprio ambiguità) dello stratega, le cui azioni non furono — com’è d’altronde “umano” — sempre coerenti, si è infatti sovrapposta una sconcertante disparità di valutazioni nel giudizio di contemporanei e posteri. Al punto che si potrebbe definire Pericle, con un aggettivo oggi di moda, un personaggio divisivo. Anche su di lui è inevitabile porsi il medesimo interrogativo formulato da Manzoni sul conto di Napoleone: «Fu vera gloria?». Si consideri, ad esempio, la flagrante antinomia per cui il geniale oratore, l’illuminato reggitore di una polis da lui condotta all’apice della democrazia (non senza scompensi e degenerazioni, beninteso), della supremazia navale, della creatività teatrale, della religiosità civile, del pensiero filosofico, dell’architettura e scultura grazie alla collaborazione con Fidia nello sviluppo dell’Acropoli culminante con il Partenone, fu al tempo stesso, negli anni 440-439, lo spietato repressore della rivolta degli isolani di Samo intenzionati a ritirarsi dalla Lega di Delo, svincolandosi dall’esosa egemonia ateniese. E si rifletta sulla tortuosa strategia di un condottiero che prima innesca con le sue mire espansionistiche la guerra del Peloponneso contro la granitica Sparta, e poi lascia che gli incursori nemici devastino le campagne dell’Attica, rinunciando a combattere per mantenere ostinatamente il suo popolo al riparo delle Lunghe Mura, estese da Atene al Pireo. Sino all’infuriare di una pestilenza causata da quel sovraffollamento e risultata per lui stesso, nel 429, fatale.
L’autore di questa nuova, intelligente biografia invita ad accantonare ogni pregiudizio, ad assumere una posizione equidistante sia dalla zona bianca degli encomiasti, sia da quella grigia dei critici moderati, sia da quella nera dei detrattori radicali. Individua gli archetipi di quelle discordanti tradizioni: lo storico Tucidide che, rivalutato solo di recente come fonte attendibile (con forti dubbi, peraltro, sulla fedeltà dei discorsi messi in bocca a Pericle), tratteggia il modello di un governante saggio e incorruttibile; Plutarco che nella Vita di Pericle, parallela a quella del romano Quinto Fabio Massimo “il temporeggiatore”, insinua tra molte luci non poche ombre; i poeti comici concordi nel pronunciare caustiche accuse di deriva tirannica e in sostanza allineati ai filosofi, più marcatamente a Platone, con la sua denuncia di presunta demagogia, che non ad Aristotele e ai peripatetici, sostenitori di opinioni contraddittorie. Tali oscillazioni — come mostra Azoulay nei capitoli X, Un lungo purgatorio, e XI, La fabbrica del mito — si perpetuarono in età moderna per effetto di opportunistiche adesioni al cliché di volta in volta conforme all’ideologia dominante.
Pressoché ignorata dal Rinascimento, denigrata da Machiavelli e salvata dal solo Guicciardini, la figura di Pericle conobbe nel Seicento un’eclissi totale. La riscoprirono in positivo la Germania neoclassica di Winckelmann e l’Inghilterra vittoriana, potenza coloniale imperante sui mari. Durante la seconda guerra mondiale, il “mito pericleo” fu paradossalmente strumentalizzato tanto dall’aggressiva propaganda nazista quanto dall’irriducibile orgoglio britannico. Oggi, tra gli studiosi europei e americani, scoccano ancora scintille di segno opposto. E se nei manuali scolastici si è ormai cristallizzato il topos del “secolo di Pericle” e lo statista ateniese sembra diventato un’icona radiosa, l’immaginario contemporaneo (narrativa, cinema, internet) lo ha disinvoltamente rimosso.
Quale, dunque, l’autentica novità del Pericle di Azoulay? L’analisi del complesso rapporto tra i polítai, i cittadini, e il più volte rieletto strategós, il “premier”. Poiché, «lungi dal dirigere Atene come un monarca, Pericle viveva sotto tensione nel contesto di un crescente dominio del demos».

di Marco Beck

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26 maggio 2018

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