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Solo donne

· Tra le architette, scultrici e pittrici che hanno fatto la chiesa Maria Theotokos di Loppiano ·

Immaginate il paesaggio toscano di un dipinto del Rinascimento. Lo sfondo di un quadro di Piero della Francesca o di Leonardo da Vinci. Immaginate le colline, i cipressi, la campagna ordinata dall’uomo, le viti, i prati digradanti. E poi pensate a un manto, un grande manto, che viene calato dal cielo su uno di questi prati. Lo sfiora, quasi lo tocca, ma rimane a qualche metro da terra, qualcosa in alto pare trattenerlo e rimane sospeso fra cielo e terra, fra l’azzurro e il verde.

Così si presenta al primo sguardo del visitatore la chiesa dedicata a Maria Theotokos (Madre di Dio) a Loppiano, una piccola località situata in quel luogo già magico che è la Val d'Arno. «Quel manto è grande, ma anche dolcemente digradante per raccontare — spiega il gruppo di architette, scultrici e pittrici che lo ha realizzato — una chiesa accogliente come il manto di Maria, una chiesa che collega il cielo alla terra, il Creatore alle sue creature».

La chiesa Maria Theotokos di Loppiano vista dall’alto

Sono andata a Loppiano per incontrare le donne del centro Ave Arte nato all’interno del movimento dei Focolarini. Quel centro lo ha voluto Chiara Lubich, la fondatrice del movimento, per saziare «la sete di bellezza diffusa nel mondo». Quando la chiesa è stata costruita, la comunità dei Focolarini a Loppiano c’era già da un pezzo. Le case nella campagna toscana erano state ristrutturate, l’antica fattoria era stata rimessa in funzione, c’erano le cooperative, una sede universitaria, un laboratorio di ceramica, una vita comunitaria, ma mancava qualcosa che a tutto questo desse un senso più alto, che mandasse il segnale inequivocabile di una missione e di una presenza. Ed ecco la decisione di affidare all’architetta Ave Cerquetti la costruzione della chiesa «come suggello, come punto culmine della cittadella».

Erika Ivacson scultrice di origine ungherese, Elena Di Taranto, architetta, Dina Figuerido, pittrice di origine portoghese, Patrizia Taranto, architetta e Vita Zanolini, coordinatrice del gruppo, sono le cinque donne che hanno eseguito il progetto. Ora mi mostrano il loro lavoro compiuto in tempo di record, solo quattro anni dal 2004 al 2008. Uno sforzo eccezionale e pienamente riuscito. Il manto di Maria è lì, sfiora il prato e sotto il manto c’è la chiesa, circolare, moderna, in cui le linee curve si inseguono e si incontrano. «Ave mi ha chiamata una mattina per spiegarmi la sua idea, aveva già tutto nella sua testa e in un pezzo di carta: la forma circolare, il tabernacolo, le vetrate. Voleva un progetto che esprimesse Maria, la comunità e l’apertura al mondo», racconta Elena Di Taranto.

C’è una rottura in questa chiesa dedicata a Maria, Madre di Dio, rispetto alla tradizione dell’arte sacra. Ed è nella linea curva che le architette, le scultrici, le pittrici hanno scelto come elemento architettonico caratterizzante. Nulla in quell’edificio, che oltre la chiesa contiene sale di incontro, centri per convegni, è diritto, squadrato, rigido. All’opposto tutto è curvo, arcuato. È circolare la chiesa, sono circolari i banchi di legno chiaro, si curvano le grandi finestre colorate, avanza dall’alto in basso il tetto bianco diviso da travi che si inarcano. Non c’è bisogno che me lo spieghino, è del tutto evidente: la linea curva è il mezzo architettonico che riesce a realizzare meglio l’idea dell’accoglienza. In quella circolarità dei banchi attorno all’altare si celebra una comunione e una comunicazione immediata fra i fedeli e i sacerdoti. Consente, mi spiegano, «una particolare presenza corale attorno all’altare». In quel soffitto che si inclina si esprime un’idea di protezione, di accettazione di chiunque voglia entrare nella casa di Dio. E le vetrate enormi e colorate «creano un dialogo continuo tra interno ed esterno, fra vita che si vive e si celebra».

Non ci sono fiori, non ci sono piante, rarissime e discrete le immagini sacre. La scelta delle architette, delle scultrici e delle pittrici del centro Ave è quello della semplicità disadorna, del vuoto che diventa bellezza. Non si rinuncia alla grandezza, alla magnificenza del sacro, ma non lo si esprime in modo tradizionale. È la fede, non altro, evidentemente, che deve riempire quello spazio, la fede portata dagli uomini e dalle donne che si rifugiano sotto quel manto. L’edificio è fatto per accoglierla.

Colpiscono le grandi vetrate colorate opera di Dina Figuerido. «La luce — mi spiega — scivola, è preponderante rispetto alle figure che appena si intravedono. Da una parte la passione di Cristo, dall’altra la vita di Maria». E, ancora una volta, quella luce è accogliente, come è accogliente, più di qualunque marmo ricco, ornato e decorato, quella grande enorme pietra di Trani bianca, rettangolare, appena incisa, che Erika Ivacson ha scelto come altare. «L’ho voluto così, disadorno, bianco, grezzo, semplice perché tutti potessero riconoscerlo come loro, potessero vedere in esso il sacrificio di Cristo per l’umanità».

Dietro l’altare un’altra vetrata e, dietro questa, il tabernacolo, posto alla base del campanile, con due enormi trasparenti fessure che vanno verso l’alto. Ancora una volta l’interno e l’esterno si fondono, il verde dei prati, della campagna lavorata dagli uomini entrano nella casa di Dio.

Sono tutte donne coloro che hanno lavorato a quest’opera, è femminile il gruppo che ha progettato e ha creato la chiesa di Loppiano anche se hanno collaborato, naturalmente, molti uomini. Un gruppo che poi ha proseguito il suo lavoro in molti altri luoghi sacri. «Crediamo in un’arte in cui ci sia la presenza di Gesù» mi spiega Vita Zanolini, la coordinatrice del gruppo delle architette.

Il gruppo Ave è di sole donne solo per caso (e anche per tradizione visto che il movimento dei Focolarini è sempre stato diretto da una donna), ma in questi anni di lavoro si è accorto che esiste un’arte sacra, un modo di costruire luoghi per la fede che solo le donne riescono a creare. Si è reso conto di avere un compito educativo e di quanto sia importante che un’arte sacra femminile entri in contatto con un sacerdozio maschile.

Sarebbe stato immaginabile un gruppo di uomini così attento a rendere attraverso la curva, la circolarità, gli spazi aperti, le trasparenze, la potenza e la imprescindibilità dell’incontro fra l’umanità e Dio? Non posso fare a meno di chiederlo anche se loro, quando mi hanno mostrato e illustrato la loro opera, non hanno mai fatto accenno al femminile. Sorridono e ammettono che sarebbe stato abbastanza improbabile per un gruppo di uomini scegliere di usare quelle modalità morbide, luminose e accoglienti. Avrebbe preferito probabilmente una chiesa più diritta, squadrata. Avrebbe suggerito un’idea diversa del rapporto fra Dio e l’umanità. Forse, addirittura un’idea diversa della fede. Aggiungono che, con loro grande stupore, il sovrintendente alle Belle arti di Firenze quando era venuto a visitare la chiesa di Loppiano — lui uomo — aveva detto che in quell’opera era evidente la presenza di una capacità artistica tutta femminile. Mi raccontano di aver scoperto in questi anni che, in effetti, il loro modo di lavorare è diverso da quello di altre équipe. «Siamo davvero un gruppo, lavoriamo d’intesa, ci correggiamo. In questi anni ho capito che le idee dell’altra non mi escludono, non mi schiacciano, se mai mi contengono» dice Erika Ivacson. E Patrizia Taranto racconta: «Andiamo sempre nei luoghi che dobbiamo costruire o ristrutturare, non riusciamo a progettare asetticamente, a tavolino. Dobbiamo conoscere chi ci dà una commissione, dobbiamo capire che cosa vuole veramente da noi».

Loro — di questo sono davvero, senza presunzione, convinte — hanno molto da insegnare ai loro committenti che sono sacerdoti, vescovi, comunità e movimenti cattolici in cui la componente maschile è preponderante e che, spesso, non sanno che cosa fare. Di fronte a stupendi monasteri, chiostri, chiese, conventi non riescono a immaginare spazi diversi, a rispettare quel che deve essere salvato, a comprendere come si può innovare un luogo sacro. «Un monastero — spiegano — oggi non può essere quello di cinquecento anni fa, va salvato nella bellezza che possiede, ma va fa riprogettato per i nuovi compiti e per le nuove comunità. C’è nelle chiese, nelle diocesi, nei monasteri un modo di vivere, da soli o con gli altri che deve essere innovato anche negli spazi». Loro ne sono convinte. E lavorano, fiduciose nella loro creatività, nella loro capacità di contribuire a cambiare l’ambiente di vita di una comunità di fede, di introdurre una modernità accogliente quanto la tradizione. Oggi sono un gruppo molto richiesto, che ha cancellato, quando ci sono stati, anche antichi muri verso un’équipe tutta femminile. «Sai quando nel committente cadono le diffidenze?» mi racconta alla fine sorridendo Vita Zanolini: «Quando vedono che ascoltiamo e prendiamo appunti. A quanto pare non tutti lo fanno».

di Ritanna Armeni

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06 dicembre 2019

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