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​Speranze per una pace giusta e prospera

· ​Nell’intervista al cardinale arcivescovo di Sarajevo ·

«Questo Paese, dopo la dura e sanguinosa guerra, non è ancora guarito dalle ferite profonde. Anche se il conflitto si è fermato, non si è creato uno stato di diritto in grado di difendere ogni identità personale, religiosa ed etnica. Le grandi potenze che avevano imposto l’Accordo di Dayton hanno lasciato ai politici locali l’incarico di costruire il futuro; ma questi sono rimasti solo osservatori. Ciò non potrà mai portare a una pace stabile, giusta e prospera». Non mostra troppo ottimismo il cardinale Vinko Puljić, arcivescovo di Vrhbosna, Sarajevo, presentando la situazione della Bosnia ed Erzegovina. Ma speranza sì, tanta. Una speranza che oggi ha il volto di Papa Francesco. Dopo l’Albania, con il viaggio a Tirana, il Pontefice ha infatti scelto nuovamente di entrare in Europa da un’altra periferia, da un altro Paese balcanico in cui i musulmani sono il 40 per cento della popolazione. Domani, sabato, sarà proprio a Sarajevo, città con una storia recente drammatica, dilaniata da quasi quattro anni di guerra tra il 1992 e il 1996, stretta in un lungo e sanguinoso assedio, alla cui fine si contarono dodicimila morti e cinquantamila feriti.

«L’annuncio della visita — spiega il porporato — ha posto la Bosnia ed Erzegovina al centro dell’attenzione dei media mondiali. In tal modo i politici nazionali ed esteri hanno iniziato seriamente a interessarsi a questo Paese e a cercare soluzioni. Perciò la gente comune è molto grata al Papa per il gesto di dedizione paterna, che si manifesterà con la sua visita come pellegrino di pace e sostenitore del dialogo».

di Gaetano Vallini

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22 luglio 2019

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