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Sognando la Brics Bank

· Nel vertice di New Delhi i cinque principali Paesi emergenti discutono il progetto di un grande fondo per lo sviluppo ·

È iniziato questa mattina a New Delhi il quarto vertice dei Paesi del Brics (Brasile, Russia, India, Cina e e Sud Africa). Il presidente brasiliano Dilma Rousseff, il presidente russo, Dmitri Medveded, il primo ministro indiano, Manmohan Singh, il presidente cinese, Hu Jintao, e il presidente sudafricano, Jacob Zuma, si sono riuniti in un hotel nella capitale indiana. L’incontro è stato preceduto dalla tradizionale foto di gruppo davanti ai media.

Nato nel 2001 da un saggio dell’economista Jim O’Neill di Goldman Sacks, l’acronimo Bric (Brasile, Russia, India e Cina), allungato poi in Brics con l’ingresso del Sudafrica, è diventato con gli anni un termine per indicare le «nuove potenze emergenti» che stanno ridisegnando gli equilibri geo politici. Con la crisi finanziaria negli Stati Uniti e in Europa, il club dei cinque Paesi è diventato anche la «locomotiva» dell’economia mondiale ostacolata dalla recessione nel mondo industrializzato. I Brics, che rappresentano il quaranta per cento della popolazione mondiale e un quarto della superficie del pianeta, oggi producono il 25 per cento della ricchezza mondiale. Considerando i loro alti tassi di crescita, si prevede che nel 2027 possano superare la ricchezza del vecchio g7 e nel 2050 addirittura quella di tutti i Paesi sviluppati.

Tuttavia, come mettono in rilievo tanti esperti, la strada per una vera e propria integrazione tra i giganti è ancora lunga e secondo molti impossibile. Innanzitutto c’è un’ostacolo geografico: a differenza di altri blocchi economici, i Brics sono sparsi su quattro continenti e per ora hanno un limitato interscambio, anche se proprio a New Delhi potrebbero decidere di rafforzarlo attraverso transazioni nelle proprie monete. Secondo punto, ci sono grosse differenze tra i due «big» di Cina e India, ancora separati da annose dispute su confini, nonostante l’ambizione di una «Cindia» economica. In disparte, poi, c’è la Russia, alleato dell’India negli anni della Guerra Fredda e che guarda con una certa diffidenza a Pechino. Il Brasile, che non ha contenziosi aperti con i vicini, dove — dicono gli esperti — c’è una solida democrazia e che non ha le enorme disparità sociali dell’India, è forse quello con le carte più in regola.

Ma al di là delle profonde divergenze, è innegabile che i Brics godono di una sempre maggiore influenza in seno ai consessi economici internazionali, come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, fino all’Organizzazione Mondiale del Commercio, dove spesso fanno fronte comune.

La loro genesi risale a un incontro informale, a livello di ministri degli Esteri, nel 2006 al margine di un’assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Il primo vertice arriva nel 2009 a Yekaterinburg, seguito da Brasilia nel 2010 e Sanya (Sud Africa) nel 2011, dove si è consolidata la volontà comune di creare dei meccanismi finanziari e valutari alternativi a quelli dominati dalle potenze occidentali.

Il principale progetto su cui i leader del Brics dovrebbero discutere a New Delhi riguarda la creazione di una banca congiunta per lo sviluppo dei cinque Paesi emergenti. Artefice della proposta l’India, secondo cui la «Brics Bank» dovrebbe servirsi delle monete nazionali allo scopo di sostituire il dollaro come valuta favorita negli scambi all’interno del blocco dei cinque. L’iniziativa dovrebbe consentire ai Paesi di raccogliere risorse per migliorare le infrastrutture, mentre a lungo termine potrebbe servire come veicolo di prestiti in caso di crisi finanziarie come quella che ha colpito l’occidente. Secondo le indiscrezioni, maggiori dettagli verranno forniti nei prossimi giorni. Ma, nell’agenda della due giorni di Nuova Delhi, dovrebbero esserci anche la sicurezza energetica, il Medio Oriente, la Siria e il tasso di cambio dello yuan, la valuta cinese, che attira da tempo le critiche delle principali potenze occidentali. Tra i critici anche il Brasile che accusa Pechino di sottostimare la sua moneta, una mossa che ha causato il rallentamento di molte economie. Non sono da meno le critiche da Washington, che da anni chiede un apprezzamento consistente dello yuan.

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