Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Sul prato di Runnymede

· La Magna Carta compie ottocento anni ·

Lunedì 15 giugno, Sua Maestà la regina verrà raggiunta da dignitari provenienti dal Regno Unito e da tutto il mondo su un prato chiamato Runnymede, non distante dal castello di Windsor, per celebrare l’ottavo centenario di un documento straordinario. Quel documento è la Magna Carta, comunemente riconosciuta come testo fondante della Common Law e base della Costituzione statunitense. Inoltre, per molti aspetti è ancora al centro stesso della democrazia rappresentativa moderna. Anche se per quanto riguarda le forme della nostra democrazia guardiamo all’antica Atene, è nella Magna Carta che dobbiamo cercarne i principi guida: la responsabilità del governo nei confronti dei governati e la franchigia di tutti gli uomini dall’arresto e dall’incarcerazione arbitrari.

La firma di re Giovanniin una stampa ottocentesca

Ma che cosa c’è in questa “carta delle libertà”, negoziata e approvata da un riluttante re Giovanni e da un gruppo di baroni ribelli, che ha colpito l’immaginazione e le conferisce il suo significato unico? Molti di coloro che la leggono oggi rimangono delusi. A un primo sguardo sembra un documento piuttosto noioso redatto in latino legalistico, che tratta di diritti e doveri medievali e definisce consuetudini del tempo, in apparenza poco attinenti alla vita moderna. La maggior parte delle clausole che conteneva furono eliminate dal diritto inglese durante il regno della regina Vittoria. Il documento non menziona affatto la “democrazia” e chiaramente interessava in primo luogo le classi aristocratiche dell’Inghilterra dell’epoca. Appena due mesi dopo fu annullata da Papa Innocenzo iii con la bolla Etsi carissimus del 24 agosto 1215.
Eppure, Lord Denning, uno tra i più noti giudici inglesi del ventesimo secolo, ha definito la Magna Carta «il documento costituzionale più grande di sempre, la base della libertà dell’individuo di fronte all’autorità arbitraria del despota».
Per comprendere meglio, occorre esaminarne un po’ la storia. Nel 1214-1215 i baroni inglesi erano in rivolta contro un re che, in modo sistematico e arbitrario, abusava della sua autorità, andando dalla confisca di beni privati ed ecclesiastici all’incarcerazione e perfino all’uccisione, senza processo, degli oppositori. La guerra civile tra re Giovanni e i suoi sudditi più potenti appariva imminente. Con cinismo, al fine di ottenere una protezione ancora maggiore dal Papa, nel marzo 1215 il re aveva pronunciato il giuramento dei crociati, pur non avendo nessuna intenzione di rispettarlo. Ma i baroni ne avevano avuto abbastanza. Erano decisi a costringere il re a venire a patti, e fu l’arcivescovo Stephen Langton di Canterbury — erede intellettuale di san Tommaso Becket, nominato personalmente da papa Innocenzo iii alla sede di Canterbury — a svolgere un ruolo diretto nel portare il re e i baroni a quello che, in sostanza, fu un negoziato di pace.

Una delle quattro copie del testo della Magna Carta (©The British Library)

Il documento finale, suggellato il 15 giugno dal re e dagli uomini più potenti del Paese sotto una tenda a Runnymede e offerto a “tutti gli uomini liberi del regno”, era una ridefinizione di quegli antichi privilegi e quelle libertà che il re era accusato di volere infrangere. Tra questi vi erano: «che la Chiesa d'Inghilterra sia libera; «nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, multato, messo fuori legge, esiliato o molestato in alcun modo, se non per giudizio legale dei suoi pari»; l’imposizione di tasse reali solo «per comune consenso»; e la garanzia delle «antiche libertà e libere consuetudini» di Londra e di altre città. Il documento venne copiato e subito diffuso nel Paese, laddove Langton e i vescovi inglesi svolsero un ruolo importante nella distribuzione attraverso le cancellerie diocesane (tre dei quattro testi originali tuttora esistenti provengono da archivi ecclesiastici).
Fu chiaramente un’umiliazione per il re. Il cronista medievale Matthew Paris descrive come Giovanni «digrignando i denti, lo sguardo incupito, iniziò con gesti sempre più straordinari a mostrare il dolore e la rabbia che provava». Egli non aveva nessuna intenzione di mantenere la parola data e, appena gli fu possibile, si affrettò a rinnegare le promesse fatte. Inviò degli emissari dal Papa per chiedere, come vassallo, la sua protezione, sostenendo che le clausole della Magna Carta erano state imposte con la forza. Cercò di conquistare il castello di Rochester, una fortezza importantissima controllata dall’arcivescovo Langton, che si trovava sulla strada di qualsiasi esercito invasore. E tentò delle aperture diplomatiche con il figlio maggiore del re di Francia, il principe Luigi, che alla fine portarono all’invasione e alla guerra civile. 

di Nigel Marcus Baker

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

28 maggio 2018

NOTIZIE CORRELATE