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Sogno europeo

· Nel 1938 nasceva la prima Repubblica democratica di Georgia ·

L’antico regno di Colchide, leggendaria terra dove Giasone e gli Argonauti rubarono il Vello d’Oro, o dove il titano Prometeo fu incatenato da Zeus a una montagna del Caucaso per aver donato il fuoco all’umanità, quest’anno festeggia i cento anni dalla nascita della sua prima Repubblica democratica, formalmente proclamata con l’atto di dichiarazione dell’indipendenza il 26 maggio 1918. Per l’occasione l’ambasciata di Georgia presso la Santa Sede ha invitato il professor Stephen Jones, titolare della cattedra di studi sussi ed eurasiatici al Mount Holyoke College, in Massachusetts, a tenere una lezione sul primo esperimento socialdemocratico in Georgia, le sue teorie e sviluppi futuri. 

Nicolas-Sébastian Adam «Prometeo incatenato» (1762)

Se nell’immaginario collettivo — georgiano e non — la parola socialismo è apparsa di frequente accanto al nome Georgia nel più generale contesto dell’Unione delle repubbliche socialistiche sovietiche, poco si conosce, invece, di quello che era la Georgia prima di essere assorbita nel blocco comunista. In effetti, il totale azzeramento dello spirito politico, economico e, soprattutto, culturale del paese, protrattosi per più di settant’anni di russificazione, ha certamente contribuito a creare e a consolidare un’aura di scetticismo attorno alle idee proprie del socialismo.
Quest’ultimo, infatti, è considerato da molti georgiani un nemico della libertà, un concetto ormai datato che il trionfo del liberal-capitalismo alla fine del XX secolo ha definitivamente, o quasi, eclissato. Eppure, il primo e ultimo esperimento democratico della Repubblica di Georgia tra gli anni 1918 e il 1921, fece della socialdemocrazia la propria bandiera.
Contrariamente a quanto si possa pensare, infatti, la socialdemocrazia nella Georgia dei primissimi anni venti si basava su un approccio alternativo all’economia e al ruolo dello stato: un interessante ibrido tra mixed economy, pluralismo, cosmopolitismo, ma anche profondo senso della nazione e di giustizia, volto a un’equa redistribuzione delle ricchezze e alla protezione dei ceti meno abbienti. Ed è proprio qui che risiede il carattere eterodosso del primo governo socialdemocratico georgiano guidato da Noe Jordania a partire dal 1918. La visione bolscevica centralizzata e cospiratoria dell’apparato statale lasciò spazio alla partecipazione politica, all’autonomia regionale a una primitiva forma di laissez-faire e all’inclusione delle minoranze tipicamente mensceviche. Come accadrà in Africa e in Asia negli anni Sessanta con i movimenti rivoluzionari a favore della decolonizzazione, la giovane élite georgiana vide nella socialdemocrazia il miglior modo per superare l’arretratezza del paese, liberandolo dal dominio coloniale, e porre fine alla sua vulnerabilità politica e culturale, portando finalmente la pace in un focolaio di rivalità multietniche.
Seppur a uno stadio ancora primitivo, il pensiero socialista in Georgia venne definito come nuovo, scientifico ed europeo, precursore del “blocco storico” teorizzato e in seguito approfondito da Antonio Gramsci negli anni trenta, in antitesi con il marxismo ortodosso. Il carattere unico della socialdemocrazia georgiana risiedeva, infatti, nella visione del socialismo come di un vero e proprio movimento nazionale. Già nel 1915, Noe Jordania scriveva sull’importanza della rinascita e del consolidamento della nazione, come motore di sviluppo, catalizzatore della modernizzazione.
Un socialismo in Georgian colors per dirla con le parole di Jones, fortemente influenzato dai Tergdaleulni: movimento di giovani intellettuali e studenti georgiani sostenitori delle idee europee di nazione e illuminismo. Esso lasciò come principale eredità l’esaltazione dei movimenti di liberazione nazionale in Grecia, Italia, Irlanda e, in generale, del fervore culturale degli attivisti europei. Un modello al quale assurgere anche in Georgia, concretizzatosi attorno a una precisa idea: la Georgia era anch’essa europea. Da qui l’identificazione del socialismo georgiano con i valori europei del pluralismo, della difesa dei diritti e della proprietà privata, ma anche di un’ampia partecipazione politica, che rese un arretrato paese dell’impero russo il più grande sostenitore dell’europeizzazione.
Europeizzazione che, bisogna dirlo, si affiancò a una politica estera neutrale, ma sempre più orientata verso l’asse euro-atlantico. Non è un caso che dopo il riconoscimento de facto e de jure della prima Repubblica di Georgia tra il 1920 e il 1921, non solo da parte dei paesi europei ma anche dagli Stati Uniti e dall’America latina e dal Giappone, la Georgia cercò di trovare il proprio posto nella comunità internazionale attraverso l’apertura di rappresentanze diplomatiche e sedi consolari, nel quadro più ampio del primo dopoguerra, quando diversi paesi, Stati Uniti in primis, sentirono la necessità di stabilire un nuovo ordine mondiale in grado di garantire la pace, la sicurezza collettiva e l’autodeterminazione dei popoli. Ideali, questi ultimi, espressi nei Quattordici Punti del presidente statunitense Woodrow Wilson, che volle rendere tangibili attraverso la creazione, nel 1919, della Società delle Nazioni.
Zurab Avalishvili, noto diplomatico georgiano il cui motto era «siamo qui per servire il nostro paese, non il partito», citava l’Inferno di Dante Alighieri per far capire l’importanza del posizionamento della Georgia nel blocco occidentale: «la Società delle Nazioni o Lasciate ogni Speranza».
Purtroppo, l’entusiasmo della delegazione georgiana alla conferenza di Parigi del 1920 si scontrò con l’avversione dei paesi occidentali all’idea di cacciarsi nel ginepraio russo, che legò irrimediabilmente il destino del Caucaso all’Unione Sovietica. E infatti, pochi giorni dopo l’approvazione di una nuova Costituzione da parte dell’Assemblea costituente guidata da Karlo Chkheidze, il 25 febbraio 1921 l’undicesima divisione dell’Armata Rossa occupò Tbilisi e il Revkom dichiarò la caduta del governo menscevico e la conseguente creazione della Repubblica socialista sovietica di Georgia. Fu così che nel marzo 1921 Noe Jordania, insieme ad alcuni membri del governo legittimo, deputati dell’Assemblea Costituente, ufficiali militari con le loro famiglie fuggirono in Turchia a bordo della nave francese Ernest Renan, alla volta di Parigi, da dove non faranno mai più ritorno.
Il presente condiziona il modo in cui guardiamo al passato: l’odierno consenso attorno alle strategie politiche e di crescita economica crea un pregiudizio nei confronti della prima Repubblica georgiana, sollevando anche molti dubbi sul ruolo che la Georgia vorrebbe avere nello scacchiere politico internazionale: orientato a occidente, ma tristemente soffocato dal dissenso del gigante vicino nordico. Nonostante il primo governo democratico georgiano non sia stato in grado di difendere in maniera adeguata i suoi principi pluralistici, esso ha posto le fondamenta per la nascita della liberal-democrazia e dello stato moderno, un qualcosa che certamente meriterebbe una maggiore attenzione da parte degli storici, e un minore pregiudizio da parte dei politici.

Ma come diceva Avalishvili circa cento anni fa, «la memoria delle persone svanisce nel tempo, gli errori dei nostri avi sono seppelliti dalle ceneri dell’oblio».

di Ketevan Audguladze

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