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Una nuova consapevolezza
del ruolo dei singoli

· Per sfuggire alla trappola della competizione e alla retorica del merito ·

Lascio Gazzada, presso Varese, dove a Villa Cagnola è in corso un’interessante scuola di formazione dei giovani alla politica. Il luogo è nevralgico nella memoria ambrosiana di Paolo VI e di Montini si avverte lo spirito. La mattinata è luminosa e fredda: sulle Alpi la prima neve e lungo la strada che scende in città lo spettacolo dei colori d’autunno.
Da un laboratorio d’idee in cui va emergendo la capacità di visione delle nuove generazioni, ho come l’impressione di spostarmi verso stanchezza e rimpianti. Mi attende un convegno il cui titolo già evoca gli effetti della crisi economica sulla qualità del lavoro. A promuoverlo sono le Acli e penso a tante associazioni dalla storia gloriosa, il cui presente è di capelli bianchi. Sto invece per essere sorpreso. Al di là del calore dell’accoglienza, sono colpito da come donne e uomini d’esperienza, magari per decenni su posizioni contrapposte, abbiano vivo il gusto di convenire attorno a questioni socialmente intricate. Sono esposti con rigore i dati di realtà e mi trovo coinvolto in una tavola rotonda in cui non solo si parla, ma addirittura si ascolta. La percezione è di un vero dialogo, da società civile matura. 

Dhiman Choudhury, «Società moderna» (2003)

Diversi gli elementi che meritano di essere condivisi oltre il livello provinciale. Il primo riguarda l’emergere di una forte polarizzazione, che allontana specularmente sia le persone, sia i territori. Nel quadro di un sistema aziendale dinamico, che ha reagito rapidamente alla crisi, la ricerca delle Acli varesine pone in evidenza «la posizione raggiunta da un gruppo di lavoratori: tecnici a elevata specializzazione, con retribuzioni maggiori, prospettive di carriera e miglioramento personale molto buone e, in generale, una soddisfazione personale e lavorativa elevata». D’altra parte, si legge nel report, «a fronte di questa élite professionale, c’è una larga fetta di occupati la cui vita professionale, nel migliore dei casi, procede in modo stanco, senza un sussulto».
Tra i lavoratori, dunque, «lungo la direttrice della specializzazione si separano e si diversificano condizioni in alcuni casi opposte, anche all’interno degli stessi comparti produttivi». Questo costringe a modificare i paradigmi: «Un tempo le si chiamava “categorie”, secondo il settore economico in cui si lavorava: i meccanici, i chimici, i tessili e così via. Oggi queste generalizzazioni non funzionano più, perché la differenza è data dalla professionalizzazione e dalla capacità di creare valore aggiunto con le competenze. Per coloro che non dispongono di questo bagaglio, il rischio è quello di una vita lavorativa piatta, o peggio costellata da cambiamenti di lavoro, ricominciando ogni volta dalla base, senza avere reali opportunità di scalata professionale».
Di qui la domanda: e chi non ce la fa? Al di là del politicamente corretto: l’intelligenza non è diffusa in modo equo; i talenti sono non solo diversi, ma diversamente distribuiti. Le condizioni sociali di partenza appaiono per molti segnate. Incontro tanti ragazzi e mi chiedo: ci sarà posto per tutti?
L’asticella per alcuni sembra sempre più alta. Una società competitiva seleziona e non si tratta solo d’impegno, di merito. Tra l’altro, clamorosa appare la penalizzazione di genere, osservata trasversalmente a tutti i capitoli dell’indagine. Essere donna è un problema, lascia indietro, letteralmente non paga.
Lo stesso rischia di avvenire sul piano geografico: ci sono veri e propri territori scartati. I numeri mostrano quanto la provincia di Varese graviti sempre più su Milano. A sud città medio-grandi ormai assorbite nell’hinterland metropolitano, aree dinamiche perché rapidamente connesse all’intero pianeta da un sistema di comunicazione e trasporti d’eccellenza. A ovest e a nord, tra paesaggi mozzafiato — laghi, montagne, boschi, villaggi — il benessere ha invece basi sempre più fragili. Si fatica, le aziende più facilmente chiudono o se ne vanno, il turismo implica lavoro stagionale, precario, sospeso alle mode.
Per l’Italia — si pensi alle Alpi, agli Appennini, al Sud, alle Isole — il problema è cruciale. Sento parlare, non ad Aosta o a Matera, di «desertificazione», di aree cioè in cui anche iniziative di eccellenza si trovano come smarrite in casa propria, penalizzate dall’ora d’auto che basta a divenir periferici, isolati, estranei al dinamismo contemporaneo. Così, se occorrono persone e territori aggressivamente competitivi, sempre più smart, istantaneamente raggiungibili, cresce clamorosamente lo spreco di potenzialità, quanto a bellezza, a vita buona, a tradizione sociale e imprenditoriale. Che fare? Come essere resilienti? La rivoluzione industriale 4.0 rischia di generare un mondo in cui solo alcuni saranno necessari; ma davvero i migliori? Prevenirne l’abbaglio significa indicare fin d’ora che — come insegna la Laudato si’ — «tutto è connesso». Non si sopravvive in un deserto, né si cresce mutilandosi.
Positivamente, la ricerca mostra una nuova consapevolezza circa il ruolo dei singoli. Direi un passo da gigante nella cultura sindacale. «L’azione delle organizzazioni dei lavoratori, da sola, non è sufficiente a garantire e a promuovere una sana cultura del lavoro. L’elemento determinante restano il lavoratore e la sua capacità di controllare, e non subire, il processo produttivo».
Controllo qui significa libertà di dare la propria impronta a ciò che si fa. «È dunque la leva individuale a influire di più sulla qualità del lavoro». Mi chiede il moderatore del dibattito che cosa pensi dell’imprenditore. Rinvio all’elogio che ne ha fatto Papa Francesco a Genova tra i lavoratori e poi descrivo i miei alunni di liceo: non si scaldano per partiti, chiese, sindacati, ma intensa è la propensione all’impresa, al far di se stessi quasi un esperimento. Profilo rischioso, eppure attuale. La predisposizione a giocarsi credo non vada delusa né sfruttata, ma sostenuta, perché la dignità personale è connessa al rimboccarsi le maniche, al farsi venire idee, al cimentarsi con la realtà. I giovani lo sanno: niente per loro è più automatico, una professione non è garantita. Tuttavia, perché ciascuno investa e fiorisca, bisogna che gli altri non siano una minaccia. La trappola della competizione e la retorica del merito, importati a scuola, possono fare già di una classe un campo di battaglia. Nel tutto contro tutti non si va da nessuna parte.
Rilevano le Acli varesine «un elemento che accomuna, in modo purtroppo trasversale, la vita lavorativa di tutti. I dati sulle discriminazioni e gli episodi di violenza lasciano interdetti e suggeriscono che, sebbene la diffusione sia ancora contenuta, i luoghi di lavoro stanno diventando sempre più conflittuali, un conflitto che, a volte, assume i caratteri inaccettabili dell’aggressione personale e fisica».
Il buon competere è bilanciato da un profondo senso d’interdipendenza, dal sentirsi grati e parte di un gruppo, di un’azienda, di un Paese. L’imprenditrice seduta al mio fianco ricorda il suo passato sportivo, da campionessa di canottaggio. E dice a tutti che ogni lavoro chiede lo stesso spirito di squadra: la solidarietà è un criterio di crescita, oltre che di felicità.

di Sergio Massironi

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