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Spesso
mi arriva una rosa

· ​Intervista di Papa Francesco a «Paris Match» ·

Papa Francesco è solo e viene verso di me sorridendo. Gli presento Marc Brincourt, caporedattore fotografico ed Eric Vandeville, con la macchina fotografica digitale tra le mani. Affabile, il Santo Padre pronuncia qualche parola in francese e ci invita a seguirlo in una piccola sala che dà su un cortile interno. Ho un fiume di domande. Questo Papa è carismatico, il suo timbro di voce mite, rassicurante, e il suo modo di parlare italiano con dei giri di frase spagnoli rendono rari questi momenti, tanto spontanei quanto singolari. Venerdì 9 ottobre resterà una data impressa nella mia memoria.

Santo Padre, come sta?

Bene. Ma, come lei sa, i viaggi sono comunque molto faticosi e in questo momento, con il Sinodo dei vescovi, mi resta pochissimo tempo per il resto...

Lei è appena rientrato da un lungo viaggio. Perché non era mai andato negli Stati Uniti?

I viaggi che ho fatto sono stati motivati da riunioni legate ai miei incarichi come maestro dei novizi, provinciale, rettore delle facoltà di filosofia e di teologia, vescovo. Nessuna di quelle riunioni, congressi, sinodi si è tenuta negli Stati Uniti, ed è questo il motivo per cui non ho avuto l’occasione di visitare prima questo paese.

Il 18 ottobre, durante il sinodo sulla famiglia, canonizzerà il padre e la madre di santa Teresa di Lisieux. Perché proprio loro?

Louis e Zélie Martin, i genitori di santa Teresa del Bambino Gesù, sono una coppia di evangelizzatori, che durante tutta la loro vita hanno testimoniato la bellezza della fede in Gesù. Tra le mura domestiche e fuori. È noto quanto la famiglia Martin fosse accogliente e aprisse la sua porta e il suo cuore, nonostante a quel tempo una certa etica borghese, con la scusa del “decoro”, disprezzasse i poveri. Loro due, insieme alle cinque figlie, dedicavano energie, tempo e denaro all’aiuto di chi si trovava nel bisogno. Sono certamente un modello di santità e di vita di coppia.

Perché lei, che è argentino, ha una tale devozione verso una delle nostre sante più popolari, Teresa di Lisieux?

È una delle sante che più ci parla della grazia di Dio e di come Dio si prenda cura di noi, ci prenda per mano e ci permetta di scalare agilmente la montagna della vita se solo ci abbandoniamo totalmente a lui, ci lasciamo “trasportare” da lui. La piccola Teresa aveva compreso, nella sua vita, che è l’amore, l’amore riconciliatore di Gesù, a muovere le membra della sua Chiesa. Questo mi insegna Teresa di Lisieux. Mi piacciono anche le sue parole contro lo «spirito di curiosità» e le chiacchiere. A lei, che si è lasciata semplicemente sostenere e trasportare dalla mano del Signore, chiedo spesso di prendere nelle sue mani un problema che ho di fronte, una questione che non so come andrà a finire, un viaggio che devo affrontare. E le chiedo, se accetta di custodirlo e di farsene carico, di inviarmi come segno una rosa. Molte volte mi capita poi di riceverne una...

È l’amore di san Francesco d’Assisi per la natura e la causa dell’ecologia che le hanno fatto scegliere il suo nome?

Non ci avevo pensato prima. Più ancora e prima ancora del messaggio di san Francesco sulla custodia del creato, a muovermi in quel momento è stato il suo vivere la povertà evangelica. Quando in conclave era stata ormai raggiunta la soglia dei voti necessari per l’elezione, il cardinale Cláudio Hummes, un amico, che era seduto vicino a me, mi ha abbracciato e mi ha detto di non dimenticarmi dei poveri. Poi ho pensato anche al mondo dilaniato da tante guerre e violenze. Francesco con la sua testimonianza è stato un uomo di pace. Nell’enciclica Laudato si’, che inizia con le parole del Cantico delle creature, ho cercato di mostrare quali legami profondi esistano tra l’impegno per sradicare la povertà e la cura del creato. Bisogna lasciare ai nostri figli e nipoti una terra vivibile e impegnarsi a costruire una pace vera e giusta nel mondo.

Lei è il Papa di un’epoca che si deve confrontare con vasti sconvolgimenti climatici. Quale sarà il suo messaggio per la conferenza internazionale di Parigi sul clima?

Il cristiano è realista, non catastrofista. Proprio per questo, però, non possiamo nasconderci un’evidenza: l’attuale sistema mondiale è insostenibile. Spero davvero che il vertice possa contribuire a scelte concrete, condivise e lungimiranti, per il bene comune. Servono nuove modalità di sviluppo perché possano crescere e vivere dignitosamente le tante donne, i tanti uomini, i tanti bambini che oggi soffrono per la fame, lo sfruttamento, le guerre, la mancanza di lavoro. Servono nuove modalità condivise per mettere fine allo sfruttamento indiscriminato del nostro pianeta. La nostra casa comune è inquinata, si sta deteriorando, c’è bisogno dell’impegno di tutti. Dobbiamo proteggere l’uomo dall’autodistruzione.

Come fare?

L’umanità deve rinunciare a idolatrare il denaro e rimettere al centro la persona umana, la sua dignità, il bene comune, il futuro delle generazioni che popoleranno la terra dopo di noi. Altrimenti i nostri discendenti saranno costretti a vivere su cumuli di macerie e di sporcizia. Dobbiamo coltivare e proteggere il dono che ci è stato fatto, non sfruttarlo in modo sconsiderato. Dobbiamo prenderci cura di chi non ha il necessario per vivere e cominciare ad attuare riforme strutturali che rendano il mondo più giusto. Rinunciare a egoismo e avidità per vivere tutti un po’ meglio.

La Nasa ha annunciato lo scorso luglio la scoperta di un pianeta dalle dimensioni simili a quelle terrestri, Kepler 452 B, che assomiglia alla Terra. Ci saranno altrove altri esseri pensanti?

Non saprei davvero come risponderle: finora le conoscenze scientifiche hanno sempre escluso che vi sia traccia di altri esseri pensanti nell’universo. È vero, finché non venne scoperta l’America noi pensavamo che non esistesse, e invece esisteva. Ma in ogni caso credo che ci si debba attenere a quanto ci dicono gli scienziati, pur sempre coscienti che il Creatore è infinitamente più grande delle nostre conoscenze. Quello di cui sono certo è che l’universo, e il mondo in cui noi abitiamo, non è il frutto del caso né del caos, ma di un’intelligenza divina, dell’amore di un Dio che ci vuole bene, ci ha creati, ci ha voluti e non ci lascia mai soli. Quello di cui sono certo è che Gesù Cristo, il figlio di Dio, si è incarnato, è morto sulla croce per salvare noi uomini dal peccato, ed è risorto vincendo la morte.

Crede che paesi come la Francia, che accolgono un gran numero di cristiani, possano un giorno aiutare le comunità d’oriente minacciate dall’islamismo a ritornare nei loro paesi?

Quanto sta accadendo sotto gli occhi di tutti è una tragedia umanitaria, che ci interpella. Per noi cristiani restano imprescindibili le parole di Gesù che ci ha invitato a vederlo nei poveri e nei forestieri bisognosi di aiuto. Ci ha detto che ogni gesto di solidarietà verso di loro è un gesto verso di lui. Ma nella sua domanda lei tocca un tema importantissimo: non possiamo rassegnarci al fatto che queste comunità, che oggi sono minoritarie nelle regioni mediorientali, debbano lasciare le loro case, le loro terre, le loro occupazioni. I cristiani sono cittadini a pieno titolo di quei paesi, sono presenti come seguaci di Gesù da due millenni, pienamente inseriti in quei contesti culturali, nella storia dei loro popoli. Abbiamo il dovere umano e cristiano di agire di fronte all’emergenza. Non possiamo però dimenticare le cause che l’hanno provocata, far finta che non esistano. Chiediamoci perché tanta gente fugge, quali sono le cause di tante guerre e di tanta violenza. Non dimentichiamo chi fomenta l’odio e la violenza, e anche chi specula sulle guerre, come i trafficanti di armi. E non dimentichiamo neppure l’ipocrisia di quei potenti della terra che parlano di pace ma poi, sottobanco, vendono le armi.

Al di là dell’assistenza immediata cosa si può fare per i rifugiati?

Si può cercare di risolvere questo dramma solo guardando lontano. Agendo per favorire la pace. Lavorando concretamente per risolvere le cause strutturali della povertà. Impegnandosi per costruire modelli di sviluppo economico che abbiano al centro l’uomo e non il denaro. Operando perché la dignità di ogni uomo, di ogni donna, di ogni bambino, di ogni anziano sia sempre rispettata.

Capitalismo e profitto sono parole diaboliche?

Il capitalismo e il profitto non sono diabolici se non si trasformano in idoli. Non lo sono se rimangono strumenti. Se invece domina l’ambizione sfrenata di denaro, e il bene comune e la dignità degli uomini passano in secondo o in terzo piano, se il denaro e il profitto a ogni costo diventano un feticcio da adorare, se l’avidità è alla base del nostro sistema sociale ed economico, le nostre società sono destinate alla rovina. Gli esseri umani e l’intero creato non devono essere al servizio del denaro: le conseguenze di quando sta accadendo sono sotto gli occhi di tutti!

Il giubileo della misericordia comincerà l’8 dicembre. Come le è venuta l’idea?

Da Paolo VI in poi la Chiesa ha posto sempre più l’accento sul riferimento alla misericordia. Durante il pontificato di san Giovanni Paolo II, questo accento si è espresso con ancora più forza: l’enciclica Dives in misericordia, l’istituzione della festa della Divina misericordia, la canonizzazione di santa Faustina Kowalska. Prolungando questa linea, riflettendo e pregando, ho pensato che sarebbe stato bello proclamare un anno santo straordinario, il giubileo della misericordia.

Il formidabile entusiasmo di cui lei è oggetto potrà contribuire a risolvere la crisi mondiale?

In questi delicati campi l’azione del Papa e della Santa Sede prescinde dal grado di simpatia che in questo o in quel momento suscitano le persone. Cerchiamo di favorire con il dialogo la soluzione dei conflitti e la costruzione della pace. Cerchiamo instancabilmente vie pacifiche e negoziali per risolvere le crisi e i conflitti. La Santa Sede sulla scena internazionale non ha interessi da difendere, ma agisce attraverso tutti i suoi possibili canali per favorire l’incontro, il dialogo, processi di pace, il rispetto dei diritti umani. Con la mia presenza in paesi come l’Albania e la Bosnia ed Erzegovina ho cercato di incoraggiare esempi di convivenza e collaborazione tra uomini e donne di diverse fedi religiose per il superamento delle ferite lasciate aperte dai recenti tragici conflitti. Non faccio progetti né mi occupo di strategie di politica internazionale: sono cosciente che la voce della Chiesa in tante occasioni e situazioni è una vox clamantis in deserto, voce di uno che grida nel deserto. Credo però che proprio la fedeltà al Vangelo ci chieda di essere costruttori di ponti e non di muri. Non bisogna esagerare sul ruolo del Papa e della Santa Sede. Quello che è accaduto tra Stati Uniti e Cuba ne è un esempio: abbiamo soltanto cercato di favorire la volontà di dialogo presente nei responsabili dei due Paesi. E soprattutto abbiamo pregato.

Come fa a conservare la sua semplicità e il suo rigore di gesuita dopo aver celebrato a Manila una messa davanti a sette milioni di fedeli e a centinaia di milioni di telespettatori?

Quando un sacerdote celebra la messa è certamente davanti ai fedeli ma innanzitutto è davanti al Signore. Comunque, più si è davanti alle folle, più bisogna essere sempre coscienti della nostra piccolezza, del nostro essere «servi inutili», come ci domanda Gesù. Chiedo ogni giorno la grazia di poter essere segno che rimanda alla presenza di Gesù, testimonianza del suo abbraccio di misericordia. Per questo qualche volta quando sento gridare «viva il Papa!», invito a dire «viva Gesù!». Da cardinale Albino Luciani, di fronte agli applausi, ricordava: «Voi credete che l’asinello cavalcato da Gesù mentre entrava in Gerusalemme tra gli “osanna” potesse pensare che questa accoglienza fosse rivolta a lui?». Ecco, il Papa, i vescovi, i sacerdoti, tengono fede alla loro missione se sanno essere quell’asinello e aiutano a far vedere il vero protagonista, sempre coscienti che se oggi ci sono gli “osanna” domani possono arrivare i “crocifiggilo!”.

Qual è l’eredità più preziosa che ha ricevuto dalla Compagnia di Gesù?

Il discernimento caro a sant’Ignazio, la quotidiana ricerca per meglio conoscere il Signore e seguirlo sempre più da vicino. Cercare di fare ogni cosa della vita quotidiana, anche le più piccole, con il cuore aperto a Dio e agli altri. Cercare di avere lo stesso sguardo di Gesù sulla realtà e di mettere in pratica i suoi insegnamenti giorno dopo giorno e nei rapporti con le persone.

Cosa pensa di quello che scriveva Béranger, un autore francese dell’Ottocento, sui gesuiti: «Uomini neri, da dove uscite? Usciamo da sottoterra, mezzi volpe, mezzi lupo, la nostra regola è un mistero, siamo i figli di Loyola»?

È veramente audace scriverlo! E forse addirittura astuto [Papa Francesco ride].

Oltre due secoli fa i gesuiti sono stati espulsi dalla Cina. Oggi la Cina è sparita dal suo pensiero?

No, assolutamente! La Cina è nel mio cuore. È qui [si batte il petto]. Sempre.

Immagina veramente di poter un giorno andare in una pizzeria romana o di prendere l’autobus vestito come un semplice prete?

Non ho abbandonato del tutto il clergyman nero sotto la tonaca bianca! Mi piacerebbe certo poter girare ancora per strada, per le strade di Roma, che è una città bellissima. Sono sempre stato un prete di strada. Gli incontri più importanti di Gesù e la sua predicazione sono avvenuti per strada. Certo mi piacerebbe tanto andare a mangiare una buona pizza con degli amici. Ma so che non è così facile, quasi impossibile. Quello che non mi manca mai è il contatto con la gente. Ne incontro tantissima, molta di più rispetto a quando ero a Buenos Aires, e questo mi dà molta gioia! Quando abbraccio le persone che incontro, so che è Gesù a tenermi tra le sue braccia.

di Caroline Pigozzi

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