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Sotto la grande croce
a ridosso della frontiera

Mercoledì pomeriggio, terminato il giro in auto tra i fedeli che lo attendevano per la messa, Francesco è sceso dalla papamobile a ridosso del Rio Grande e della rete metallica che delimita il confine tra il Messico e gli Stati Uniti d’America. 

Ha raggiunto la grande croce posta a ricordo della sua visita e delle vittime del traffico di esseri umani e della violenza criminale. Qui — da oggi questo luogo si chiamerà El punto — ha deposto un mazzo di fiori e ha sostato a pregare in silenzio. Poi ha benedetto tre croci più piccole (destinate alle diocesi di Las Cruz, in New Mexico, El Paso, in Texas, e Ciudad Juárez) e i fedeli dall’altra parte del reticolato.

Un muro lungo settecento miglia, contro il quale ogni anno s’infrangono le speranze di un numero incalcolabile di migranti provenienti da diversi Paesi dell’America latina che sperano di poter realizzare il loro sogno americano, spesso clandestinamente, affidandosi a bande criminali. Ma anche un confine attraverso il quale transitano enormi quantità di droga, con il loro strascico di violenza e di morte. Negli ultimi quindici anni qui sono stati trovati i corpi di oltre cinquemila disperati. Per questo la presenza del Papa a Ciudad Juárez — la Lampedusa d’America, com’è stata definita, una delle città più pericolose al mondo, particolarmente segnata dalla violenza sulle donne — assume valore immenso. Una tappa, l’ultima del viaggio messicano, attesa, desiderata e perseguita con tenacia, perché da questo luogo simbolo doveva partire un messaggio forte. E così è stato. 

dal nostro inviato Gaetano Vallini

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23 marzo 2019

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