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Soprattutto un pastore

· Esce un libro che raccoglie interviste a Benedetto XVI ·

Esce il 9 settembre, nelle edicole italiane con il «Corriere della Sera» e in libreria con Garzanti, un volume che raccoglie interviste a Benedetto XVI e di cui il quotidiano milanese ha pubblicato alcune anticipazioni. Il testo è stato curato da Peter Seewald e tradotto da Chicca Galli (Ultime conversazioni, pagine 240, euro 12,90) ed è il quarto realizzato dal giornalista e scrittore tedesco dopo le interviste al cardinale Joseph Ratzinger su cristianesimo e Chiesa cattolica nel XXI secolo (Sale della terra, 1996), su fede e vita oggi (Dio e il mondo, 2000) e a Benedetto XVI sul pontificato, la Chiesa e i segni dei tempi (Luce del mondo, 2010). Del libro anticipiamo alcuni stralci.

Nel 1987 a Pentling

La chiamavano “professor papa” o “il papa teologo”. Trovava che fossero appellativi azzeccati?

Direi che cercavo di essere soprattutto un pastore. E uno dei compiti di un pastore è trattare con passione la Parola di Dio, che è anche quello che dovrebbe fare un professore. Sono stato anche un confessore. I concetti di “professore” e “confessore” hanno filologicamente quasi lo stesso significato, anche se il compito di un pastore è più vicino a quello del confessore.

Finora, per quanto lontano si possa spingere il nostro sguardo, in nessun luogo c’è qualcosa che ci potremmo immaginare come il cielo in cui dovrebbe troneggiare Dio.

[ride] È perché non esiste un luogo in cui Lui troneggia. Dio stesso è il luogo al di sopra di tutti i luoghi. Se lei guarda nel mondo, non vede il cielo, ma vede ovunque le tracce di Dio: nella struttura della materia, nella razionalità della realtà. E anche dove vede gli uomini, trova le tracce di Dio. Vede il vizio, ma anche la virtù, l’amore. Sono questi i luoghi dove c’è Dio. Bisogna staccarsi da queste antiche concezioni spaziali, che non sono più applicabili non fosse che perché l’universo non è infinito nel senso stretto del termine, pur se è abbastanza grande perché noi uomini lo si possa definire come tale. Dio non può essere da qualche parte dentro o fuori di esso, la sua presenza è completamente diversa. È molto importante rinnovare anche il nostro modo di pensare, liberarsi delle categorie spaziali e intenderle da una nuova prospettiva. Come esiste una presenza spirituale tra gli uomini — due persone possono essere vicine pur vivendo in continenti diversi perché questa dimensione di prossimità non si identifica con quella spaziale — così Dio non è «in qualche posto», ma è la realtà. La realtà fondamento di tutte le realtà. E per questa realtà non ho bisogno di un «dove» perché «dove» è già una delimitazione, non è già più l’infinito, il creatore, che è l’universo, che comprende ogni tempo e non è lui stesso tempo, ma lo crea ed è sempre presente. Credo che molte delle nostre percezioni vadano riviste. Anche la nostra idea complessiva dell’uomo è cambiata. Non abbiamo più seimila anni di storia [come si calcola nella Bibbia], ma non so quanti di più. Lasciamo pure aperte queste ipotesi numeriche. In ogni caso, sulla base di questa conoscenza, la struttura del tempo, quello della storia, oggi si rivela mutata. Qui il compito primario della teologia è di svolgere un lavoro ancor più approfondito e offrire agli uomini nuove possibilità di rappresentare Dio. La traduzione della teologia e della fede nella lingua odierna è ancora molto carente; è necessario creare schemi di rappresentazione, aiutare gli uomini a capire che oggi non devono cercare Dio in «qualche posto». C’è molto da fare.

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