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​Speranza concreta

Ai piedi della scaletta dell’aereo, sembravano non credere ai loro grandi occhi neri i piccoli Riad, Kudus, Omar e Masa prima di salire sul volo che ha ricondotto Francesco a Roma dopo la visita a Lesbo. Con una mossa senza precedenti, il Papa dei gesti storici ha concluso il suo tredicesimo viaggio internazionale portando con sé tre famiglie in fuga dagli orrori della guerra siriana. Dodici rifugiati in tutto, tra cui sei minori, approdati sull’isola greca prima dell’accordo tra Turchia e Unione europea entrato in vigore il mese scorso, e ospitati nel campo di Kara Tepe.

Si tratta di famiglie musulmane, che saranno ospitate inizialmente dai volontari della comunità di Sant’Egidio. L’accoglienza e il mantenimento saranno a carico del Vaticano. L’iniziativa del Papa è stata realizzata tramite una trattativa della Segreteria di Stato con le autorità competenti greche e italiane.

La prima famiglia, composta da un bimbo di due anni e dai suoi genitori, una coppia di ingegneri di Damasco, viveva nella zona periferica di Al Zapatani, sottoposta a massicci bombardamenti; la seconda, papà insegnante e mamma sarta, con i loro tre figli, due adolescenti e uno di sette anni, giunge addirittura dal territorio di Deir Azzor, finito sotto l’occupazione del sedicente Stato islamico. Anche la loro casa – ci dicono – è stata bombardata, così come quella della terza famiglia: due giovani genitori con figli di appena otto e sei anni. «Nella vita precedente risiedevano a Zamalka, frazione della capitale siriana. Da allora — confida la madre — il piccolo Omar è terrorizzato, si sveglia tutte le notti e per un po’ di tempo aveva anche smesso di parlare».

A neanche tre anni di distanza dallo storico primo viaggio a Lampedusa, il Pontefice ha scelto di nuovo una meta dal profondo significato simbolico per una visita durata meno di cinque ore, ma destinata a rimanere nella storia. Visto che alla decisione di recarsi a Lesbo, ultimo lembo di terra europea di fronte alle coste turche, è seguita quella di dare una rifugio a chi ha lasciato tutto dietro di sé in cerca di un futuro migliore. E così il viaggio che egli stesso aveva definito «segnato dalla tristezza», si è concluso con una speranza concreta, con un esempio di accoglienza che non può rimanere isolato. 

dal nostro inviato Gianluca Biccini

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20 marzo 2019

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