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Solo la speranza ci rende liberi

· Ricordo dello scrittore argentino Ernesto Sábato ·

«La vita la si fa in brutta copia, senza la possibilità di correggerla e ricopiarla in bella». Ma, chiudeva Claudio Magris un incontro con Ernesto Sábato nell’aprile del 2002, a suo avviso non c’era proprio nulla da correggere.

Figlio di una albanese e di un argentino di origini italiane, Sábato, uno degli ultimi «grandi» della narrativa latino-americana, è morto il 30 aprile all’età di 99 anni (era nato il 24 giugno 1911). Il suo nome s’è accompagnato a quello straordinario drappello di scrittori quali Cortàzar, Rulfo, Fuentes, Vargas Llosa, Puig, Ocampo, Casares, Soriano, Borges.

Nato a Rojas (Buenos Aires), Sábato aveva avuto una preponderante formazione tecnica e una carriera di tutto rispetto nel settore ingegneristico, avendo lavorato a Parigi nel laboratorio di Joliot Curie, e insegnato Quantistica e relatività all’università della Plata, nonché negli Stati Uniti al Massachusetts Institute of Technology. Dopo un’infanzia e una giovinezza colme di angosce, solitudini e desiderio di ribellione, s’era staccato dall’ideologia comunista, intuendo fra i primi dove avrebbe portato; dalla scienza, prevedendo tempi in cui essa avrebbe colonizzato valori e coscienze, oscurando la luce del cammino umano; dall’avanzare del neoliberismo, infine, conscio dei suoi disastri prossimi venturi e, ormai, attuali.

Anche il surrealismo di Breton aveva abbandonato, ma non la passione letteraria, «l’unica a captare la totalità dello spirito», distinguendosi subito nel panorama della contemporanea narrativa nazionale, la cui nota intellettualistica e la quasi schizofrenica lucidità avevano nutrito romanzi da brivido intensamente drammatici.

Nella sua lunga vita, lungo un secolo crudele che, a suo avviso, avrebbe lasciato sul campo i risultati di una bancarotta morale poi avvertita oltre la soglia del Duemila, Sàbato ha tuttavia scritto solo tre romanzi, essendosi imposta quanto prima in lui una vena saggistica di non meno consistente rispetto. Aprendo con Tunnel (1948) la sua carriera di scrittore Sàbato aveva rivelato fin dall’inizio la sua poetica: un’indagine quasi scientifica d’una planetariamente partecipata inquietudine metafisica.

Così, nel 1961, dopo lungo silenzio, dandoci il suo secondo romanzo ( Sopra eroi e tombe ), Sàbato estende la sua attenzione all’intera condizione umana, conferendo dimensione tragica ai suoi personaggi, nell’assoluta sfiducia nei miti della ragione e del progresso. Approfondendo la dimensione trascendente — che mai la narrativa ispano-americana aveva così verticalmente conosciuto — Sàbato anima storica coralità e solitudine privata, crudeltà e tenerezza, temerarietà e rinuncia, epicità e bassezza, egoismo e amore.

Altri tredici anni ed ecco il terzo romanzo, L’angelo dell’abisso , in cui l’autore stesso diventa protagonista della sua opera, nel totale coinvolgimento di chi, da proporzioni private, attinge quelle simboliche, verità diurne e notturne, inferni e sublimazioni, giustizie e malvagità, senza intenzione di disertare mai quel «buon combattimento» cui esorta l’apostolo Paolo. Ma fin dal 1945 Sàbato ha scritto e pubblicato saggi: Uno e l’universo , per esempio, e Uomini e ingranaggi (1951), Lo scrittore e i suoi fantasmi (1963), Robbe-Grillet, Borges, Sartre (1968), La convulsione politico-sociale del nostro tempo e Itinerario (entrambi del 1969). Anche se vivi nella memoria del lettore restano oggi, sia Mai più (1985), sia Prima della fine (2000), sia La Resistenza (2001).

Radicale e apocalittica è la critica di Sàbato al mondo d’oggi, in procinto di autodistruggersi. Il suo impegno etico–civile, ammirevole, ancora fino agli ultimi anni, in cui ufficialmente si dichiarava «pittore». Prima della fine è la sua stessa storia, dall’infanzia sola e spaventata agli studi di fisica; dai primi viaggi al distacco dall’ortodossia comunista; dalla fiammata di surrealismo bretoniano agli incontri con Camus e con Cioran. Fino alla presidenza della Conadep (la Commissione nazionale sulla scomparsa di persone) dal 1983, e per quindici anni, lavorando a quei desaparecidos che hanno turbato la coscienza mondiale (esperienza trascorsa nelle pagine di quello struggente Nunca mas ), ai tempi della dittatura dei generali che avevano sepolto nel nulla ben trentaduemila ragazzi.

Commentò, Sàbato, l’uscita del volume: «Mi sono convinto a terminare questo libro per i giovani che, in mezzo al cinismo, oggi più che mai hanno bisogno della parola dei loro scrittori (...) sì, scrivo questo soprattutto per gli adolescenti e i giovani, ma anche per coloro i quali, come me, si avvicinano alla morte e si chiedono a che pro e perché abbiamo vissuto e sopportato, sognato, scritto, dipinto o, semplicemente, impagliato sedie».

Si dice che, nella trascrizione di tutte le atrocità scoperte da Sàbato all’atto di redigere quel duro libro che è il citato Nunca mas (1985), le segretarie d’ufficio del Conadep scoppiassero a piangere o abbandonassero il lavoro.

Una postilla a quello che era stato definito il suo testamento letterario e morale, vale a dire Prima della fine , è l’ultimo suo libro, La Resistenza , scritto e pubblicato sulla soglia dei novant’anni. Libro elettronico diffuso gratuitamente in Rete, a dispetto del fatto che fosse stato realizzato con una vecchia macchina da scrivere.

Definito «una profonda riflessione sul degrado morale dell’essere umano in una società senza valori», La Resistenza ribadisce il lungo «dispetto» del suo autore per la vampa tecnologica del progresso, pagine scritte in modo semplice e di accessibile lettura. Una lettera al mondo, insomma, nell’imminenza di un addio singolo alla totalità degli uomini.

«È strano che l’uomo interroghi la vastità del cosmo prima di farlo con se stesso». Lui, pur ammaliato dall’infinita vastità del tutto, si era impegnato a scandagliare l’umanità, i suoi modi, i suoi motivi. E se per solito era uscito da questo esercizio con insoddisfazione, tristezza, oscurità e timori, lui che al termine di ogni libro sembrava fosse scampato a un inferno, in questo suo estremo «resistere» alle pretese di negatività della società e della storia, ha fatto trapelare qualche lontana speranza. «Solo la speranza ci fa liberi», è infatti la sigla dell’opera.

A novanta o più anni di vita ci si può ben isolare, ci si può comprensibilmente chiudere nelle proprie private esigenze, nella proprie personali inclinazioni. Ma a Claudio Magris, che gli fece presente come nulla, nemmeno la voce, di ciò che da tempo ricordava di lui fosse mutato, Sàbato aveva risposto, con un pizzico di senile, perdonabile civetteria: «Sono contento di non averla cambiata. I vecchi diventano fiochi. Invece, ascolta, parlo come prima».

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