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Sofferenza
e riscatto

· La piaga della tratta nel documentario «Schiave» ·

Racconta tre storie terribili il documentario Schiave, trasmesso in due puntate da Sky Atlantic — il 28 luglio e il 4 agosto scorso — per il ciclo «Il racconto del reale». Sono le storie di Linda, Faith e Maria: tre giovani donne — albanese, nigeriana e romena — costrette a prostituirsi con la violenza più vigliacca, abusate e spogliate della loro dignità da criminali senza scrupoli, ingannate da bestiali trafficanti di esseri umani, da sfruttatori di giovani ragazze indifese, con storie difficili alle spalle. Sono tre vicende di sofferenza estrema, inaccettabile, ma sono anche le testimonianze di chi è riuscito a liberarsi dall’atroce piaga della tratta. Sono le parole, a volte interrotte dal pianto, di chi ha avuto la forza di sottrarsi a un fenomeno che ancora oggi, come spiega la didascalia che apre entrambe le puntate, conta «due milioni di donne vittime di sfruttamento sessuale», rendendole «le schiave del ventunesimo secolo». Sono dati forniti dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni, sono numeri che fanno paura, così come sconvolgono i racconti in prima persona — col volto oscurato, per motivi di sicurezza — delle tre vite che hanno deciso di raccontarsi davanti a una telecamera, per essere d’aiuto a chi si trova oggi nel tunnel buio, nell’incubo lancinante della tratta.

La prima storia è quella di Linda, che a soli 15 anni è stata rapita, violentata, minacciata e portata in Italia, a Milano, dove è stata costretta a vendere il suo corpo per anni. Ha vissuto sotto ricatto, le è stata negata ogni forma di libertà, ma grazie a persone come Oria Gargano della cooperativa Be Free, e al maresciallo dei carabinieri Pippo Bisignani, Linda ce l’ha fatta. Oggi ha tre figli che le danno forza ed è una donna libera, anche se nel suo Paese d’origine è ancora minacciata e rischia la vita.

La seconda storia è quella di Faith, che lavorava come benzinaia in Nigeria per uno stipendio di trenta euro al mese. Si fidò di un ragazzo, senza accorgersi di essere la sua vittima potenziale: non una donna a cui volere bene, ma una ragazza da commerciare come un oggetto, cavalcando i suoi problemi familiari e i sogni ingenui di una giovane vita in un Paese povero. Faith, raggirata, aveva vent’anni quando accettò di partire per l’Italia nel 2015. Attraversò il deserto del Sahara con un viaggio di quasi due mesi durante il quale — spiega suor Eugenia Bonetti, presidente dell’associazione Slaves No More — «alcune ragazze sono morte, perché quando cadevano dai camion stipati all’inverosimile, non le riprendevano, le lasciavano morire nel deserto». Arrivò a Tripoli, Faith, dove venne picchiata e le fu detto, al pari di altre ragazze, che era una schiava. «Parecchie di loro — prosegue suor Bonetti — non avevano da mangiare e dovevano aspettare di trovare i mezzi e i soldi per attraversare il mare e arrivare in Sicilia, dove cominciava la loro odissea».

Faith raggiunse Messina dopo tre giorni di mare, e lì — spiega l'avvocatessa Maria Cristina Cerrato, esperta nella tutela delle vittime di tratta — «la donna nigeriana ha un numero che deve chiamare, che corrisponde a quello della madame». A Faith venne detto che aveva contratto un debito: «Uno strumento coercitivo — prosegue Cerrato — normalmente utilizzato dalle reti criminali nigeriane per assoggettare le ragazze, che una volta raggiunta la destinazione scoprono non soltanto di avere un debito, che normalmente si aggira tra i venti e i sessantamila euro, ma soprattutto, la cosa più atroce, è che per risarcirlo dovranno prostituirsi». Faith fu portata a Napoli e conobbe lo smarrimento più profondo.

«La strategia che adotta Faith per sopravvivere — spiega la psicoterapeuta Vera Cuzzocrea, in una delle interviste che si aggiungono alle tre testimonianze del documentario — è quella di adattarsi, suo malgrado, a quella vita. Un po’ come se non sentisse di avere scelta». Anche Faith, però ce l’ha fatta, spinta «da una grande sofferenza», ricorda suor Carla del centro Oasi Madre Clelia.

«Il resto, la dignità — spiega la religiosa impegnata a strappare le giovani donne da tanta violenza — le ragazze la scoprono dopo. Quando arrivano si sentono morte, dentro non esistono». Suor Carla, che per Faith è «la madre di tutti», ricorda la prima volta che si avvicinò alla giovane appena giunta al centro: «Qual è il tuo sogno?», le chiese, «Suonare il pianoforte» rispose Faith, che oggi ha eseguito il primo saggio davanti a un pubblico e per suor Carla è pronta per riaffacciarsi alla vita.

La terza storia è quella di Maria, con una madre alcolizzata e violenta, e con un padre fuori dalla Romania per lavoro. Anche lei arrivò in Italia con l’inganno, a Roma, tradita proprio da sua madre. Aveva solo 15 anni e dal 2005 al 2007 ha conosciuto la schiavitù. Le sono stati tolti i documenti, si è sentita sporca, ha subito furti e maltrattamenti. «L’uso della violenza fisica — spiega di nuovo Cerrato — è ancora una volta uno strumento di assoggettamento della vittima e serve a creare un rapporto basato sulla proprietà. C’è una mercificazione del corpo femminile con la finalità di arrivare al dominio assoluto».

Un giorno, però, a Maria è stato dato un numero di telefono da chiamare qualora avesse deciso di denunciare i suoi aguzzini.

Ha trovato il coraggio di farlo e oggi è libera come Linda e Faith, protagoniste di questo documentario diretto da Claudio Bozzatello che è certamente doloroso, ma è anche utile perché sensibilizza e informa sulla piaga sanguinante della tratta, raccontando anche il lavoro che le forze dell’ordine ed altre associazioni portano avanti ogni giorno per combatterla.

Tra queste, oltre a quelle già citate e a Save The Children, anche le cooperative Dedalus di Napoli e Lotta contro l’emarginazione di Milano, che incontrano le ragazze per la strada offrendo loro solidarietà, sostegno e speranza.

di Edoardo Zaccagnini

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15 novembre 2019

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