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Speranze di democrazia

· Sulla scia della primavera araba ·

Nel 2011 le proteste iniziate in Tunisia — con la rivoluzione dei gelsomini — hanno avuto un effetto domino che si è propagato ad altri Paesi dell’universo arabo generando una svolta e iniziando il lungo e difficile cammino verso la democrazia, anche se è vero che ogni Paese ha compiuto un percorso diverso e particolare. Dalla primavera araba all’autunno elettorale: la grande affluenza alle urne in Tunisia, Marocco ed Egitto — dove le operazioni di voto si sono svolte sostanzialmente nella calma — ha dato il segno della grande voglia di partecipazione. E i risultati delle consultazioni che hanno registrato la vittoria dei partiti islamico moderati (il Partito Ennhadha, in Tunisia, il Partito giustizia e sviluppo in Marocco, e, dai primi dati della maratona elettorale, il Partito libertà e giustizia, braccio politico dei Fratelli musulmani, in Egitto) è comprensibile in quanto era inevitabile che leader religiosi islamici avessero un forte peso nelle elezioni in Paesi in cui la gente è abituata ad ascoltarli dopo tanti anni di regime.

Resta però alta la tensione in Egitto proprio nel fronte musulmano, dove il Partito libertà e giustizia ha assicurato di rappresentare un islam moderato, prendendo le distanze dai fondamentalisti salafiti di Al Nour che li seguono nello spoglio dei primi dati (il processo elettorale iniziato il 28 novembre si concluderà nel marzo del 2012). Il Consiglio supremo delle forze armate, pur esprimendo rispetto per i manifestanti di piazza Tahrir, ha detto che essi «non rappresentano il popolo egiziano».

«Le rivoluzioni democratiche come quelle in Tunisia, Egitto e Libia e quelle ancora in corso in Siria e nello Yemen, sono imbevute di spirito imprenditoriale» ha sostenuto il vice presidente statunitense, Joe Biden, in missione in Turchia. L’importanza della libertà che ha generato la primavera araba, attraverso le elezioni, sta ridisegnando la sponda sud del Mediterraneo. Ma al tempo stesso bisogna anche riflettere attentamente sulla nozione di democrazia, in quanto essa non può essere appiattita soltanto con il rito delle elezioni, che rappresentano solo un primo passo nella svolta liberale. È solo l’inizio di un cammino, molte cose restano da fare.

Anche nello Yemen si è registrata una svolta storica: il presidente Ali Abdullah Saleh, dopo 33 anni di potere, ha firmato, il 23 novembre a Riad, un accordo di transizione che — sulla base di una proposta dei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo persico (Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Oman, Qatar e Bahrein) — ha determinato il trasferimento dei poteri al suo vice, Abd Rabbo Mansour Hadi. Nominato premier il capo dell’opposizione parlamentare Mohamed Basindawa che ha raggiunto un accordo per formare un nuovo Governo. Dopo dieci mesi di proteste di piazza a San’a e in altre città dello Yemen è il momento della riconciliazione e bisogna evitare che gli episodi di violenza — che purtroppo continuano — mettano a rischio la transizione democratica. L’uscita di scena di Saleh è stata appoggiata dall’Occidente, timoroso per la prolungata situazione di instabilità in un Paese dove è forte la presenza di milizie terroristiche legate ad Al Qaeda.

Nel Bahrein, una commissione d’inchiesta, nominata in giugno dalle autorità del piccolo emirato insulare, ha dichiarato che l’esercito «in molti casi ha fatto uso in maniera eccessiva e superflua della forza». Il re Hamad bin Issa Al Khalifa ha però promesso le riforme: «Dobbiamo riformare le nostre leggi in modo tale che siano conformi agli standard internazionali, che il Bahrein è vincolato a rispettare in base ai Trattati sottoscritti».

Il Qatar — che ha dato un decisivo impulso in molti Paesi alla primavera araba — andrà alle urne nella seconda metà del 2013. In novembre, aprendo i lavori del Parlamento, l’emiro Hamad bin Khalifa Al Thani, ha affermato: «Abbiamo rispettato la Costituzione e raggiunto molti obiettivi in essa indicati, come la creazione di una Corte costituzionale», ma è necessario «sviluppare ulteriormente l’economia del Paese» sottolineando come non sia possibile «sostenere la crescita senza investire nell’istruzione». Nel Kuwait, Jaber Al Mubarak ha ricevuto l’incarico di formare il nuovo Governo. Le tensioni politiche nell’emirato del Golfo persico hanno raggiunto il picco il 16 novembre, quando decine di manifestanti hanno fatto irruzione nel Parlamento di Kuwait City per chiedere le dimissioni dell’Esecutivo. L’emiro del Kuwait ha poi sciolto il Parlamento e ha indetto elezioni entro sessanta giorni. In Giordania si sono registrate proteste contro il voto di fiducia in Parlamento al nuovo Governo di Awn Khasawnet. In Siria, dove le violenze non danno tregua — sono almeno 4.000 le vittime accertate dallo scorso marzo a oggi secondo l’Onu —, sembra ancora lunga e complessa la strada che permetta una transizione pacifica. In Libia, dopo la fine delle ostilità, il nuovo Governo guidato dal premier Abdur Rahim El Keib, deve affrontare numerose sfide dalla sicurezza alla non proliferazione delle armi. Secondo le Nazioni Unite sono circa 7.000 i detenuti nelle carceri, molti dei quali senza aver avuto un regolare processo. La riconciliazione tra le diverse anime interne al Consiglio nazionale di transizione non sembra facile come l’avvio del processo che dovrebbe portare entro due anni a elezioni legislative in Libia attraverso la formazione di partiti politici.

La comunità internazionale può svolgere un ruolo fondamentale nel processo di riconciliazione e di democrazia nei vari Paesi del Nord Africa e del Vicino Oriente a patto che i suoi membri agiscano secondo il principio della cooperazione, fornendo aiuti economici, e non quello della competizione. Nonostante molte preoccupazioni bisogna però guardare alle prospettive delle primavere arabe con la speranza di trovare Paesi basati sui diritti civili e l’eguaglianza di cittadinanza, senza nessuna discriminazione soprattutto religiosa, e nuove leadership capaci di instaurare un dialogo basato su moderazione ed equilibrio.

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