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Sogno e realtà

· Nel romanzo «Gesù a Roma» di Juan María Laboa ·

«Benedetto XVI non era il primo Papa che rinunciava al papato, ma, probabilmente, era il primo a ritenere consapevolmente che, sebbene l’amore a Dio e agli uomini non abbia limiti, i servizi che ci vengono chiesti su questa terra sono sempre in funzione dei progetti del Signore e del bene dei credenti». Si chiude così il penultimo capitolo della “parabola” scritta da Juan María Laboa nel 2012. Nel lungo racconto Gesù a Roma , appena uscito in italiano per Jaca Book (2013, pagine 157, euro 12), il noto storico spagnolo della Chiesa immagina che Gesù ritorni sulla terra, a Roma nei nostri giorni.

Gesù arriva nella parrocchia di Primavalle: piano piano i parrocchiani realizzano la singolare presenza tra loro, ma il dialogo scorre sereno: tutto si svolge con grande spontaneità e naturalezza. Il vice parroco Anselmo, ad esempio, è certo felice di incontrarlo in carne e ossa, ma realizza che Gesù davvero lo ha accompagnato in tutti i suoi giorni e in tutte le sue scelte: «averlo lì davanti non voleva dire averlo più vicino di quanto fosse stato per anni». Emerge qui per la prima volta un tratto bellissimo che Laboa immagina ritorni spesso quando le persone incontrano Gesù in giro per la città: tra il Cristo e i singoli, sguardi pieni di complicità e di gioia.

Gesù non parla molto. Gesù ascolta, osserva, consola, risveglia, illumina. Con serenità, sguardo vigile e amore, Gesù semina. Semina ovunque. Ma la risposta alla sua mano tesa è lasciata, ancora una volta, alla libertà individuale.

Gesù non è solo: Pietro, Matteo, Maria Maddalena, Cipriano, Caterina, Francesco, Melania, Tertulliano, Agostino, Agnese, Giovanni e Giacomo, Priscilla, Gregorio Magno, Cecilia, Marta e Maria, Ignazio di Loyola e Francesco Saverio. È uno degli aspetti più belli del romanzo: Gesù non torna solo. Torna con la sua Chiesa. I grandi santi commentano tra loro ciò che sono stati. Commentano tra loro ciò che vedono nella Roma di oggi, ciò che manca, il bello che incontrano, e il brutto. E, soprattutto, comprendono l’eccezionalità di quel che stanno vivendo.

Gesù cammina dalla periferia al centro, entra nelle case, attraversa le vie. C’è chi, incontrandolo, è preso dal fuoco del voler rivoltare la propria vita. Ma c’è anche chi si sente incoraggiato nel percorso intrapreso. Chi rasserenato, rinfrancato. C’è chi viene guarito, dissetato, mondato. E c’è chi è turbato. L’alta gerarchia, in particolare, risulta — nella narrazione di Laboa — estremamente scossa. C’è una parte della Chiesa che non sa che fare, non sa come comportarsi.

Ma spicca, su tutti, la reazione del Papa. Nella consapevolezza che per seguire Gesù occorra accantonare tutto ciò che impedisce di essere più liberi, più trasparenti, più generosi, la risposta di Benedetto XVI all’incontro con Cristo è la volontà di ricostruire una Chiesa nuova. Così — immagina sempre Laboa — «dopo aver convocato il sinodo romano per il mese successivo, con gesto semplice e profondo Papa Benedetto si accomiatò dal mondo e dalla sua dimora (...), annunciando che si sarebbe ritirato presso il monastero francescano di La Verna, dove aveva deciso di vivere nel raccoglimento l’ultima tappa della vita. Il mondo cristiano accolse la sua decisione con comprensione e simpatia. Sapevano che solo Cristo costituiva l’indefettibile pietra angolare della loro fede e della Chiesa».

Poi, nell’ultimo capitolo di Gesù a Roma , Benedetto XVI si sveglia: il suo è stato solo un lungo sogno. Un sogno intenso, molto intenso: la giornata che inizia sarà per il Papa comunque diversa. Fin qui il romanzo di Laboa, ma, si sa, la realtà supera sempre la fantasia.

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20 settembre 2019

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