Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

​Speranza e attesa

· ​Il viaggio di Papa Francesco nella stampa internazionale ·

«Già Paolo VI, quando venivo criticato perché dicevano che avevo uno stile giornalistico, mi difendeva consolandomi: “Non dia ascolto ai parrucconi. Continui a scrivere così”. Ora sono contento che il mio approccio divulgativo sia apprezzato». Don Alessandro Pronzato intervistato da Marco Ansaldo su «la Repubblica» del 22 settembre commenta il clamore suscitato dai suoi due libri, La nostra bocca si aprì al sorriso e Vangeli scomodi, donati domenica da Papa Francesco a Fidel Castro.

«Due mesi dopo la sua elezione nel 2013 — racconta Pronzato — mi arrivò un mio saggio con questa dedica del Papa, di suo pugno: “A don Alessandro Pronzato, suscitatore d’inquietudini, con tanta riconoscenza, Francesco. Preghi per me”». E che cosa le disse poi?, gli chiede Ansaldo. «Che a Buenos Aires si serviva dei miei libri per le sue omelie. È andata così: un mese fa mi ha fatto chiedere di mandargli i libri tradotti in spagnolo. E ne ha scelti due. Quello su umorismo e fede, dove critico un certo bigottismo musone. E poi i Vangeli scomodi, dove c’è qualche pensiero un po’ controcorrente». Ma lei Bergoglio in persona l’ha mai incontrato? chiede il giornalista. «Mai. Adesso devo proprio andarci, perché mi ha invitato. Davvero non me lo aspettavo. Scrivere, poi, è una gran fatica. Però, quando arrivano questi momenti si è felici».

In realtà la vera sorpresa, racconta Pronzato a Roberto Italo Zanini di «Avvenire» (sempre del 22 settembre), è stata «una lunga lettera che mi ha inviato poco più di un mese fa, quando ero ricoverato in ospedale per un’infezione. Una cosa che davvero non mi aspettavo. Per questo quando ho saputo che avrebbe portato i miei libri a Fidel non mi sono sorpreso così tanto».

«Il primo Papa latinoamericano — ha commentato Carlo Marroni su «Il Sole 24 Ore» del 22 settembre — arriva nell’isola simbolo di un pezzo di storia del continente, pure molto controversa, con l’aura di chi la storia ha contribuito a cambiarla».

«Sulla piazza della rivoluzione, domenica scorsa, bisognava essere pazzi per riuscire a non credere a niente», ha scritto Florence Aubenas su «Le Monde» (22 settembre), raccogliendo la testimonianza di tante persone presenti all’evento. «Abbiamo ritrovato una vecchia amica quasi dimenticata, la speranza», dice commuovendosi un’anziana farmacista. «Oggi Cuba sembra una vergine portata all’altare» chiosa Arturo Infante, uno dei giovani cineasti più noti all’Avana.

Aubenas commenta a lungo il tema centrale dell’omelia del Papa, servire le persone piuttosto che le ideologie. Una riflessione simile si trova in un articolo del «Financial Times» uscito il 21 settembre: il Papa, nella messa celebrata nella piazza della Rivoluzione all’Avana, ricordando che la cosa più importante è servire, ha sottolineato come il servizio non debba mai trasformarsi in ideologia, perché ciascuno è chiamato a servire la gente, non le idee. Nello stesso tempo, sottolinea il «Financial Times», il Pontefice ha messo in guardia da un servizio che finisca per essere a beneficio di se stessi, anche con riferimento alla tentazione di arricchirsi con mezzi illeciti.

Il giornale statunitense mette quindi in rilievo come decine di migliaia di cubani si siano riversati nella piazza centrale dell’Avana — utilizzata di consueto dal partito comunista per i suoi raduni più grandi — per partecipare alla messa, trasmessa in diretta dalla televisione di Stato. Il «Financial Times» non manca quindi di ricordare il «ruolo chiave» svolto dal Papa nel contribuire al riavvicinamento tra Cuba e Stati Uniti. Nell’articolo si sottolinea poi l’invito di Francesco affinché la comunità internazionale sostenga i colloqui di pace, all’Avana, tra il Governo colombiano e i ribelli delle Farc, diretti a porre fine a un conflitto che si protrae da più di cinquant’anni e che ha provocato finora migliaia di morti. «Molti negli Stati Uniti pensavano da tempo che fosse ora di riaprire le relazioni con Cuba. Il ruolo avuto dal Papa va rispettato» dice, senza mezze misure, Jim Nicholson, ambasciatore statunitense presso la Santa Sede dal 2001 al 2005 a Massimo Gaggi del «Corriere della Sera». 

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

19 marzo 2019

NOTIZIE CORRELATE