Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Spira Mirabilis

· ​Un film dedicato alla storia secolare della cattedrale di Milano ·

Milano è una cozza era il titolo bizzarro e provocatorio di una raccolta di racconti, pubblicata qualche anno fa da Guerini e associati; ma la città Milano — anzi, il suo monumento simbolo, il Domm come lo chiamano i lombardi — può essere vista anche come una conchiglia in sentire la risacca dell’eterno. È questa l’immagine che ha ispirato Massimo D’Anolfi e Martina Parenti durante le riprese e il montaggio del film documentario L’infinita Fabbrica del duomo, che viene proiettato l’11 luglio, alle 20.30, all’interno della cattedrale.

Presentato in anteprima al sessantottesimo Festival del film di Locarno, è un racconto per immagini dedicato ai secoli di lavoro che hanno edificato e conservato il duomo di Milano, un omaggio alla schiera di marmisti, carpentieri, muratori, fabbri, restauratori e orafi che ogni giorno dal 1387 a oggi dedicano energia, impegno e abilità tecnica a questo cantiere ancora aperto. Per più di un anno i registi hanno vissuto spalla a spalla con gli operai e il personale della Veneranda fabbrica. «Da tempo pensavamo a un film sul duomo — spiegano D’Anolfi e Parenti — questo è il primo capitolo di un lavoro sui quattro elementi e sull’idea di immortalità, un progetto che abbiamo chiamato Spira Mirabilis e in cui L’infinita fabbrica del duomo rappresenta la terra. Abbiamo voluto rappresentare la tensione verso l’infinito, inteso come immortalità. Incarna una forma di architettura che forse oggi non esiste più: è stato progettato quando i monumenti si facevano perché durassero per sempre».
Durante le riprese, continuano i registi, il film ha preso la sua direzione ed è diventato il racconto del rapporto tra il molto piccolo e il molto grande, tra il passato remoto e il “non-tempo” dell’eterno. Nelle primissime immagini del documentario lo sguardo dello spettatore viene catturato da un vecchio olmo, perché «l’albero è una grande opera architettonica naturale — continuano D’Anolfi e Parenti — sta a metà tra il tempo breve delle nostre vite e il tempo lungo della natura. Metterlo all’inizio è un modo per avvicinarsi immediatamente al tempo grande, quello della storia di cui in quanto umani non potremo mai fare parte». Del resto il duomo è una costruzione che va avanti da secoli, viene continuamente rifatta e richiede manutenzione continua. Le persone che vi lavorano sanno che non “possederanno” mai il risultato finale. «Il nostro è soprattutto un film sul tempo — spiegano i due registi — il duomo in genere si attraversa e si conosce nelle ore del giorno, che si sia turisti, fedeli o anche lavoratori. Raccontarlo di notte ci è sembrata la condizione più particolare e nuova che potessimo scegliere: lo mostriamo come nessuno lo vede mai. Ci siamo chiesti: cosa succede là dentro quando viene chiuso? E abbiamo scoperto un silenzio potente, forse il momento in cui c’è la maggiore spiritualità».  

di Silvia Guidi

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

19 novembre 2018

NOTIZIE CORRELATE