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Specchio di una cultura

· La società davanti alla morte ·

Come è difficile morire nella nostra società! Noi ormai siamo abituati al fatto che si nasce sempre meno, che la sterilità crescente, unita all’aumento dell’età delle donne che cercano di concepire un figlio, hanno reso difficile la procreazione. Avere un figlio per molte donne sta diventando un percorso a ostacoli, richiede cure ormonali, rapporti a scadenze prefissate, se non addirittura il passaggio all’ingegneria procreativa. Abbiamo capito che è difficile nascere, ma se stiamo bene attenti e guardiamo intorno a noi, per molti — almeno nei Paesi cosiddetti avanzati — è diventato difficile anche morire. Ce lo rivela un sintomo palese, che finora non si era mai presentato con tanta urgenza e forza: la richiesta di eutanasia.

Non dobbiamo pensare solo che si tratta di un desiderio dell’essere umano diventato superbo di controllare ogni aspetto della sua vita, quindi anche la morte, e neppure solo che dietro la richiesta dell’eutanasia ci sia sempre disprezzo verso la sofferenza e la fragilità che possono verificarsi in fasi estreme — la giustificazione dei «dolori insopportabili» per fortuna sta ormai cedendo davanti all’affermarsi delle cure palliative — anche se certo questi aspetti sono presenti. Ma per molti versi la richiesta di eutanasia è una reazione — se pure sbagliata — ad una esperienza sempre più diffusa: vedere quanto sia difficile morire per chi è ricoverato in ospedale — cioè quasi tutti — a causa delle cure somministrate con modalità molto vicine all’accanimento terapeutico. Certo, sono pochi quelli che riescono a capire i problemi medici nel dettaglio, ma tutti colgono che c’è qualcosa di innaturale nei calvari terapeutici, che sfociano poi nelle lunghissime agonie, degli anziani ospedalizzati. E tanto basta per invocare un percorso abbreviato alla morte, cioè l’eutanasia, vista e propagandata come un facile e indolore passaggio.

E per certi aspetti hanno ragione: si è perso il significato della morte nel senso più profondo del termine, della morte come momento della verità e della salvezza di una intera vita umana, e quindi si invoca solo — come ripetono le celebrità sottoposte dai giornali al questionario di Proust — una morte nel sonno, inconsapevole e indolore. A parte il fatto che l’eutanasia per definizione non è una morte inconsapevole, si possono perfino avanzare dubbi sul fatto che sia così sicuramente indolore: della morte sappiamo ben poco, infatti, e ancor meno della morte inferta dall’esterno, e fa pensare un dato inquietante, cioè che il farmaco che usano le varie Dignitas o affini cliniche svizzere che praticano l’eutanasia è lo stesso utilizzato in alcuni Stati degli Usa per comminare la pena di morte. In questo secondo caso, molti attivisti hanno protestato dicendo che il farmaco non sarebbe così indolore... in Svizzera pagano e tacciono. Nelle cliniche non ci sono attivisti antipena di morte che sorvegliano l’esecuzione.

Ma a molti tutto ciò sembra comunque meglio della lunga attesa della morte dei pazienti sottoposti a terapie che contribuiscono a mantenerli in vita. Tutti hanno le loro ragioni, naturalmente, e tutto si spiega. Non c’è nessuno che crudelmente vuole tenere in vita esseri umani, spesso molto anziani, che soffrono. È un sistema complessivo che, in un certo senso, obbliga tutti a comportamenti insensati. Ricordiamo che negli ultimi anni, perfino inframmezzati agli spot televisivi, si moltiplicavano le pubblicità di studi legali che invitavano gli spettatori a far causa per le cure ricevute e considerate inefficaci, studi legali che accettavano di avviare la pratica senza chiedere una somma di garanzia, quindi accessibili proprio a tutti. Bastava avere l’idea, e la voglia di andare lì. E molti l’hanno avuta.

Data la proverbiale lentezza della giustizia italiana, e i suoi spesso inspiegabili meccanismi, le amministrazioni ospedaliere hanno rapidamente capito che la cosa più conveniente per loro era comunque patteggiare, cioè pagare una somma pur di chiudere il contenzioso. In questo modo, le aziende ospedaliere hanno perso molti soldi, mentre ne guadagnavano legali e pazienti che si dividevano a metà il bottino. Naturalmente bisognò correre ai ripari per evitare queste emorragie a strutture già in crisi economica cronica, e il riparo fu individuato nei protocolli di cura. Per ogni patologia, per ogni situazione di ricovero, si prevede un protocollo, confermato da esperti e uguale per tutti, che mette al riparo dai rischi legali l’azienda ospedaliera. Seguendo il protocollo si è sicuri di non incorrere in nessuna possibile situazione di contenzioso legale. I protocolli, quindi, da questo punto di vista, sono benedetti, e in molti casi anche aiutano medici che forse non sarebbero all’altezza del loro compito a muoversi con sicurezza nella scelta delle terapie. Perciò, da questa angolatura, svolgono una funzione positiva.

Ma ci sono anche molti aspetti negativi, che penalizzano soprattutto le persone anziane. Le terapie, infatti, sono previste uguali per qualsiasi età, e il modello di persona scelto è quello di un giovane che ha tutte le possibilità di guarire. Applicare le stesse terapie a un novantenne può diventare un esempio di accanimento terapeutico. Eppure, se sei in ospedale, scatta necessariamente l’obbligo di seguire il protocollo per proteggersi dalle proteste legali, e così, se un novantenne in fin di vita, ormai immobile nel letto, dice di avere male a una gamba, anche se ogni spostamento gli costa nausea e vomito, viene trasportato in un altro reparto per fargli una radiografia e controllare se ha qualcosa di rotto. Se ce l’avesse, cosa farebbero? Niente, a parte dargli un sedativo, cosa che fanno comunque.

Quella radiografia non solo è dolorosa e inutile per il paziente, ma anche costosa per il contribuente, e la nostra sanità non ha certo soldi da buttare: lo vediamo dalle lunghe file di gente in barella nel pronto soccorso che aspetta invano un letto libero nei reparti sovraffollati, dal volto sfinito degli infermieri verso la fine del turno, ormai sempre in numero inferiore al necessario. Ma è necessario farla, per evitare contestazioni. Anche se in quel caso specifico, lo si capisce bene, contestazioni non ce ne sarebbero: la regola — in questo caso il protocollo — è uguale per tutti.

Certo, ci sono anche esempi opposti che mettono di fronte a decisioni impietose: una mia amica olandese mi raccontò che sua madre, che aveva intorno agli 85 anni, si era rotta il femore e la sanità pubblica non le pagava più operazione e protesi perché non ne valeva la pena. Ma non si può pensare a una via mediana di buon senso, percorsa dai medici facendo tesoro del loro senso di responsabilità? Magari appoggiati da una commissione etica da consultare rapidamente, senza tanta burocrazia, ma capace di comprendere la realtà della vita umana?

Invece, per i motivi sopraddetti, negli ospedali i malati, anche se novantenni, vengono sottoposti a cure di ogni tipo come se dovessero ancora vivere molti anni, come se il loro organismo fosse forte e non già debilitato, come se dovessero lottare come giovani atleti per la loro vita. In sostanza, come se la morte non ci fosse. Come se la morte non li stesse attendendo, per un processo naturale che tocca tutti gli esseri umani.

Così, invece di riconoscere i segni della morte incombente, il malato viene istigato a lottare contro il male, ad aggrapparsi alla vita. I medici, in sostanza, promettono quello che non possono mantenere, per salvare l’onore — o quello che secondo loro è l’onore — della medicina. Naturalmente il malato in cuor suo, e i familiari a mezzi sguardi, a mezze parole, capiscono cosa sta accadendo, ma c’è una convenzione non detta a far finta che tutto si evolverà per il meglio. In questo clima di forzato e finto ottimismo, può perfino accadere che il malato si scusi di non corrispondere alle aspettative, alle cure, ma di peggiorare costantemente.

Lasciarlo morire proteggendolo dal dolore, evitando interventi che prolungano la sua agonia come l’alimentazione via flebo, sarebbe invece giusto e opportuno. Ma costringerebbe i medici ad ammettere che la medicina non è onnipotente, i parenti a non rivolgersi a un tribunale per protestare contro la sospensione di alcune cure. Costringerebbe tutti noi a pensare alla morte come a una eventualità inevitabile. Come si fa ad affrontare la morte in un ospedale dove praticamente non esiste un cappellano, dove la cappella è diventata stanza del silenzio che chiude il sabato e la domenica, dove un morente vive la sua agonia vicino a malati vispi che urlano al telefonino e ricevono visite sempre rumorose, come se il grande mistero della fine non li toccasse?

Una congiura della negazione e del silenzio si stringe intorno al morente, che — si vede dallo sguardo spaventato — vorrebbe parlare di ciò che lo attende, della sua paura, forse anche pensare a ultime volontà che non osa neppur dire, in tale profluvio di speranze esibite.

Qui non c’è differenza fra laici e credenti, tutti davanti alla morte siamo presi dall’angoscia, ne dobbiamo parlare, ma sembra impossibile infrangere il tabù. Vengono accolti con esclamazioni di giubilo gli ultimi blandi segni di interesse per la politica o lo sport, per gli uomini, per i figli e nipoti, per le donne: al moribondo viene chiesto di recitare la parte del malato in procinto di guarire, pena l’esclusione dal mondo che lo circonda, siano familiari o infermieri e medici. I morenti si devono tenere tutto dentro, non mostrare la loro angoscia: già dà fastidio agli altri che muoiano, e ricordino così loro che anch’essi moriranno, non vorranno mica infastidire ancora di più parlandone apertamente? Di chiamare un prete — ammesso che ne esistano ancora capaci di aiutare in simili frangenti — non se ne parla neppure: porta male, dispiacerebbe ai compagni di stanza, e del resto manca anche una parvenza di privacy per una confessione.

Per fortuna, in molti casi, si vede che esiste la grazia, che Dio non bada alle circostanze orribili nelle quali il morente è immerso: la stessa persona che la sera prima appariva stravolta dal terrore, può trasformarsi il giorno dopo in un’immagine di pace, di dolcezza per gli altri, che non se lo sanno spiegare e quindi fanno finta di niente. La vicinanza con il mistero della morte può insegnare tante cose, della morte e della vita, ed è una delle occasioni per cogliere l’azione dello Spirito. Ma solo se non siamo troppo impegnati a chiudere gli occhi, a cancellare tutto per paura.

Perché certo è la paura che domina nei presenti, che paralizza: una paura per fortuna attraversata, ogni tanto, da un atto di puro amore, anche da parte di medici e infermieri, se non addirittura di altri pazienti. È in questo luogo disperato che si vede con più chiarezza la mano di Dio che passa attraverso l’intervento umano.

Appena finalmente muore, il corpo verrà portato nell’obitorio, che si trova sempre nel posto più orribile dell’ospedale, con i muri rovinati dall’umidità, spesso accanto al deposito immondizie. Dove recarsi per una visita è già di per sé una penitenza, senza parlare dei rapporti che legavano al morto e al dolore per la sua perdita.

Se pensiamo che la cultura umana è testimoniata, nelle sue prime forme preistoriche, proprio dall’esistenza del culto dei morti, dobbiamo concludere che, al di là dei nostri traguardi tecno-scientifici, stiamo cadendo molto in basso. Se un centro commerciale, un ristorante, un cinema — ormai siamo solo capaci di costruire quelli — sono così più belli di un ospedale o di un obitorio da far venire le lacrime agli occhi quando dobbiamo frequentare questi ultimi, qual è lo stato vero della nostra cultura? Chi siamo? Chi stiamo diventando?

Lucetta Scaraffia

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20 settembre 2018

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