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Sostanzialmente un poeta

· Ricordo di Giorgio Bassani nel centenario della nascita ·

Non solo scrittore ma anche poeta. Lo stesso Giorgio Bassani, di cui il 4 marzo ricorre il centenario della nascita, amava ripetere di essere un poeta, «sostanzialmente un poeta». Di questa tensione e vocazione è chiara testimonianza il volume In rima e senza, che raccoglie la sua intera produzione poetica che precede (1942-1950) e segue (1974-1978) quella narrativa.

In particolare, come egli ebbe a dichiarare, la seconda parte di In rima e senza è stata dettata dal bisogno fondamentale di dire in versi ciò che nel Romanzo di Ferrara non aveva detto esplicitamente.

Nel risvolto di L’alba ai vetri si legge: «Non sarà chi non veda come tutta l’opera di Bassani narratore provenga da questi versi, fin dai primi».

Il giudizio è quanto mai appropriato.

Si pensi a Cena di Pasqua (che richiama il capitolo settimo della parte terza de Il giardino dei Finzi Contini) o a Sogno (che richiama in generale la figura del padre e in particolare la parte quarta del capitolo nono), ai celebri versi di Te lucis ante citati nella parte sesta del capitolo quarto («come la verità / come essa triste e bella») o all’Orfeo della terza parte dello stesso capitolo (che richiama Adieu e Muore un’epoca).

Non è poi chi non veda come il paesaggio e il sentimento di Verso Ferrara ritornino in Gli occhiali d’oro e in L’airone o come Per il parco di Ninfa sia prefigurazione del giardino di Micol, quel giardino che assume sempre di più una colorazione funebre, si colora sempre di più dei colori della morte.

A proposito dei componimenti di Epitaffio, richiamando l’infelice giudizio di Natalia Ginzburg e quello pienamente convinto di Pier Paolo Pasolini, va sottolineata la ripresa di un motivo qua e là già presente nelle prime raccolte rilevando come Angelus e L’alba ai vetri sono posti non a caso uno dietro l’altro, in sequenza, a comunicare una medesima inquietudine: prima «la luce estrema dell’angelus» e poi, «l’alba ai vetri» (il «di là dal vetro» come «dietro la porta» che ritorna, come un leit-motiv, da Serenata e Dai bastioni orientali a Storie dei poveri amanti e Mascherata). Quei componimenti sono da un punto di vista semantico lapidi, epigrafi, benché ispirati per contrasto a un profondo senso della vita.

Per citare Alla stessa, un componimento proverbiale dell’ultima raccolta, In gran segreto (1978), la poesia di Bassani sembra venire tutta da quei luoghi donde «per solito non si ritorna respirando anzi mai e / poi mai». Di quest’ultima raccolta si vedano anche Tale e quale, Muore un’epoca, In un orecchio, Brindisi per l’anno nuovo e Amori impossibili.

Eugenio Montale, recensendo in «Il Mondo Artistico e Letterario» del 1° dicembre 1945 le Storie dei poveri amanti, sottolineava «il temperamento di scrittore aperto a molte vie» e notava la presenza del prosatore «nel tessuto del verso che rifugge da ogni astrazione sonora e si vale di un linguaggio ch’è realistico, ma non contraddice mai alle possibilità tonali della lirica».

Se il tono e l’impasto di linguaggio di quel primo volumetto rimandano a Montale, cadenze e stilemi d’impronta montaliana riaffiorano poi in Un’altra libertà, da Ars poetica («E non resti di me che un grido, un grido lento / senza parole. Nessuna mai parola: ché premio / m’eri, o frana celeste ed intima, tu sola») a L’alba ai vetri («L’alba ai vetri e la musica d’un piffero e un tamburo / volava a me con lieve, vaneggiante allegria») e Qualche volta («La pietà che le assume è una cera lontana / che nessuna voce umana può incidere»).

Sottolineando come il Geo Josz di Una lapide in via Mazzini sia richiamato significativamente per le sue valenze autobiografiche proprio alla conclusione de Il romanzo di Ferrara («Chi ero io in fondo? — Era tempo che cominciassi a domandarmi, appunto come nelle ultime righe della Lapide s’era domandato Geo Josz — Un poeta, e va bene. Ma poi?»), vien fatto di ricordare In un orecchio di In gran segreto («Ero molto lontano non sai / quanto. / Ti ho stretto forte la mano per restarti / accanto / per non tornarci mai più / là»), che fa pensare ancora una volta a Una lapide in via Mazzini, alla ben nota considerazione del capitolo secondo: «Veniva da molto lontano, da assai più lontano di quanto non venisse realmente».

di Sabino Caronia

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26 agosto 2019

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