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Spagna spaccata a metà

· ​Cittadini alle urne dopo sette mesi per uscire dall’impasse ·

Il voto di domani, domenica 10 novembre, potrebbe non essere sufficiente per superare il bloqueo político in Spagna. Trentasette milioni di cittadini torneranno alle urne per la quarta volta in 4 anni e a soli 7 mesi dall’ultima consultazione elettorale. Ma secondo i sondaggi, nessun candidato riuscirà a ottenere la maggioranza assoluta (176 su 350 seggi) e quindi a portare la Spagna fuori dall’impasse politico.

Il candidato favorito, sebbene in leggero calo, rimarrebbe il presidente del governo uscente e leader del Partito socialista (Psoe), Pedro Sánchez. A cui, con i 117 seggi previsti, toccherebbe ancora una volta negoziare accordi con gli altri partiti per formare un nuovo esecutivo. La maggior parte dei sondaggi punta infatti verso un risultato non dissimile dallo scorso aprile: un parlamento diviso quasi a metà tra progressisti e conservatori, dunque senza maggioranza assoluta.

Le elezioni dello scorso 23 aprile non riuscirono a risolvere la crisi governativa perché il Psoe e il secondo maggiore partito nel blocco di sinistra, Unidas Podemos di Pablo Iglesias, erano in disaccordo proprio sul ruolo di Podemos nella compagine governativa. Sánchez insiste per un governo solitario “alla portoghese” del Psoe, mentre Iglesias vuole un governo di coalizione.

«Sappiamo che non ci sarà la maggioranza assoluta per nessuno, quindi dobbiamo trovare un accordo», ha detto Iglesias al dibattito televisivo che si è tenuto lunedì scorso, invitando Sánchez ad abbandonare «il gioco dello scaricabarile». Il leader del Psoe, dalla parte sua, ha tuttavia ribadito la sua preferenza per una soluzione di minoranza. E intanto, i sondaggi sono in calo sia per il Psoe che per Podemos. Secondo i dati di «El País», la probabilità che un blocco di sinistra raggiunga la maggioranza è ferma all’11 per cento.

Se nel blocco di sinistra, dunque, è previsto un esito simile a quello dello scorso aprile, i sondaggi suggeriscono che il voto a destra verrebbe ridistribuito. I dati accentuano la discesa dei liberali di Ciudadanos, a cui potrebbero rimanere solo 14 dei 57 seggi che controllano oggi. Il nuovo protagonista, a destra, non sarebbe più lo storico Partito popolare (Pp), ma Vox, che ha ottenuto i suoi primi 24 seggi al parlamento nell’aprile scorso. Secondo i sondaggi, Vox potrebbe arrivare quasi a raddoppiare le pereferenza, ottenendo oltre 40 seggi e arrivando quindi al terzo posto dietro a Psoe e Pp.

L’ascesa di Vox è stata centrale nella campagna elettorale di Sánchez, che ha chiamato i cittadini spagnoli a ricorrere al cosiddetto “voto utile” di fronte alla «deriva reazionaria molto pericolosa» del partito di estrema destra. Anche alle scorse elezioni, tuttavia, molti sondaggi avevano previsto un trionfo per Vox, fino a 37 seggi. E se l’esito dovesse confermare le previsioni, il blocco di destra complessivamente avrebbe comunque una probabilità minore (al 10 per cento) di raggiungere la maggioranza rispetto al blocco di sinistra.

Ma il dato più significativo delle statistiche di «El País» è che in 6 simulazioni su 10, nessuna coalizione raggiungerebbe i 176 seggi necessari per la maggioranza assoluta. Secondo un sondaggio ufficiale, circa un terzo dei cittadini che si asterranno sono «stanchi» delle vicende del paese, mentre il 22 per cento condanna la ripetizione elettorale. Un probabile calo dell’affluenza sarebbe già confermato dal tasso di voto per corrispondenza, che è diminuito quasi del 30 per cento.

La «stanchezza» dei cittadini spagnoli, però, non si limiterebbe alla caducità dei suoi governi. La questione catalana — con le recenti violente proteste — è stata al centro dei dibattiti. Il tema dell’indipendenza, auspicata da circa il 44 per cento dei catalani, è sul tavolo a causa dell’aumento di deputati della Generalitat, e perché Sánchez potrebbe vedersi costretto a cercare il loro sostegno in un esito minoritario. A complicare il quadro, la minaccia degli indipendentisti di ostacolare oggi la jornada de silencio e domani gli scrutini.

Al primo posto tra le preoccupazioni del popolo spagnolo, appena prima della classe politica, figura la disoccupazione, che è al 14 per cento, il doppio del dato registrato nel 2007 prima della crisi finanziaria. Nel 2013, la disoccupazione aveva raggiunto il 26 per cento della popolazione. Oltre il 40 per cento dei disoccupati lo è nel lungo termine, e la Spagna è il terzo paese dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Oecd) per livello di occupazione temporanea, al 26,8 per cento. E con il tasso di disoccupazione all’8 per cento tra gli istruiti a livello universitario, la Spagna è considerata esemplare del fenomeno della fuga dei cervelli. Secondo i dati della Cáritas española, 2,4 milioni di persone rimangono in stato di povertà grave e la disuguaglianza, soprattutto fra la classe bassa e quella media, aumenta. Intanto, però, il tasso di crescita del pil rimane stabile al 2,5 per cento, ben 6 decimali in più rispetto alla media dell’Eurozona. Il paradosso macroeconomico è stato chiarito giovedì scorso dalla Commissione europea: il pil spagnolo quest’anno crescerà al tasso di 1,9 per cento, ben quattro decimali in meno rispetto alle previsioni dello scorso luglio. Il rallentamento continuerebbe, arrivando all’1,4 per cento per l’anno 2021. Il compito dell’esecutivo, secondo il recente rapporto della Commissione Ue, potrebbe richiedere uno sforzo bipartisan per ridurre disoccupazione e debito pubblico.

di Rachel Joanna Cetera

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14 novembre 2019

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