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Nostalgia
di un piccolo mondo

· Il ghetto di Venezia nelle fotografie di Ferdinando Scianna ·

Per il quinto centenario del ghetto di Venezia si è deciso di avviare una ricognizione fotografica con l’intento di raccontare la dimensione contemporanea di questo luogo, per testimoniarne la totale integrazione nella vita cittadina. La Fondazione di Venezia ha incaricato del progetto Ferdinando Scianna, riconosciuto maestro del fotogionalismo, che ha accettato la sfida non senza timore. «E se non ce la faccio? Quel posto — spiega in una nota in cui confessa i dubbi prima di dire sì — è un teatro nel quale da mezzo millennio si sono svolte vicende straordinarie e terribili. So che i luoghi non smettono mai di raccontare, anche a distanza di secoli. Ma se io non riuscissi a sentire quelle voci, a vedere nella casuale complessità e contraddittorietà dell’oggi le immagini che contengono una qualche traccia di quella storia così densa?». 

Il sapore visivo della tradizione nell’immagine di un uomo che attraversa il Ghetto (Ferdinando Scianna/Magnum Photos)

I dubbi si sono via via sciolti nel corso del lavoro, nel percorrere in lungo e in largo il ghetto, incontrando le persone che li abitano e lavorano. Il risultato è un racconto in stile street photography: quarantotto foto in bianco e nero che sono diventate una mostra intitolata Ferdinando Scianna. Il Ghetto di Venezia 500 anni dopo, curata da Denis Curti e ospitata fino all’8 gennaio 2017 nelle sale della Casa dei Tre Oci, sull’isola della Giudecca. Sinagoghe, botteghe, ristoranti, campi, gondole sono i soggetti che animano un panorama visivo in cui si nota la compresenza di una dimensione simbolica, storica e rituale intrinsecamente connessa alla vita di oggi. Scianna ha scelto un registro narrativo delicato ma non malinconico. Le sue foto danno così forma a un racconto che lega la memoria anche dolorosa del luogo all’evoluzione del tessuto urbano, sociale e culturale della città. Un confronto con la storia, ma anche con il presente, compiuto con sguardo curioso e fresco, attento alle architetture, certo, ma soprattutto agli uomini. Uno sguardo antropologico, dunque. «Ferdinando Scianna — osserva al riguardo il curatore Denis Curti — ha dato forma a una memoria collettiva elevando e distinguendo singole storie: se ne avverte la bellezza e la solennità. Dentro queste fotografie ci si orienta. I punti cardinali si fanno abbraccio e segnano le linee di una confidenza visiva capace di entrare nei confini dell’intimità dei molti ritratti che compongono il complesso mosaico di questa esperienza: è il linguaggio degli affetti, è la grammatica dei corpi». Il ghetto è «un luogo dove ogni giorno le attività economiche, i giochi dei bambini in campo e la vita religiosa respirano il peso della storia» scrive Giampietro Brunello, presidente della Fondazione di Venezia, riconoscendo che «la comunità ebraica è uno dei capisaldi della internazionalizzazione della città e contribuisce con continuità al suo ruolo di baricentro culturale, crocevia di conoscenze». 

«Scianna — gli fa eco Paolo Gnignati, presidente della Comunità ebraica di Venezia — ci mostra il ghetto come luogo che è al tempo stesso somma di particolari sedimentati nel tempo e di uno spirito del luogo generale e impalpabile, rifratto nelle innumerevoli memorie ed esperienze dei singoli, siano essi abituali frequentatori o turisti distratti». Con questo progetto il fotografo della prestigiosa agenzia Magnum conferma la sua capacità di raccontare, concretizzando nelle immagini «quella tensione del corpo, degli occhi, della mente e del cuore che ha bisogno di deambulare con una macchina fotografica in mano, cercando, aspettando gli istanti di senso e di forma che qualche rarissima volta rivelano il mondo e me stesso».

di Gaetano Vallini 

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16 luglio 2019

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