Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Stanchi di guardare al passato

· La rivoluzione delle avanguardie in mostra a Monaco ·

L’Espace Ravel del Grimaldi Forum, a Monaco, presenta, dal 12 luglio al 6 settembre 2015, la mostra «Da Chagall a Malevič, la rivoluzione delle avanguardie», che raccoglie le opere di grandi artisti, esponenti delle avanguardie in Russia tra il 1905 e il 1930. Questi pittori diedero forma a una modernità senza precedenti, distaccandosi totalmente da quanto noto fino ad allora: Chagall, Malevič, Tatlin, Kandinskij, Popova, Larionov, Gončarova e Rodtčenko sono alcune delle principali figure.

Marc Chagall, «Mosè riceve le tavole della legge» (1950-1952)

Con le loro opere, questi artisti annunciano grandi stravolgimenti nel modo di pensare, di vedere e di rappresentare la realtà. Se l’accademismo è ancora presente, alcuni giovani, sia a Mosca sia a San Pietroburgo, non possono essere soddisfatti di uno sguardo rivolto al passato.

L’arrivo dell’elettricità, delle ferrovie, dell’automobile, di nuovi mezzi di comunicazione crea un nuovo linguaggio. Imporranno una visione che corrisponde a ciò che hanno sotto gli occhi, a ciò che vivono, a ciò che sono. Sorgono nuove idee, con il sentimento che non si potrà più sfuggire ai grandi sconvolgimenti in una società che chiede, anch’essa, di evolversi.

La frattura — tra un mondo compassato, superato, e gli innovatori dell’epoca — è immensa. Nascono diversi movimenti, fuori da ogni convenzione, si creano scuole o correnti che esprimono l’energia e la ricchezza dell’arte all’inizio del xx secolo: impressionismo, cubismo, futurismo, cubo-futurismo, rayonnisme, suprematismo, costruttivismo traducono forme misconosciute di una rappresentazione che tesse legami indispensabili con il proprio tempo.

Il punto di partenza di questo percorso visivo — che segue una presentazione allo stesso tempo cronologica e per movimenti o correnti — coincide con quello dei profondi cambiamenti della società dell’inizio del ventesimo secolo. La Russia tradizionale esiste ancora, artisti come Konchalovsky, Mashkov, Malevič — ai suoi inizi — producono un’opera di stampo classico. Tali artisti, che illustrano una storia legata veramente ai fondamenti della cultura russa, hanno l’intuizione di profondi cambiamenti a venire. Le opere presentate partono dunque dal 1905, data del primo grande cambiamento che avviene nella storia della Russia: si tratta della rivolta della Domenica di sangue a San Pietroburgo. Tutti questi artisti prendono coscienza, appunto, di un mutamento inevitabile che si produrrà nella società e che presto darà origine alla Rivoluzione d’ottobre 1917.

Artisti come Chagall, che è lontano da ogni scuola, esprimono altri sogni. Quest’ultimo parla della tradizione che viene dalla vecchia Russia, mostra immagini diverse, attingendo all’Oriente con colori nuovi. Tali creazioni parlano di un nuovo linguaggio in rapporto a una cultura ebraica posta in primo piano, che fornisce un substrato nuovo a una storia in divenire.

La mostra del Grimaldi Forum mette in luce l'opposizione e complementarietà tra suprematismo e costruttivismo. Lo Stato acquisiva delle opere che utilizzava per permettere alla Russia profonda di scoprire un messaggio rivoluzionario. Ben presto, il potere costituito dirotterà e strumentalizzerà questo messaggio generoso a profitto di un’ideologia le cui motivazioni non corrispondevano alla libertà di linguaggio degli artisti, che comprenderanno finalmente di non poter più esercitare il proprio estro creativo in un ambiente in cui le idee sono imposte dall’alto. Un buon numero di loro lascerà la Russia a partire dagli anni Venti e si stabilirà a Berlino, Parigi e negli Stati Uniti: Larionov, Gončarova, Kandinskij, Chagall, Baronoff-Rossiné.

Di fronte a un’arte russa che diventa più ufficiale e impone la sua visione, gli artisti che rimangono, come Malevič, sono di fatto dei prigionieri. Torneranno a una pittura figurativa, sebbene priva di volto. La morte di Majakovskij nel 1930 (data delle ultime opere presentate), poeta emblematico della rivoluzione, segna la fine di un’avventura eccezionale e singolare, la fine dei sogni e delle utopie.

di Claire Barraut

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

19 aprile 2019

NOTIZIE CORRELATE