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Sottosviluppo
e stati-vampiro

· La corruzione nell’Africa sub-sahariana ·

In questi anni si è molto parlato delle ragioni che determinano il sottosviluppo dell’Africa sub-sahariana. Una delle cause principali, secondo molti analisti, è rappresenta dalla corruzione, un vero e proprio flagello, causa primaria di uno spreco enorme di risorse finanziarie e umane. A questo proposito, va ricordato che, nel febbraio dello scorso anno, i capi di stato e di governo del continente, in occasione della cerimonia d’apertura del trentesimo vertice dell’Unione africana, dichiararono il 2018 l’Anno africano della lotta alla corruzione.

Purtroppo, l’indice di percezione della corruzione (Corruption Perceptions Index – Cpi), pubblicato nel gennaio scorso dall’ong Transparency International, dimostra che le nobili intenzioni dell’organismo panafricano non si sono ancora tradotte in risultati positivi concreti. La dice lunga il fatto che nella lista dei 10 paesi più corrotti al mondo, 6 siano africani. La Somalia è al primo posto, seguita dal Sud Sudan, mentre la Guinea Equatoriale è al settimo, la Guinea Bissau all’ottavo, seguite da Sudan al nono e Burundi al decimo posto.

Fin dalle sue origini, nel 1995, il Cpi è la più importante pubblicazione di Transparency International ed è diventato l’indicatore globale più noto della corruzione nel settore pubblico. L’indice offre una fotografia del livello di corruzione percepita nei paesi che classifica a livello globale. C’è anche da evidenziare che, con un punteggio medio di 32 punti su 100, l’Africa sub-sahariana è la regione con il risultato più basso del Cpi, seguita da vicino dall’Europa orientale e dall’Asia centrale, dove si registra una media di 35.

Lo smascheramento pubblico di transazioni internazionali irregolari e di ricchezze impropriamente acquisite, con la complicità di gruppi stranieri beneficiari di prestiti fatti a questo o quel regime, è la dimostrazione che il continente africano non è povero, come alcuni ingenuamente si ostinano a crede. Semmai è impoverito. Ed è proprio questo l’aspetto inquietante che andrebbe stigmatizzato. «La corruzione prevede sempre due complici: colui che intasca il denaro (inteso come soggetto richiedente sul mercato dell’illecito) e colui che lo consegna (il cosiddetto offerente)», nota John Christensen, fondatore di Tax Justice Network, il quale sollevò già anni or sono alcune obiezioni rispetto a una visione manichea del problema per cui vengono sempre assolte quelle nazioni dove risiede il cosiddetto potere economico-finanziario. Perché se il computo delle ruberie integrasse non solo la “domanda”, ma “anche la dimensione dell’offerta”, la graduatoria dei paesi con un alto indice di corruzione sarebbe assai diversa da quella che viene pubblicata sui giornali e vedrebbe in testa — sostiene Christensen — paesi con alti standard di democrazia come quelli occidentali.

Dunque, lungi da ogni retorica, la battaglia contro la corruzione deve farsi culturale e “civilizzatrice” a nord e a sud del mondo, in ogni sfera del corpo sociale. Indubbiamente, solo una maggiore partecipazione dei cittadini alla gestione dello stato e al controllo dell’uso delle risorse pubbliche potrà ridare loro fiducia nelle istituzioni che a oggi garantiscono, con sfumature e valenze diverse, ben pochi spazi di vera trasparenza.

Alla fine degli anni ‘70, l’africanista Marie-France Mottin azzardava una conclusione sulla geopolitica del continente sulla quale varrebbe la pena riflettere: «Perché non ammettere che la responsabilità del fallimento è collettiva, e avviare finalmente un vero dialogo, in un linguaggio libero dagli interessi, dalle ideologie e dai rancori?».

Chissà, se forse un giorno sapremo accettare questa provocazione, l’Africa smetterà d’essere il cimitero delle astrazioni e disillusioni collettive che affliggono quella che il missionario San Daniele Comboni chiamava “l’infelice Nigrizia”. Il grande intellettuale beninese Albert Tévoédjrè, in un suo celebre libro, dal titolo più che emblematico, Povertà, ricchezza dei popoli auspicava leader africani davvero illuminati, capaci d’essere «prima di tutto dei dirigenti della vita sociale», servitori della res publica. E come in una sorta di gioco degli specchi, le risposte opposte alla sfida dello sviluppo sembrano eludere il problema dello stato-nazione, così come venne postulato dallo storico inglese Basil Davidson, vale a dire una forma istituzionale di imitazione occidentale che si traduce in governi personali e autocratici fondati sul nepotismo e la corruzione esercitati a favore di una o più componenti etniche della popolazione contro le altre.

A questo riguardo Davidson, uno dei maggiori africanisti del ‘900, stigmatizzò le pesanti responsabilità delle ex potenze coloniali nella captazione di élite autoctone che si prestano impunemente al mantenimento di rapporti economici ineguali seppure informali. L’analisi di alcuni scenari infuocati, in cui la conflittualità non ha solo una valenza politico-istituzionale, ma anche militare, mette in luce l’esistenza di circuiti politici legati a istituzioni, eserciti e milizie private, signori della guerra locali, compagnie multinazionali, finalizzati allo sfruttamento delle risorse naturali presenti sul territorio e ovviamente del tutto indipendenti da qualsiasi forma di consenso o legittimazione popolare.

L’ex governatore della Banca centrale del Ghana, Frimpong Ansah, arrivò a definire gli stati africani postcoloniali addirittura come “stati-vampiro”, biasimando il drenaggio del denaro pubblico e delle risorse perpetrato dalle oligarchie locali secondo logiche clientelari e predatorie. Altri studiosi, come Jean-François Bayart, ritengono che questo processo degenerativo sia attribuibile all’incapacità distributiva delle risorse in direzione dello sviluppo e del benessere sociale a causa del perdurante asservimento a fazioni etniche incapaci di servire il bene pubblico.

Ma qualunque sia la spiegazione storica, è logico chiedersi se nel continente africano vi siano oggi paesi virtuosi. Il Cpi evidenzia le Seychelles e il Botswana come quelli con un punteggio più alto rispetto ad altri paesi della regione. In particolare, i loro governi sono stati capaci di realizzare sistemi democratici di governance relativamente ben funzionanti.

Una cosa è certa: la massima di Papa Gregorio Magno Corruptio optimi pessima (“la corruzione dei migliori è la peggiore”) continua a essere uno straordinario frammento di saggezza che conserva immutata nel tempo la sua carica profetica. Un’allocuzione che stigmatizza, con forza ed efficacia, le responsabilità dicoloro che amministrano il potere e la ricchezza delle nazioni.

di Giulio Albanese

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17 settembre 2019

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