Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Stare sul confine
istruzioni per l’uso

· Nell’ultimo volume del vescovo Nunzio Galantino ·

Il nuovo libro di Nunzio Galantino (Sul confine. Incontri che vincono le paure, prefazione di Paolo Ruffini, Milano, Piemme, 2019, pagine 280, euro 18) non è soltanto la silloge dei suoi interventi su “Il Sole 24 ore”, per oltre due anni, ma una vera lezione di metodo per tutti noi, specialmente quando ci si sente “spaesati”, pur vivendo in “confini” geografici, culturali, sociali, religiosi ben determinati. Gli dei, come faceva notare Eraclito di Efeso ad alcuni ospiti stranieri, potrebbero stare dappertutto, anche in cucina; e — quindi — diciamo noi, perfino in un articolo di giornale o nelle pagine di un libro. La frase di Hermann Hesse, scelta per la dedica del volume di Galantino, individua con efficacia la situazione di tutti noi, persone di oggi, che spesso stentiamo a considerare i confini come delle linee unitive, anziché inesorabilmente divisive. L’autore intende, invece, farci apprezzare quanto unisce gli esseri umani al posto di ciò che possa dividerli, che ci confina, nonostante l’elevato tasso di mobilità delle attuali società, ci esclude da altri e certi orizzonti di riferimento e talvolta ci ghettizza mediante antiche e nuove forme di nazionalismi e sovranismi esasperati che, invece di farci riassaporare ideali, valori, sogni, aspirazioni comuni... ci estraniamo, inducendoci a stare da una parte sola “contro” tutte le altre.

Con il suo libro, l’autore intende riportarci al “centro”, in senso geografico, facendoci scoprire che la periferia del mondo intero è intorno a noi, purché riusciamo a essere noi dei “pellegrini” e non soltanto dei “turisti”. Il centro esistenziale potrà essere raggiunto solo realizzando — insiste l’autore — il concetto ormai obliato della rivoluzione moderna: “fraternità”. «Ridotta a orizzonte che evapora in fretta, rendendoci incapace di gesti umani» (pag. 136), la fraternità può diventare l’emblema dell’accettazione del cambiamento, senza paure, rieducando e rieducandoci al “bene comune”. “Al centro” in senso sociale e politico, se si è disponibili a “rammendare” un tessuto sfilacciato dal cinismo, dalla disaffezione al voto, dall’acquiescenza, dall’arroganza e prepotenza di vecchie e nuove mafie, dall’esclusione selettiva di persone, generazioni, condizioni umane. “Al centro” in senso economico, finanziario e imprenditoriale, a patto che ci si opponga a un’economia che non crea occupazione, ignorando le istanze delle persone, riconoscendo, invece, che la terra deve ri-diventare il futuro del Meridione, a patto che lo sviluppo sia «supportato da dinamiche capaci di trasformare in valore non solo economico, ma anche sociale, culturale e collettivo la diversità bioculturale che il Sud ha preservato» (pag. 191).

Tutto ciò questo libro invita a fare, non soltanto attingendo all’arte, al cinema, alla letteratura, all’antropologia culturale che si fonda sulla filosofia (soprattutto alla veneranda nozione di “persona”, che è un dono del cristianesimo alla filosofia e alla teologia), nonché al patrimonio e alle reminiscenze dei propri viaggi nel vicino e nel medio Oriente...; rileggendo per bene il Vangelo, ovvero «senza la presunzione di chi ha già capito tutto» (pag. 23): «Vorrei cioè che certi fatti non ci lasciassero indifferenti, ma ci aiutassero a rivedere il modo di stare insieme» (pagg. 106-107), come dei “mendicanti” di esperienze e soprattutto di buonsenso e di senso. Secondo l’autore, “mendicare” rappresenta il minimo di sopravvivenza: «Mendicanti, sì. Ma... di ciò che ci può far vivere» (ivi), riconoscendoci poveri esistenzialmente e di relazioni, giacché «non sappiamo più chi siamo perché sepolti da bisogni e desideri fittizi» (pag. 28). Occorre, allora, ritrovare il gusto di risalire “insieme con gli altri” sulla “barchetta esistenziale”: «Mi ci vedo con questa barchetta nell’oceano [...] senz’approdo e senza rotta [...]. Se non si rimane soli è più facile non lasciarsi spaventare dal mare in burrasca» (pag. 30).

Fine manifesto di queste avvincenti pagine, è anche quello di assecondare la “riforma” avviata da Papa Francesco. “Riforma”, in età moderna, ha rappresentato il segno linguistico di una scissione nei confini dell’Europa, sì da indurre qualcuno a usare la definizione di “rivoluzione riformata”, piuttosto che di riforma “tout court”. Eppure, insiste Galantino (non senza ricordare nelle ultime pagine le genuine intenzioni di Lutero), forte della sua esperienza di studioso e docente di antropologia filosofica (che ha insegnato per tanti anni in una Facoltà di teologia), la riforma è, soprattutto, il dinamismo intrinseco del Vangelo e del cristianesimo. Alla riforma non fa paura uno sguardo nuovo sulla «gioia della vita familiare» (pag. 39), sul nascere e sul morire, sui sud della nazione e del mondo, sulle pietre di un’antica pieve romanica, su violenze ed abusi esercitati su minori e persone vulnerabili, sul disastro ambientale, sui drammi di coloro che hanno familiari detenuti o ospedalizzati, sui senza fissa dimora per qualificazione etnica o perché dislocati dai terremoti. Più che distribuire patenti di “moralità/immoralità” sui singoli casi eclatanti (il libro si spinge fino al caso del dj Fabo, che ha richiesto, in assenza di una norma deliberata dal parlamento, l’intervento, quasi per “supplenza”, del giudice costituzionale), ci viene suggerito «il tempo di cercare... possibili risposte, prospettive, soluzioni che rappresentino un sostegno reale per chi, afflitto da gravi e inguaribili malattie, vive una sofferenza ancora più reale e concreta» (pag. 51). A una logica che crea nella comunità una “sacca di scarto” giudicando da fuori vite degne e non di essere vissute, l’alternativa non può che essere quella della «responsabilità di riprovarci, insieme, per il bene di tante altre persone che attendono una risposta, un segnale di umanità solidale» (pag. 53).

Cercare significa anche “ricucire”, o anche, come “monaci nella città”, trasfigurare la realtà umana in cui ci è dato di vivere. La stessa Chiesa si ri-configura, per Galantino: «sogno [...] che possa farsi ospite tra gli ospiti [...]. Una Chiesa che accarezza e non giudica» (pag. 93). Non è forse il vecchio, ma sempre nuovo, sogno — per esempio di Terenzio — di ricostruire l’umano, sulla convinzione che se homo sum, nihil humani a me alienum puto? (pag. 221). Davvero, come chiude il libro, «sapersi incamminati, insieme e da parte di tutti verso la realizzazione del “mistero divino della salvezza” penso possa far bene in un momento in cui facciamo tutti fatica a riconoscerci in un progetto comune» (pag. 269). Un comune progetto che slarga gli orizzonti e abbatte i confini. Diceva Fabrizio Caramagna: «Mi piacciono le linee di confine, dove i prati diventano boschi, dove la parola diventa un tocco, dove la preghiera diventa ascolto». Faceva quasi eco alla visione profetica di Tobia, 13,13: «Una luce splendida brillerà sino ai confini della terra:/ nazioni numerose verranno a te da lontano,/ gli abitanti di tutti i confini della terra/ verranno verso la dimora del tuo santo nome,/ portando in mano i doni per il re del cielo». Auguro tanto successo a questo agile e godibile volume che certamente sarà apprezzato da intellettuali e dal popolo.

di Vincenzo Bertolone

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

23 febbraio 2020

NOTIZIE CORRELATE