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Sperare ancora
in mezzo al tumulto

· Una risposta alla fragilità psichica dell’occidente di fronte alla violenza ·

Con il ritorno del terrorismo e della guerra, i «discorsi sulla guerra» si moltiplicano, fino a produrre una scoraggiante cacofonia. Ci spiacerebbe aggiungere un’analisi a questa superfluità di “raccomandazioni”. Ci limitiamo quindi a ricordare due elementi che, riflettendoci bene, ci danno un motivo per sperare. Persino in mezzo a simili abomini. Lo scrivo senza il minimo buonismo. 

Persone riunite davanti al memorial effimero per le vittime della strage del Bataclan

Constatiamo innanzitutto che, da settant’anni, noi europei ci eravamo abituati a considerare la pace come la condizione naturale di una società. Di fatto, se si escludono le — ormai lontane — guerre coloniali degli anni cinquanta e sessanta e le tragiche ma brevi atrocità nell’ex-Jugoslavia tra il 1992 e il 1995, è da sette decenni che l’Europa non conosce la guerra sul proprio suolo.
Improvvisamente, con l’Ucraina, la Siria, l’Iraq e il jihadismo omicida in mezzo a noi, varie tragedie intricate ci riportano con i piedi per terra. La violenza, soprattutto quella bellica, ridiviene brutalmente quel che è: una componente “naturale” delle nostre società, a cui il filosofo cristiano René Girard ha dedicato l’intera sua opera. Diciamolo chiaramente, abituati alla pace qui da noi, abbiamo finito col pensare che fosse la condizione naturale di una società. Girard ci ricorda che, proprio al contrario, è la violenza a essere effettivamente la condizione “naturale” del mondo, e che va dunque contenuta, combattuta (anche in noi stessi), scongiurata, “guardata a vista”.
Questo ritorno della guerra in Europa ha preso alla sprovvista i dirigenti del vecchio continente. Questi hanno a volte esitato nelle loro prime reazioni, che sono state disordinate. Invece di rassicurare i cittadini, hanno a volte — involontariamente — contribuito a spaventarli ancora di più (come ha fatto la grande stampa che si è messa ad annunciare dappertutto che era iniziata «la terza guerra mondiale»). Da lungo tempo, abbiamo “disimparato” a pensare la guerra al fine di fronteggiarla. Tutto ciò ha permesso che venisse alla luce l’incredibile vulnerabilità delle nostre società. 

di Jean-Claude Guillebaud

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19 agosto 2019

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