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«Sources Chrétiennes»
a quota seicento

«San Cirillo di Alessandria» (XIII secolo, affresco)

Esce il seicentesimo volume della celebre collezione delle «Sources Chrétiennes», la più diffusa e autorevole raccolta di testi della tradizione cristiana pubblicati nelle lingue originali e corredati da traduzione e commento, e la patrologia è «in festa», come titola la notizia «Le Monde des Livres» del 7 dicembre. Un festeggiamento pienamente giustificato, che si terrà il 12 dicembre al Centre Sèvres di Parigi, per l’importanza culturale dell’avvenimento. Seicento titoli in settantacinque anni da quel buio inverno di guerra, quando alla fine del 1942 venne pubblicata (ma senza il testo greco per le ristrettezze del momento) la Vita di Mosè di Gregorio di Nissa. Nacque così una serie che riunisce oggi testi in greco, in latino e in alcune lingue orientali scritti nell’arco di oltre quindici secoli, in grande prevalenza cristiani ma anche giudaici, come la Lettera a Filocrate di Aristea, testo fondamentale per la storia delle traduzioni greche della Scrittura. E se il primo numero della serie era stato dedicato a uno dei maggiori teologi cristiani, il seicentesimo inizia la pubblicazione dell’esteso Commento a Giovanni dettato nella prima metà del v secolo da Cirillo di Alessandria, l’ultimo grande rappresentante della tradizione che, grazie alla radice giudaico-ellenistica, fu avviata da Clemente e da Origene. Progettata negli anni trenta dal gesuita Victor Fontoynont (1880-1958), la collana fu fondata e diretta a Lione dai geniali confratelli Jean Daniélou (1905-1974), Henri de Lubac (1896-1991) e Claude Mondésert (1906-1990), il raffinato grecista che ne fu il principale direttore. Pubblicata sin dagli inizi dalle parigine Éditions du Cerf, espressione dell’ordine domenicano, la collana ha dato vita a un istituto, divenuto oggi un laboratorio del Conseil national de la recherche scientifique. La scelta dei fondatori fu coraggiosa, non solo per i tempi duri di quegli anni, ma per la decisione di aprire a un pubblico non di soli specialisti mondi altrettanto lontani come quelli «dell’India o della Cina». Ecco allora le «introduzioni non puramente scientifiche, né troppo elementari, ma largamente culturali, che cercano di situare il testo nel suo mondo intellettuale e spirituale». Una scommessa culturale ambiziosa ma che è stata vinta. (g.m.v.)

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08 dicembre 2019

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