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In spirito di collegialità e sinodalità

· La relazione del cardinale arcivescovo di Bombay ·

La prima relazione della seconda giornata dei lavori, venerdì 22, è stata svolta dal cardinale arcivescovo di Bombay sul tema: «“Accountability” (il dover rendere conto) in una Chiesa collegiale e sinodale». Di seguito la traduzione del testo pronunciato in inglese.

Santo Padre, fratelli nell’episcopato, amici in posizioni di responsabilità nella Chiesa,

due giorni fa abbiamo incontrato un gruppo di vittime. Questo incontro mi ha profondamente colpito: mi sono ammutolito, non riuscivo a parlare. Ho percepito la rabbia, la frustrazione, l’impotenza e l’amarezza che provavano. Voglio condividere questo con voi come “retroscena” ai nostri incontri di questi giorni. Ne abbiamo incontrato solo 12, ma ce ne sono decine di migliaia che non abbiamo incontrato. Come rispondere a loro? Come aiutarli? Questa è la nostra sfida.

Cari fratelli vescovi e cari amici, gli abusi sessuali nella Chiesa cattolica e la successiva incapacità di affrontarli in modo aperto, responsabile ed efficace hanno causato una crisi sfaccettata che ha afflitto e ferito la Chiesa, per non parlare di coloro che sono stati abusati. E la Chiesa ferita siamo io e voi: le brave persone che vengono regolarmente a messa; le coppie di anziani, gli studenti nei collegi, i laici che cercano con impegno di essere discepoli missionari del Signore. Sebbene l’esperienza dell’abuso sembri drammaticamente presente in alcune parti del mondo, non è un fenomeno limitato. In effetti, l’intera Chiesa deve assumere un’ottica onesta, intraprendere rigorosi discernimenti e agire in modo decisivo per impedire che si verifichino abusi in futuro, facendo tutto il possibile per favorire la guarigione delle vittime. Questo è il nostro dovere, questa è la nostra sfida.

L’importanza, l’urgenza e la portata universale di questa sfida hanno spinto Papa Francesco a convocarci in questo incontro, sottolineando l’impegno della Chiesa e il suo impegno nell’affrontare tale crisi. Invitando i presidenti delle Conferenze episcopali nazionali, sta evidenziando come la Chiesa debba affrontare questa crisi. Per lui, e per tutti noi riuniti con lui, sarà la via della collegialità e della sinodalità. Con l’aiuto di Dio, sarà possibile modellare e definire il modo in cui l’intera Chiesa, a livello regionale, nazionale, diocesano locale e persino parrocchiale, assumerà il compito di affrontare gli abusi sessuali al suo interno. Pertanto, la sinodalità può essere veramente vissuta incorporando tutte le decisioni e le misure derivanti da ognuno di questi differenti livelli. Lascerò al cardinale Cupich di sviluppare il concetto di sinodalità nella sua prossima relazione.

Permettetemi di inquadrare ciò in una prospettiva personale. Nessun vescovo dovrebbe dire a sé stesso: «Affronto questi problemi e le sfide da solo». Poiché apparteniamo al collegio dei vescovi, in unione con il Santo Padre, condividiamo accountability (il dover rendere conto) e responsabilità, e dobbiamo sentire il supporto vicendevole. Siamo incoraggiati dalla presenza di Pietro, che è con noi. Sia certo, Padre Santo, del nostro appoggio totale, qualsiasi decisione dovesse decidere di prendere. Ma abbiamo anche bisogno di sentire il sostegno tra di noi, come collegio di vescovi. La collegialità è un contesto essenziale per affrontare le ferite di abuso inflitte alle vittime e alla Chiesa in generale. Noi vescovi abbiamo bisogno di tornare spesso all’insegnamento del concilio Vaticano IIper trovarci nella più ampia missione e ministero della Chiesa. Ripensiamo a queste parole della Lumen gentium: «I singoli vescovi, che sono preposti a Chiese particolari, esercitano il loro pastorale governo sopra il popolo di Dio che è stato loro affidato... Ma in quanto membri del collegio episcopale e legittimi successori degli apostoli, per istituzione e precetto di Cristo sono tenuti ad avere per l’intera Chiesa una sollecitudine» (n. 23).

Il punto è chiaro. Nessun vescovo può dire a sé stesso: «Questo problema di abuso nella Chiesa non mi riguarda, perché le cose sono diverse nella mia parte del mondo». «Questo è un problema solo degli Stati Uniti, dell’Europa o dell’Australia». Questo, fratelli e sorelle, non è vero. Oserei dire che ci sono casi in tutto il mondo, anche in Asia, anche in Africa. Ma anche se siamo sinceri, siamo corresponsabili, tutti noi che siamo in questa aula sinodale, questa mattina, siamo corresponsabili nell’affrontare il problema dell’abuso dei minori da parte dei chierici in tutto il mondo. Noi, come un corpo unico, siamo chiamati a esaminarci. Prima di tutto, dobbiamo ammettere l’esistenza dell’abuso sessuale, dobbiamo riconoscere l’inadeguatezza delle misure preventive, dobbiamo chiedere perdono per tutto questo. Dobbiamo impegnarci decisamente a fare in modo che tutto questo non accada mai più nella Chiesa, che potremo avere una Chiesa libera dagli abusi sessuali dei minori. Sarà possibile? Non dovrà mai più essere perché nei nostri ruoli di guida non abbiamo fatto abbastanza. Ognuno di noi è responsabile per l’intera Chiesa. Condividiamo accountability (il dover rendere conto) e responsabilità. La nostra preoccupazione deve estendersi oltre la Chiesa locale per abbracciare tutte le Chiese con le quali siamo in comunione.

Nell’assumere il nostro collegiale e collettivo senso di accountability (il dover rendere conto) e responsabilità, incontreremo inevitabilmente una certa dialettica. Perché la nostra collegialità esprime davvero la varietà e l’universalità del popolo di Dio, ma anche l’unità del gregge di Cristo. C’è, in altre parole, un costante bisogno di apprezzare la grande diversità nell’esperienza vissuta dalle Chiese sparse nel mondo a causa della loro storia, cultura e costumi. Allo stesso tempo, dobbiamo apprezzare e promuovere la nostra unità, la nostra singola missione e il nostro scopo che deve essere «... il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Lumen gentium, 1).

In pratica, questo significa che mentre affrontiamo insieme il flagello dell’abuso sessuale, cioè collegialmente, dobbiamo farlo con una visione singolare e unitaria, nonché con la flessibilità e l’adattabilità che deriva dalla diversità di persone e situazioni nella nostra cura universale.

In questo contesto, dobbiamo poi soprattutto chiederci se viviamo adeguatamente ciò che si intende con i concetti di collegialità e sinodalità. La collegialità e la sinodalità non devono rimanere solo concetti teorici, ampiamente descritti ma non messi in pratica. A questo proposito, vedo ancora un ampio margine di ulteriori sviluppi. Forse potremmo fare progressi, riuscendo a chiarire i seguenti punti.

— Non si può ignorare che nella Chiesa abbiamo avuto difficoltà ad affrontare la questione dell’abuso nel modo giusto, per vari motivi. Anche noi, come vescovi, abbiamo tale responsabilità. Questo mi solleva una domanda: ci impegniamo davvero in una conversazione aperta e segnaliamo onestamente i nostri fratelli preti o i nostri fratelli vescovi quando notiamo che hanno un comportamento problematico? Dovremmo coltivare la cultura della correctio fraterna, senza offendere l’altro, e allo stesso tempo considerando le critiche di un fratello come un’opportunità per eseguire meglio i nostri compiti.

— Strettamente collegato a questo punto è la nostra stessa volontà di ammettere personalmente gli errori l’uno con l’altro e chiedere aiuto, senza voler fingere di essere perfetti. Abbiamo davvero una relazione fraterna, per cui in tali casi non ci dobbiamo preoccupare di danneggiarci, semplicemente perché mostriamo debolezza? Avremo l’umiltà per farlo?

— Per un vescovo, il rapporto con il Santo Padre ha un significato costitutivo. Ogni vescovo è obbligato a obbedire direttamente al Santo Padre e a seguirlo. Dovremmo chiederci onestamente se di conseguenza, talvolta, non pensiamo che la nostra relazione con gli altri vescovi non sia così importante, specialmente se i fratelli hanno un’opinione diversa o sentono il bisogno di correggerci. Forse ignoriamo il contributo dei nostri fratelli, perché in definitiva solo il Papa può darci ordini; la collegialità è quindi facile da ignorare o in questo caso non ha peso rilevante?

— In tali contesti facciamo sempre riferimento a Roma e dovremmo chiederci se un certo centralismo romano non tenga abbastanza conto della diversità nella fratellanza, se le nostre competenze e capacità come pastori responsabili delle Chiese locali non siano usati in modo appropriato, con la conseguente sofferenza di una collegialità vissuta in modo pratico. Se vogliamo, e dobbiamo, rivitalizzare la nostra collegialità, allora abbiamo bisogno anche di un confronto tra la Curia romana e le nostre Conferenze episcopali. Mi chiedo se non sia possibile decentralizzare un po’, fare la gran parte del lavoro a livello episcopale nazionale per quanto riguarda lo studio e l’indagine dei casi. Questo potrebbe garantire una giustizia più veloce. Certo, dobbiamo avere una giurisprudenza uniforme, ma questo potrebbe essere garantito.

Sono convinto che non ci siano alternative reali alla collegialità e alla sinodalità nella Chiesa. Ma prima di esaminare alcune considerazioni pratiche per affrontare gli abusi sessuali da una prospettiva collegiale, cerchiamo di riassumere la sfida che affrontiamo insieme.

La sfida degli abusi sessuali nella Chiesa

L’abuso sessuale di minori e adulti vulnerabili nella Chiesa rivela una complessa rete di fattori interconnessi tra cui, come cause: psicopatologia, decisioni morali peccaminose, ambienti sociali che consentono l’abuso, risposte istituzionali e pastorali spesso inadeguate o chiaramente dannose o mancanza di risposta. L’abuso perpetrato dai chierici (vescovi, sacerdoti, diaconi) e da altri che servono nella Chiesa (ad esempio insegnanti, catechisti, allenatori) si traduce in danni incalcolabili sia diretti che indiretti. Soprattutto, l’abuso infligge danni ai sopravvissuti. Questo danno diretto può essere fisico. È inevitabilmente psicologico, con tutte le conseguenze a lungo termine di ogni grave trauma emotivo legato a un profondo tradimento della fiducia. Molto spesso, è una forma di danno spirituale diretto che scuote la fede e interrompe drasticamente il cammino spirituale di coloro che subiscono abusi, facendoli sprofondare a volte nella disperazione. Alcune delle vittime che abbiamo incontrato hanno detto: «Ho perso la fede nella Chiesa. Ho perso la fede in Dio».

Il danno indiretto dell’abuso deriva spesso da una risposta istituzionale fallita o inadeguata all’abuso sessuale. In questo tipo di risposta indiretta e dannosa ci potrebbe essere: mancato ascolto delle vittime, non prendendo sul serio le loro affermazioni; mancanza di assistenza e sostegno alle vittime e alle loro famiglie, dando invece priorità alle questioni istituzionali piuttosto che alla cura delle vittime; non rimuovere i molestatori da situazioni che potrebbero consentirgli di abusare di altre vittime e non offrire programmi di formazione e screening per coloro che lavorano con bambini e adulti vulnerabili.

Permettetemi di condividere con voi alcune esperienze di interazione con le vittime. Alcuni anni fa incontrai una persona che aveva una posizione di responsabilità molto elevata nel mondo secolare. Era molto amareggiato, non riusciva a perdonare. Pensavo che avesse bisogno di un po’ di consulenza per guarire, abbiamo parlato della faccenda, ma in maniera razionale. Non sono riuscito ad arrivare da nessuna parte. Solo molto tempo dopo mi sono reso conto del danno che dura nel tempo, a volte per tutta la vita, che produce l’abuso sulla persona, sulla psiche di una persona. Ne ho incontrato altri, più giovani: lì sono rimasto scioccato dal fatto che non riuscivano a studiare, erano distratti, si chiudevano, non riuscivano a relazionarsi con le persone di casa... la persona stessa ne usciva distrutta. Fratelli vescovi, fratelli e sorelle, mi rendo conto che sarà difficile rimettere le cose a posto. Dobbiamo avere l’umiltà di riconoscere che facciamo degli errori. Dobbiamo imparare. Impariamo dai nostri errori come fare meglio la prossima volta, come affrontare questi casi in modo migliore, la prossima volta.

Affrontare gli abusi sessuali nella Chiesa rappresenta una sfida complessa e sfaccettata, forse senza precedenti nella storia a causa delle moderne comunicazioni e delle connessioni globali. Ciò rende la collegialità ancora più decisiva nella situazione attuale. Una Chiesa collegiale come dovrebbe rispondere a questa sfida? Se usiamo gli elementi della collegialità come obiettivo per guardare e affrontare la crisi, possiamo forse iniziare a fare qualche progresso, possiamo vedere la strada davanti a noi. Sicuramente, affrontare la crisi non significa una soluzione rapida o definitiva. Avremo bisogno di iniziare coraggiosamente e perseverare fermamente su questa strada, insieme, migliorando continuamente, aiutandoci tra di noi, imparando dai nostri errori, dagli errori che tutti facciamo. Questa è la collegialità.

Per ora, voglio indicare tre temi che considero particolarmente importanti per la nostra riflessione: giustizia, guarigione e pellegrinaggio.

Giustizia

L’abuso sessuale, in particolare dei minori, è radicato in un ingiusto senso di diritto: «Posso rivendicare questa persona per il mio uso e abuso». Magari l’abusatore non ha nemmeno pensato in questi termini, inizialmente, ma gradualmente è subentrata questa mentalità. Questo l’abbiamo sentito nelle testimonianze. Sebbene l’abuso sessuale sia molte cose, tra cui violazione e tradimento della fiducia, alla radice è un atto di grave ingiustizia. Le vittime sopravvissute parlano del loro sentimento di essere ingiustamente violati. Un compito fondamentale che appartiene a tutti noi, individualmente e collegialmente, è di ridare giustizia a coloro che sono stati violati. Ci sono più livelli di lavoro in questo processo di risanamento.

L’abuso sessuale di minori e persone vulnerabili non solo infrange la legge divina ed ecclesiastica, ma è anche un comportamento criminale pubblico. La Chiesa non vive in un mondo isolato di sua creazione. La Chiesa vive nel mondo e con il mondo. Coloro che si sono resi colpevoli di un comportamento criminale sono giustamente responsabili nei confronti dell’autorità civile per quello che hanno fatto. Sebbene la Chiesa non sia un agente dello stato, essa tuttavia riconosce l’autorità legittima della legge civile e dello stato. Pertanto, la Chiesa collabora pienamente con le autorità civili in tali contesti per rendere giustizia ai sopravvissuti e all’ordine civile.

Le complicazioni derivano quando vi sono relazioni antagoniste tra la Chiesa e lo stato o, ancor più drammaticamente, quando — come accade in alcuni paesi — lo stato perseguita o è pronto a perseguitare la Chiesa. Questo tipo di circostanze sottolinea l’importanza della collegialità. Solo in una rete di forti relazioni tra i vescovi e le Chiese locali che lavorano insieme, la Chiesa può navigare nelle acque turbolente del conflitto con lo stato e, allo stesso tempo, affrontare in modo appropriato il crimine degli abusi sessuali. C’è un doppio bisogno che solo la collegialità può affrontare: la necessità di una saggezza condivisa e la necessità di un incoraggiamento di supporto. In quanto “collegio” dobbiamo promuovere la giustizia, riparare i danni e fare in modo che ci sia giustizia.

Guarigione

Oltre a difendere la giustizia, una Chiesa collegiale rappresenta la guarigione. Certamente, quella guarigione deve raggiungere le vittime degli abusi. Deve anche estendersi ad altre persone colpite, incluse le comunità la cui fiducia è stata tradita o severamente messa alla prova.

Perché una guarigione avvenga in modo efficace, deve esserci una comunicazione chiara, trasparente e coerente da parte di una Chiesa collegiale alle vittime, ai membri della Chiesa e alla società in generale. In una situazione come questa, sono così tante le persone che hanno bisogno di guarigione: prima di tutto le vittime, e questa dev’essere la nostra prima preoccupazione; ma poi la famiglia, la comunità, la parrocchia. Poi c’è anche il perpetratore, e la sua famiglia, la sua parrocchia, il suo presbiterio. L’immensità di questo male, gli effetti sono così vasti! In quella comunicazione, la Chiesa offre diversi messaggi.

Il primo messaggio, rivolto in particolare alle vittime, è una solidarietà rispettosa e il riconoscimento onesto del loro dolore e della loro sofferenza. Sebbene ciò sembrerebbe ovvio, non è sempre stato manifestato. Ignorare o minimizzare ciò che le vittime hanno sperimentato esaspera il loro dolore e ritarda la loro guarigione. All’interno di una Chiesa collegiale, possiamo unirci nella considerazione e nella compassione per giungere alla comprensione. Come ho detto parlando degli incontri che ho avuto io, sono convinto del fatto che noi non comprendiamo appieno il dolore che stanno vivendo. Non dobbiamo mai nemmeno pensare di sminuirlo.

Il secondo messaggio deve essere una proposta per guarire. Esistono molti percorsi per la guarigione, dalla consulenza professionale al supporto di gruppi di coetanei, e altri mezzi. In una Chiesa collegiale, possiamo esercitare la nostra immaginazione e sviluppare questi percorsi di guarigione per indicarli anche a coloro che stanno facendo del male.

Un terzo messaggio importante è identificare e attuare misure per proteggere i giovani e le persone vulnerabili dagli abusi futuri, le misure preventive. Ancora una volta, ci vuole una saggezza collettiva e un pensiero condiviso per sviluppare il modo di proteggere i giovani ed evitare la tragedia degli abusi. Ciò può accadere in una Chiesa collegiale che si assume la responsabilità per il futuro e nella quale si fanno insieme programmi per il futuro.

Un quarto e ultimo messaggio è diretto alla società in generale. Il nostro Santo Padre ha saggiamente e correttamente affermato che l’abuso è un problema umano. Non è, naturalmente, limitato alla Chiesa. In realtà, è una realtà pervasiva e dolorosa che si riscontra in ogni ambito dell’esistenza. Da questo momento particolarmente impegnativo nella vita della Chiesa, in un contesto collegiale, possiamo attingere e sviluppare risorse di grande utilità per un mondo più vasto. La grazia di questo momento può effettivamente essere la nostra capacità di prestare servizio a una grande urgenza nel mondo, dal punto di vista della nostra esperienza nella Chiesa. Nel corso della Storia, la Chiesa spesso si è trovata in prima linea nella difesa dei valori: la difesa dei diritti umani, dei diritti dei migranti, i diritti delle donne, quelli della famiglia, i diritti dei poveri. La Chiesa non potrebbe diventare un modello e quindi essere in prima linea nella protezione dei diritti dei bambini? E questo non riuscirebbe a influenzare l’intera società?

Pellegrinaggio

Dal momento in cui affrontiamo la tragedia degli abusi sessuali nella Chiesa, dal momento in cui incontriamo la sofferenza delle vittime, non siamo mai più consapevoli del nostro status di popolo pellegrino di Dio. Sappiamo che non siamo ancora arrivati a destinazione. Siamo consapevoli che il nostro viaggio non è stato un percorso rettilineo. Il Concilio Vaticano IIha espresso bene tale concetto nella Lumen gentium: «Già dunque è arrivata a noi l’ultima fase dei tempi. La rinnovazione del mondo è irrevocabilmente acquisita e in certo modo reale è anticipata in questo mondo: difatti la Chiesa già sulla terra è adornata di vera santità, anche se imperfetta. Tuttavia, fino a che non vi saranno i nuovi cieli e la terra nuova, nei quali la giustizia ha la sua dimora, la Chiesa peregrinante nei suoi sacramenti e nelle sue istituzioni, che appartengono all’età presente, porta la figura fugace di questo mondo; essa vive tra le creature, le quali ancora gemono, sono nel travaglio del parto e sospirano la manifestazione dei figli di Dio» (n 48).

Essere il popolo pellegrino di Dio non significa semplicemente che abbiamo uno status incompleto, anche se è proprio così. Essere il popolo pellegrino di Dio significa che siamo una comunità chiamata al continuo pentimento e al continuo discernimento. Siamo una Chiesa pellegrina che impara dai propri errori, che costantemente cerca di migliorare, di essere fedele al Vangelo. Tutti noi facciamo errori e dobbiamo imparare da loro. La compiacenza di sé, pensare di essere arrivati e che tutto va bene è il peggior nemico della crescita nella spiritualità, la crescita nella santità, la crescita nella pienezza. Dobbiamo pentirci e farlo insieme collegialmente, perché lungo il cammino abbiamo fallito. Dobbiamo cercare il perdono. Dobbiamo essere in un processo di discernimento continuo. In altre parole, insieme o collegialmente, dobbiamo guardare, aspettare, osservare e scoprire la direzione che Dio ci sta indicando nelle circostanze del nostro tempo. C’è molto davanti a noi. Con l’evolversi della crisi degli abusi, siamo venuti a sapere che non esiste una soluzione facile o rapida. Siamo sintonizzati per andare avanti, passo dopo passo e insieme. Ciò richiede discernimento.

Conclusione

Recentemente, in un contesto molto diverso, i vescovi del Congo si sono riuniti e hanno agito collegialmente. Con grande coraggio e determinazione, hanno affrontato le sfide sociali e politiche della loro nazione. Lo hanno fatto non uno a uno, ma insieme, collegialmente. Con il sostegno reciproco e condiviso, hanno reso una testimonianza sul significato della collegialità vissuta e sulla sua efficacia.

Nel riflettere sulla crisi degli abusi che ha afflitto la Chiesa e che la affligge, faremmo bene a trarre esempio dai vescovi del Congo e a riconoscere il potere della collegialità e dell’unità nell’affrontare le questioni più difficili che ci attendono.

Per consentirci di andare avanti con un chiaro senso di accountability (il dover rendere conto) e responsabilità in un contesto di collegialità, ci sono — come vedo — almeno quattro requisiti che sottopongo alla vostra considerazione.

Per assumere la collegialità, al fine di affrontare la nostra accountability (il dover rendere conto) e responsabilità, dobbiamo:

— rivendicare, o meglio reclamare, la nostra identità nel collegio apostolico unito al successore di Pietro, e dobbiamo farlo con umiltà e franchezza;

— invocare coraggio e audacia, perché il percorso non è tracciato con grande precisione ed esattezza;

— abbracciare la via del discernimento pratico, perché vogliamo realizzare ciò che Dio vuole da noi nelle circostanze concrete della nostra vita;

— essere disposti a pagare il prezzo di seguire la volontà di Dio in circostanze incerte e dolorose.

Prima di tutto, dobbiamo avere l’umiltà di ammettere che non siamo perfetti. Non abbiamo tutte le risposte, non abbiamo tutta la saggezza. Ascoltiamo la Chiesa, ascoltiamo anche i nostri fedeli laici che pregano per noi, ci consigliano e ci sostengono nei nostri sforzi di rendere la Chiesa quello che dovrebbe essere: il sacramento di Cristo.

Ho iniziato riportando affermazioni delle vittime — vorrei finire nello stesso modo. Per me è stata consolazione quando dissi a una vittima: «Ti prego, non smettere di amare la Chiesa». La risposta è stata consolante: «Non posso smettere di amarla. Farò tutto quello che posso per la Chiesa: è la mia famiglia».

Quindi, per concludere: se facciamo queste cose, saremo in grado di andare avanti collegialmente su un percorso di accountability (il dover rendere conto) e responsabilità. Dobbiamo accettare i nostri errori. Ma considerate che tutte queste azioni non sono semplicemente le nostre azioni, sono opera dello Spirito Santo: rivendicare l’identità, sapere chi siamo, vivere con coraggio e forza d’animo, saper discernere ed essere generosi nel servizio. Quindi, che l’ultima parola sia Veni, Sancte Spiritus, veni. Grazie.

di Oswald Gracias

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17 ottobre 2019

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