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Speranze congolesi
deluse

· Milioni di persone in ostaggio di violenza, povertà ed epidemie ·

Si conferma lontano l’avvio di soluzioni per i drammi che straziano le Afriche, quasi sempre originati, ma comunque ingigantiti e perpetuati dai conflitti pluridecennali ai quali non sono certo estranei interessi esterni al continente. A ogni riaccendersi di speranza fanno immediato seguito nuove tragedie che accrescono il doloroso fardello di delusioni e frustrazioni. Questo 2019 non sta facendo eccezione. Ne è un esempio — tra i moltissimi che si potrebbero fare, quasi in ogni Paese — la situazione nella Repubblica Democratica del Congo.

L’ultima, amara denuncia è venuta a metà maggio dal direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), il medico etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus, a proposito della nuova epidemia di ebola che da quasi un anno non si riesce ad arginare. «La tragedia è che abbiamo i mezzi tecnici per fermare l’ebola, ma fino a quando non cesseranno gli attacchi contro le persone che portano una soluzione sarà molto difficile mettere fine a questa epidemia», ha detto.

Il motivo è che stavolta la malattia ha colpito le regioni orientali del Paese, dove continuano a imperversare i gruppi armati, autori non solo di feroci violenze che impediscono ogni efficace azione sanitaria, ma anche di una sistematica disinformazione a proposito delle misure terapeutiche che l’Oms stessa e le organizzazioni non governative mediche cercano di attuare. Nella Repubblica Democratica del Congo, a cavallo del passaggio del millennio, un conflitto talmente spaventoso da meritarsi il nome di prima guerra mondiale africana causò oltre tre milioni di morti, per metà bambini, tra il 1998 e il 2002. Un conflitto mai davvero finito, soprattutto nell’est, se è vero che i rapporti delle Nazioni Unite hanno raddoppiato tale cifra nel 2018.

Le elezioni presidenziali dello scorso 30 dicembre per la prima volta dall’indipendenza sono state vinte da un candidato dell’opposizione. Commentatori ottimisti — o forse poco attenti — avevano annunciato una possibile uscita da una stagnazione venefica e putrida. Ma la fine del potere di Joseph Kabila, succeduto al padre e rimasto presidente per diciotto anni, è solo apparente. Tra l’altro ci sono forti dubbi sull’attendibilità dei risultati. Presidente è ora Féliz Tshisekedi, privo di una propria storia politica, ma figlio dello storico oppositore Étienne Tshisekedi, ma che a legittimarlo sia stato il voto popolare è tutt’altro che sicuro. Quanto certificato dalla Commissione elettorale è stato subito contestato dagli osservatori ai seggi, dispiegati soprattutto dalla Cenco, la Conferenza episcopale congolese.

Il vincitore, cioè, sarebbe Martin Fayulu, scelto a novembre come candidato unico dell’opposizione, ma dopo appena un giorno abbandonato da Tshisekedi. Fayulu dopo che la Corte costituzionale ha respinto il suo ricorso, ha invitato la popolazione alla disobbedienza civile, né sembra intenzionato a farsi da parte. Né il fatto che il nuovo presidente abbia ordinato il rilascio di molti prigionieri politici ha contribuito più di tanto ad allentare le tensioni. In sintesi, non è un’ipotesi campata in aria — data la prevedibile massiccia sconfitta del “delfino” di Kabila, Emmanuel Ramazani Shadary — che i risultati delle presidenziali siano stati “aggiustati” per far risultare vincitore il candidato meno pericoloso per l’ex presidente, il cui partito mantiene comunque la maggioranza parlamentare, e per i suoi alleati, interni e soprattutto internazionali. Perché se i congolesi sono in maggioranza poveri, il Paese è straordinariamente ricco di materie prime che alimentano le economie dei “grandi della Terra”. Del resto, la ricchezza — fossero schiavi, avorio, legname prezioso o da ultimo appunto materie prime — è sempre stata una maledizione per quel popolo dall’arrivo degli occidentali in poi. Ai quali occidentali fa ormai concorrenza la Cina che, per fare solo un esempio, ha acquisito l’anno scorso con la China Molybdenum il controllo della miniera di cobalto di Teke, dove si ricava il 65 per cento mondiale del costoso minerale.

E intanto, soprattutto nell’est, intere regioni, Nord Kivu, Sud Kivu, Ituri, provincia Orientale, sono devastate da gruppi armati che la maggiore forza dell’Onu al mondo non riesce a frenare. E lo stesso accade nel sud, in Kasai e Katanga. Così nel ricco Paese che continua a far gola alle multinazionali la vita infernale produce centinaia di migliaia di morti e milioni di sfollati, almeno otto, secondo stime al ribasso, il che lo pone al primo posto nel fenomeno, davanti a Siria, Iraq e Somalia. A questo si aggiungono, oltre come detto alle ricorrenti epidemie, le nuove minacce per l’agricoltura. I contadini congolesi non scappano solo dai miliziani, ma anche dalle loro terre. Un terzo delle province è colpito dall’infestazione della spodoptera exempta e della spodoptera frugiperda, due insetti che si nutrono di mais, riso, sorgo e grano. Il primo è indigeno dell’Africa, l’altro, più devastante, è arrivato dall’America un paio d’anni fa e ha già distrutto in una trentina di Paesi più di 740.000 acri coltivati a mais, il cibo principale per oltre duecento milioni di africani.

di Pierluigi Natalia

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21 ottobre 2019

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