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Sordi all’ascolto

· «Prenditi cura di lei» di Kyung-Sook Shin ·

«Mamma è scomparsa da una settimana». È un pomeriggio qualsiasi in una stazione della metro di una grande città di un paese orientale. Due anziani genitori sono appena stati a trovare i figli che vivono nella metropoli e ora corrono tra la folla per cercare di prendere il treno che li riporterà in campagna. Il marito riesce a salire, ma quando si volta, si accorge che della moglie non v’è più traccia. E così una donna senza soldi e senza documenti scompare inghiottita dalla immensa Seul. Da qui parte l’ultimo romanzo di Kyung-Sook Shin, Prenditi cura di lei (Vicenza, Neri Pozza 2011, pagine 217, euro 16,50) per raccontare di una famiglia intera alle prese con questa improvvisa scomparsa.

A oggi il libro è stato un successo clamoroso: due milioni di copie vendute in Corea del Sud, dove la scrittrice è nata nel 1963; centomila mila copie negli Stati Uniti alla prima tiratura. «Volevo dimostrare — ha detto Kyung-Sook Shin — che la mamma è sì il punto di forza, la radice della famiglia, ma è anche fragile e sensibile». Effettivamente nella narrazione i due piani si intersecano e si rincorrono di continuo, dando vita a un ricco arazzo finale.

Nel dramma per la scomparsa dell’anziana donna, i familiari sono distrutti dai sensi di colpa. Sensi di colpa che risalgono lontano per il fatto di non averla compresa, di non averla conosciuta, di non averla davvero amata («prima che perdessi di vista tua moglie alla stazione di Seul, per te era solo la madre dei tuoi figli. [...] Era come un albero tenace: un albero che dura nel tempo, a meno che non sia tagliato o strappato via. Quando è scomparsa la madre dei tuoi figli, hai capito che era scomparsa tua moglie. Tua moglie, che avevi dimenticato per cinquant’anni, era una presenza nel tuo cuore»). Ma anche sensi di colpa più recenti per essersi ostinati a non vedere i segni inequivocabili della malattia della donna a causa della fretta, della superficialità e, soprattutto, dell’egoismo.

Se, infatti, tutti sono stati ciechi dinnanzi alla sua confusione mentale, ciò è avvenuto perché faceva loro comodo. Dopo che la donna aveva trascorso tutta la vita a prendersi cura di loro, tornava utile a marito e figli fingere di non riconoscerne la debolezza e di non sentirne il grido di dolore, perseverando nel pretendere ancora da lei. E così nel momento in cui l’anziana necessitava davvero di aiuto, per lei non v’era nessuno.

Parlano tutti. La figlia scrittrice (la ribelle); il figlio maggiore (il prediletto); il marito (distante); parla anche la donna stessa. Solo che a volte si interagisce troppo tardi, e così il dialogo diventa un monologo e l’incontro risulta impossibile.

La ricerca della donna scomparsa si rivelerà presto inutile. La scrittrice lascia intuire, ma non dice nulla espressamente. La contadina, l’anziana, la madre, la moglie, la donna, la malata di Alzheimer restano lì, inafferrabili. Troppo vicine (prima) per metterle davvero a fuoco; troppo distanti (ora) per averle realmente con sé.

Perché con la scomparsa della madre, è il valore di farci carico del prossimo a essere scomparso: con l’anziana donna, si è infatti volatilizzata anche la capacità di cura delle nostre società frettolose, superficiali ed egoiste. Siamo divenuti incapaci anche solo di vederli, gli anziani. La Corea del Sud è solo un sassolino di quella ghiaia che non ha confini geografici, culturali e sociali: «sono pensionata. Malata. Per gli altri conto sempre di meno», scrive Angela Amati, di Bari, nel suo diario (ritrovato dalla sorella Chiara, dopo la sua morte, avvenuta il 27 luglio 2009 per un tumore all’intestino, dopo che una malattia di natura psichica l’aveva accompagnata fin dalla giovinezza).

Come la donna del romanzo che, in realtà, «è scomparsa un poco alla volta», anche il modo di relazionarsi tra le persone è evaporato via lentamente. Ne è paradigmatica una riflessione della figlia: ora che anche lei è madre, pur essendo legatissima ai suoi figli, si accorge di essere un tipo di genitore completamente differente da quello che è stata sua madre che, «se c’erano di mezzo i suoi figli, non si lasciava sorprendere o scoraggiare da nulla, (...) che aveva sacrificato la propria vita fino al giorno della sua scomparsa».

L’epilogo del romanzo è meraviglioso. In viaggio nello Stato più piccolo del mondo, quando ormai le flebili tracce dell’anziana donna sono diventate qualcosa più di un’assenza, la figlia minore — dopo aver comprato il rosario che la madre tanto tempo prima le aveva chiesto — si raccoglie in preghiera nella basilica di San Pietro. «Ti prego, ti prego, prenditi cura di lei» supplica la Madonna. E la supplica anni luce distante da casa, in un Paese, in una città che non ha nulla della storia di sua madre, o della sua famiglia. «Ti prego, ti prego, prenditi cura di lei»: la figlia riesce finalmente a pronunciare il suo grido di dolore per sua madre. E lo rivolge, quel grido, proprio alla Madre che regge tra le braccia il Figlio morto, che compie quel gesto che nessuna madre dovrebbe essere costretta a compiere.

Dinnanzi all’egoismo umano, alla sterilità di amare, all’incapacità di rendere i veri legami presenti e non invece soltanto ricordo, c’è spazio solo per il «prenditi cura di lei».

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22 settembre 2019

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