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Solidarietà strumento di governo

· Un modello per le relazioni internazionali ·

Colpisce nella lettura della Populorum progressio uno dei presupposti che Paolo VI utilizza per la sua analisi: «In questo stato di marasma si fa più violenta la tentazione di lasciarsi pericolosamente trascinare verso messianismi carichi di promesse, ma fabbricatori di illusioni» (n. 11). Non si tratta solo di una costatazione, ma di un aspetto che caratterizza il percorso dell’enciclica e che di fatto la rende attuale. Una corretta e leale cooperazione, come pure una efficace governance domandano che le illusioni lascino il posto a regole e strutture per fare della comunità mondiale uno spazio essenziale di convivenza. Uno spazio per garantire la pacifica coesistenza tra i popoli e quindi uno sviluppo integrale, quello a misura d’uomo. 

La prima pagina del 28-29 marzo 1967

Riflettendo sulle tematiche della cooperazione internazionale e della governabilità della comunità internazionale, Paolo VI descrive la convivenza planetaria non in ragione delle vicende politiche, dei disegni economici o di una semplice idea di struttura, ma come esigenza di persone e di popoli di vivere secondo l’idea di famiglia e il cardine della fraternità.
Tradotto nel linguaggio internazionalistico questo significa che la dimensione universale resta lo strumento aggregante, il vincolo unitario che per sua natura non relativizza o elimina le differenze e le peculiari caratteristiche di ogni popolo, ma anzi ne favorisce l’espressione, allontanando forme di discriminazione, di diverse speranze circa la qualità della vita, di egoismi che tendono a isolare singoli e popoli. Da questo scaturisce la necessità di rivedere il concetto di sviluppo, non limitandolo a soddisfare le necessità materiali o ad alimentare la crescita di beni e consumi. L’indicazione è di prestare attenzione alle sofferenze degli ultimi superando l’egoismo dei singoli e, ancor più difficile, quello degli stati. In tale prospettiva, per esempio, la Populorum progressio prevede e definisce anche quella sostenibilità che oggi sembra essere il grande traguardo se non della prassi, almeno del linguaggio internazionale.
Certo una tale visione, allora come oggi, ha l’obiettivo preminente di legare l’intero complesso dei rapporti tra stati a un concetto di giustizia internazionale intesa non come solo strumento di controllo o di strutturazione, ma piuttosto quale componente essenziale per edificare il bene comune e quindi garantire una governabilità mondiale.
Alla luce di questi presupposti che trovano riscontro nell’enciclica, è possibile rilevare come in ragione dell’esigenza primaria di favorire lo sviluppo integrale capace di tutelare la persona umana, il diritto internazionale abbia gradualmente elaborato un nuovo sistema di regole che, in ragione del loro valore generale e della loro forza obbligante, si afferma sempre più come garanzia del comportamento dei soggetti dell’ordinamento internazionale. Un’evoluzione e un ampliamento che l’insegnamento della Populorum progressio già proponeva come necessari per aumentare il livello di coesione delle relazioni internazionali intorno a principi fondamentali, tra cui spiccano l’obbligo degli stati a cooperare o il rispetto dei diritti della persona e dei popoli.
Le indicazioni che si possono desumere e applicare alla governance della comunità mondiale sono, dunque, l’obbligo di finalizzare la funzione — quindi anche l’evoluzione — del diritto internazionale a garantire la convivenza pacifica, mediante istituti giuridici efficaci per la soluzione delle controversie, e la promozione di un reale sviluppo socio-economico volto a superare i persistenti squilibri tra paesi, aree geografiche, popolazioni e quindi a garantire condizioni di pace.
I due ambiti, a fronte di un’interdipendenza sempre costante e della globalizzazione dei problemi, rispondono alla necessità di indicare tra le priorità dell’azione internazionale gli obiettivi della pace (e non solo della sicurezza) e dello sviluppo (e non solo della crescita economica) mediante l’adozione di misure coordinate. Nell’interdipendenza tre le nazioni si esprime un fattore essenziale, che funge da presupposto alla organizzazione della comunità internazionale, un elemento che oggi occupa notevole rilievo nelle relazioni internazionali e per questo continua a essere oggetto degli interventi del magistero sociale della Chiesa in materia.
In questo quadro la cooperazione internazionale si presenta come lo strumento di cui dispone l’ordinamento internazionale per garantire una concreta sinergia tra gli stati espressa attraverso le forme di organizzazioni intergovernative. Parimenti accoglie quelle dirette strutture di aggregazione della società civile (o non-governative) che operano sul piano internazionale. Cooperazione, dunque, come strumento in grado di colmare quel divario tra gli stati rappresentato dai differenti gradi di sviluppo e di situazione economica, di forza politica e di capacità di azione nelle relazioni internazionali.
Per giungere a questo traguardo, la Populorum progressio ci porta a riconoscere che l’uguaglianza è frutto di una comune origine, la cosiddetta unità di natura della famiglia umana, da cui scaturiscono quei principi fondamentali della legge naturale che si traducono in scelte e indirizzi di ordine politico, giuridico ed economico nella vita internazionale. In questo senso la cooperazione diventa fattore essenziale non soltanto delle situazioni direttamente legate alla vita economica, alla interdipendenza o a fenomeni detti di globalizzazione o mondializzazione, quanto piuttosto della solidarietà. Quella “virtù” che è componente di ogni persona nella sua dimensione individuale e nei rapporti sociali propri della vita comunitaria. Come dimenticare, infatti, che la cooperazione internazionale tende a manifestarsi in settori diversi? Dal giuridico all’economico, al sociale in genere, fino a delle forme particolari e sempre nuove espresse dalla cooperazione finanziaria, tecnologica e scientifica. Tutti ambiti che richiedono una condivisione non solo delle scelte, ma dei presupposti che risultano invece legati a logiche di parte.
Ma come fare dell’obbligo di cooperazione allo sviluppo di persone e popoli uno strumento di governance? Un esempio è dato dall’applicazione dell’obbligo a cooperare che il diritto internazionale oggi esprime solo attraverso strumenti normativi in genere regolanti la dimensione economica dei rapporti tra stati, come pure mediante strutture intergovernative chiamate a gestire processi di tipo economico-commerciale.
In sostanza la cooperazione va direttamente connessa con il pieno rispetto delle aspirazioni e i diritti di persone e popoli che scaturiscono dalla loro dignità e dalla loro creatività, con una cooperazione libera e non condizionata. Una metodologia applicabile a situazioni come quella della crisi debitoria dei paesi emergenti, capace di superare le motivazioni di ordine politico, spesso particolari, che oggi limitano l’efficacia di provvedimenti adottati in via generale, dimenticando quanto possano essere efficaci criteri adottati caso per caso.
Il presupposto dello sviluppo collettivo fa della cooperazione un imperativo di ordine etico, che presuppone la rinuncia a ogni forma di egoismo o a interessi di parte.
Analogamente per le preoccupazioni comuni che sono oggi viste come un elemento concorrente nel definire l’ambito dell’azione internazionale relativa al rapporto tra sviluppo e tutela ambientale. La convergenza intorno a questo indicatore nasce da una domanda sulla relazione tra la qualità della vita e i livelli di produzione, ma non sempre è pronta a riconoscere quanto il consumo sfrenato produca effetti negativi sui differenti ecosistemi: il desiderio di possedere, di fare uso e di consumare in maniera eccessiva e disordinata le risorse del pianeta, rimangono la causa prima di ogni degrado, come oggi descrive con toni precisi Papa Francesco nella Laudato si’.
La necessità di riscrivere le regole internazionali per renderle aderenti alle necessità della governance domanda di tradurre sul piano dell’azione esigenze stabilità e azioni per lo sviluppo. Questo dove saper riconoscere che la «solidarietà universale, che è un fatto, per noi è non solo un beneficio, ma altresì un dovere» ( Populorum progressio, 20). Solo così lo sviluppo potrà essere «il nuovo nome della pace», come Paolo VI indicava già cinquant’anni orsono.

di Vincenzo Buonomo

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