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Solidarietà, la vera arma
contro l’epidemia

· Intervista a Gianni Rezza direttore del Dipartimento malattie infettive all’Istituto superiore di sanità ·

«È difficile prevedere come evolverà l’epidemia provocata dal coronavirus, anche se molto sarà legato all’esito della lotta contro il tempo che sta impegnando la Cina: per comprendere cosa comporti blindare una città di undici milioni di abitanti è utile rileggere La peste di Camus». Ad affermarlo in un’intervista a «L’Osservatore Romano» è Gianni Rezza, direttore del Dipartimento malattie infettive all’Istituto superiore di sanità, che sottolinea lo sforzo di centinaia di operatori sanitari che con enorme dedizione, cercano di identificare e isolare velocemente i malati.

Da scienziato, quale posizione della comunità internazionale sarebbe più efficace nel contrasto alla diffusione del virus e per la tutela della salute dei cittadini?

Il resto del mondo non può che solidarizzare con chi si sta adoperando per circoscrivere quella che l’Oms non ha definito pandemia, ma epidemia con focolai multipli, che finora ha toccato 24 paesi con 176 casi fuori dalla Cina. A tale scopo è necessario ridurre temporaneamente il volume di viaggiatori da e per il paese colpito, ma è altrettanto indispensabile non isolare il continente cinese: piuttosto occorre sostenere quello che è uno sforzo straordinario, condividendo ricerche, analisi, informazioni e mezzi. Infine, è giusto proteggere le nostre comunità, tenendo sempre alto il livello di guardia e adottando tutte le precauzioni del caso, ma queste misure — stabilite dagli organi competenti e a cui ci si deve attenere — non devono fornire l’occasione o il pretesto per qualsiasi forma di discriminazione nei riguardi del popolo cinese residente nel nostro e in altri paesi.

Rispetto ad un fenomeno di fronte al quale ci si sente impotenti, prevalgono senso di precarietà, insicurezza, paura di vedere minacciata la propria vita: è normale, ma come evitare che tutti questi umani sentimenti degenerino in un panico collettivo immotivato o in comportamenti irrazionali?

L’equilibrio deve farci da guida e, nel caso specifico, le risposte arrivano dalla scienza. È chiaro che, una volta avvenuto il salto di specie da animale a uomo, il virus si è trasmesso da persona a persona, determinando una crescita fino a oltre 28.000 casi segnalati. È lecito ora domandarsi quanto sia contagioso il nuovo virus. In base al modello epidemiologico teso a stabilire il grado di contagiosità, il parametro di riproducibilità risulterebbe superiore a 2, ovvero un singolo malato potrebbe infettare in media due persone suscettibili. Di fatto, questo coronavirus sembra causare meno casi gravi della Sars, anche se è più complesso identificare e isolare rapidamente una persona che manifesti sintomi lievi. I dati disponibili nella letteratura scientifica suggeriscono anche che le persone anziane e i malati cronici hanno un rischio maggiore di sviluppare una polmonite grave. È in queste circostanze che ci rendiamo conto quanto sia importante avere un vaccino a disposizione che, come avviene nel caso dell’influenza, ci permette di proteggere le persone più fragili. Purtroppo, lo sviluppo di un vaccino e la sua produzione su ampia scala richiede tempo.

Stiamo vivendo una situazione in cui anche l'informazione è chiamata ad un ruolo di responsabilità, soprattutto dopo il 31 gennaio, quando l’Oms ha dichiarato il nuovo coronavirus una emergenza sanitaria globale.

Sottolineo che le autorità sanitarie cinesi già dalla settimana precedente si erano mosse con grande tempestività, creando un cordone sanitario intorno a Wuhan e alle altre città colpite, e bloccando i voli aerei. Analogamente, diversi paesi si erano già attivati per fronteggiare l’emergenza. L’Italia, in particolare, aveva adottato, sin dall’inizio, lo screening della temperatura sui passeggeri in arrivo e attivato un numero dedicato per il trasporto diretto in reparti di isolamento di persone con sintomi sospetti provenienti dalle aree affette della Cina.

La storia dell’umanità è lì a ricordarci che le epidemie si propagano da ogni parte del pianeta. Oggi più che mai, in un mondo globalizzato e interconnesso, occorrerebbe prevenire la nascita di virus, ma, nell’emergenza, è indispensabile un fronte comune di azione, coordinato da organismi internazionali, che supervisionino l’attuazione delle misure stabilite da parte dei singoli governi e che garantiscano trasparenza e collaborazione scientifica reciproca. La ricerca scientifica non può e non ha frontiere, e una crisi economica di larga scala, causata dall’isolamento di alcune regioni o paesi, non solo piegherebbe le finanze e il sistema produttivo di intere regioni, ma porterebbe al collasso il funzionamento di una sanità già provata dallo stato di emergenza. Come sottolinea Federico Feroldi, dell’Università di Gand, in Belgio, identificare un gruppo di soggetti o un popolo come responsabili del propagarsi di epidemie non è purtroppo cosa nuova pur ben sapendo che qualsiasi patologia derivante da virus insorge indipendentemente da nazionalità, patrimonio genetico, sesso, appartenenza religiosa o ceto sociale. Diritti individuali, doveri collettivi, principi morali e giuridici possono entrare in contrasto. Analogamente il diritto alla salute, l’autonomia, il dovere del rispetto reciproco, la libertà di espressione possono essere problematici da rispettare contemporaneamente in situazioni contingenti, talvolta rischiose, spesso di emergenza. Ecco che, in questi casi, viene in soccorso un processo, detto di bilanciamento — spiega Feroldi — che tiene conto dei vari fattori, del contesto, dei precedenti, della probabilità di eventi futuri, e, attraverso un percorso di riflessione razionale, giunge a stabilire quale principio occorre far prevalere per il bene dell’umanità, che non prescinde mai dallo spirito di solidarietà e dal mutuo soccorso tra le popolazioni.

di Silvia Camisasca

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23 febbraio 2020

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