Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Snodo epocale

· Teologia ·

Sarebbe davvero strano che la nuova sensibilità della Chiesa per la questione femminile non avesse riflesso — e addirittura riflesso esemplare — all’interno della Chiesa stessa. Naturalmente, riflesso non vuol dire puro e semplice rispecchiamento. «Esaminate tutto, tenete ciò che è buono» ( 1 Tessalonicesi, 5, 21-22).

La questione femminile odierna, nel suo complesso, è un vasto territorio, frequentato da sforzi di approfondimento teorico meritevoli di ogni attenzione, come anche da scorribande ideologiche di imbarazzante profilo intellettuale. Per non parlare del fatto che, sul terreno pratico delle politiche e del costume, la menzione della questione femminile si iscrive un po’ confusamente fra gli estremi: da un lato, come elemento qualificante delle lotte civili contro le differenze penalizzanti, ossia quelle che indicano alto grado di marginalità ed esclusione (il tema dei diritti dei poveri, dei disabili, degli immigrati, delle donne); dall’altro come indicatore di disparità per l’accesso alle differenze premianti, ossia per l’insediamento ai livelli più alti ed esclusivi delle élites professionali (della leadership, della cultura, dell’economia, della politica). Naturalmente, c’è verità in entrambi gli estremi. Farli valere come il focus della questione femminile, tuttavia, espone anche a insidiosi dirottamenti e inconsapevoli riduzioni della più ampia e profonda questione antropologica che vi è implicata. In ogni modo, c’è quanto basta per raccomandare che il tema, anche nell’ambito della riflessione ecclesiale, non sia ridotto a una semplice questione di discernimento delle buone maniere o delle quote rosa, dei complementi sentimentali o del politically correct . Si tratta, in verità, nell’odierno passaggio d’epoca, di un argomento sistemico. In altri termini, il tema impone ormai una riconfigurazione della questione antropologica in quanto tale, e dunque, un crocevia per le sorti dell’umanesimo prossimo venturo. L’argomento, in ogni caso, con le sue molte implicazioni e diramazioni, è già iscritto tra i fondamentali dell’odierno rapporto fra cristianesimo e umanesimo: non come un argomento fra i molti, ma come uno snodo epocale per l’orientamento generale dell’ethos collettivo. Le motivazioni del suo ripensamento, del resto, non vanno ricevute semplicemente dall’esterno. Il cristianesimo ha ragioni e questioni proprie da sollevare, anche a riguardo di se stesso, nell’orizzonte di questo kairòs, il cui tempo è adesso e la cui ricchezza è già promettente, ma ancora ignota. La Chiesa deve indagarlo e prenderlo a cuore come un soffio dello Spirito che indica l’ora di una speciale maturazione del seme evangelico, sulla quale è necessario impegnarsi, dall’interno del cristianesimo stesso, a conoscere, pensare, sperimentare. Non può sfuggire a nessuno il fatto che la Chiesa si è posta risolutamente in questo orizzonte, insediando la questione femminile fra i temi di impegno non occasionale e frammentario del magistero cristiano autorevole. Non si tratta affatto di un semplice incoraggiamento alla nuova esuberanza di metafore sentimentali della qualità cristiana. L’indicazione mira a provocare un processo di intelligenza creativa, di buone pratiche e di concrete esemplarità del nuovo livello di integrazione richiesto dalla forma ecclesiale. Non dovrebbe essere così trascurato il fatto che la Chiesa, in questo frangente culturale tanto liquido, confuso, e persino contraddittorio, rimane l’unica istituzione di rilevanza mondiale ad aver messo all’ordine del giorno un processo di ricerca sistematica e di chiarificazione propositiva sul tema. La coscienza cristiana è autorevolmente sollecitata ad accettare lealmente il fatto che l’istruzione intellettualmente onesta della questione comporta il riconoscimento di sue omissioni e contraddizioni, che possono essere ormai riconosciute come questioni di verità e di giustizia della coerenza evangelica. La Chiesa si esprime ormai convintamente sul punto: un lavoro serio, di ripensamento e di trasformazione dell’esistente va avviato. E va avviato adesso. «È del tutto necessario — scriveva icasticamente già l’esortazione post-sinodale Christifideles laici, pubblicata poco tempo dopo l’enciclica Mulieris dignitatem di Giovanni Paolo II — passare dal riconoscimento teorico della presenza attiva e responsabile della donna nella Chiesa alla realizzazione pratica» (n. 51). Ora, Papa Francesco tiene il punto, e rilancia. Nella recente esortazione apostolica Evangelii gaudium, ha ribadito la necessità di riconsiderare con più rigore, in questa prospettiva, il fatto che nell’evento fondatore della Chiesa, la Madre del Signore iscrive il femminile nella costituzione stessa del suo principio di grazia. «Di fatto, una donna, Maria, è più importante dei vescovi» (n. 105). La funzione ministeriale, anche nella sua originaria fisionomia di «potestà gerarchica», non si definisce in ragione di un «potere inteso come dominio», bensì come «potestà di amministrare il sacramento dell’Eucaristia», con tutte le implicazioni di tale ministero-guida. «Qui si presenta una grande sfida per i pastori e per i teologi, che potrebbero aiutare a meglio riconoscere ciò che questo implica rispetto al possibile ruolo della donna lì dove si prendono decisioni importanti, nei diversi ambiti della Chiesa» ( ibid.). Nel discorso rivolto a più di cento donne partecipanti al seminario internazionale di studio promosso dal Pontificio Consiglio per i Laici, in occasione del venticinquesimo anniversario della lettera apostolica Mulieris dignitatem, il Papa ha sintetizzato nel suo modo diretto, al quale ci stiamo abituando, la necessità di un mutamento globale di prospettiva, invitando a riflettere a fondo sul femminile della Chiesa («Non è “il” Chiesa, ma “la” Chiesa»), come pista feconda per la riabilitazione di un profilo alto del femminile nella Chiesa. L’intuizione di una continuità del principio mariale-generativo della Chiesa, rivisitato come momento strutturale nella Chiesa, in feconda e permanente correlazione con il principio petrino-ministeriale, era già stata nitidamente formulata da Hans Urs von Balthasar. Lo sbilanciamento istituzionale di questa continuità, in favore di una concretizzazione della potestà gerarchica del ministero maschile nella Chiesa che non ha complemento nella concretezza del peso assegnato alla generatività femminile della Chiesa, sembra essere indicato, ora, come il tema di un più profondo ripensamento. Ciò comporta evidentemente il superamento dell’idea che la Chiesa debba limitarsi a istruire come “caso umano” la questione teologica dell’emancipazione femminile, in vista di un semplice riconoscimento formale, politicamente corretto, della pari dignità. Né si tratta semplicemente di pareggiare il riconoscimento dell’importanza di una funzione sentimentale e affettiva, sussidiaria dell’autorevolezza e della razionalità della leadership maschile. Per non parlare della confusione fra “servizio della donna” e “donna di servizio”: la riduzione della complementarietà femminile alla servidumbre, ossia al lavoro e alla condizione servile, su cui Papa Francesco ha ironizzato sapidamente (e amaramente) nella circostanza appena ricordata. Nella dogmatica cattolica il ministero sacerdotale ordinato che presiede l’istituzione è riservato al maschio. E la Chiesa cattolica rimane fermamente convinta di non poterlo dissociare da questo legame, nel suo stretto riferimento all’essenziale profilo sacramentale del mandato consegnato dal Signore, in parole e gesti inequivocabili, secondo le Sacre Scritture della tradizione apostolica. Naturalmente, come la stessa ecclesiologia magisteriale ha definitivamente riacquisito, il ministero ecclesiale complessivo, al quale tutti i battezzati sono chiamati a partecipare, con pari dignità, secondo il loro carisma e a vantaggio della comunità credente e missionaria dei discepoli del Signore, è necessariamente più ampio e variamente articolato. Un più adeguato riconoscimento per l’insostituibile apporto del “genio femminile” alla trasversalità di questa articolazione del ministero ecclesiale nel suo complesso, non può dunque evitare di essere pensato nella sua correlazione con la specificazione — e dunque, in tal senso, anche con i limiti — di un peculiare “genio maschile”. Ne ha colto lucidamente il senso il cardinale Walter Kasper, in un recente intervento all’assemblea plenaria dei vescovi tedeschi ( La collaborazione tra uomini e donne nella Chiesa , 18-21 febbraio 2013), il cui titolo riecheggia quello della Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo (pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della fede, presieduta dal cardinale Joseph Ratzinger, il 31 maggio 2004): «Il fatto che Maria, la madre di Dio, sia il modello della Chiesa (...) ha un significato fondamentale. Questa è la più chiara relativizzazione pensabile di una Chiesa dominata in maniera univoca da una gerarchia maschile». C’è dunque motivo di pensare che, se nel ministero ordinato c’è una qualche fondamentale ragione di convenienza con il “genio maschile” della vicarietà di Cristo, quale roccioso presidio del Popolo di Dio attraverso le acque, ci sia un “genio femminile” dell’intima gestazione del Corpo del Signore, secondo la potenza dello Spirito, che attende riconoscimento istituzionale più esplicito, all’altezza dell’attuale maturazione storica della Chiesa? La domanda precisa è questa: dove cercare l’asse di riferimento per l’elaborazione non arbitraria e ben ordinata del legame fra specificità femminile, istituzione cristiana e ministero ecclesiale? La risoluzione del problema, entro i limiti in cui esso è teologicamente praticabile e antropologicamente sensato, non potrà comunque essere definita in chiave di pura psicologia delle attitudini o di semplice mansionario delle funzioni. Semmai il cristianesimo ha la responsabilità di muoversi efficacemente in controtendenza: sia rispetto alla pericolosa inclinazione a risolvere in termini di competizione dei poteri e di indifferenza delle funzioni la questione della dignità della differenza sessuale; sia rispetto all’enfasi della sua semplice rimozione, che prepara la sua compiuta iscrizione nella tipologia dei giochi di ruolo. La pista di una più adeguata cooperazione nell’edificazione della qualità umana e cristiana della differenza passerà dunque — essa stessa — attraverso l’effettivo coinvolgimento di entrambi nel processo che deve tracciare la strada. Non è forse tempo di instaurare, seriamente, il profilo di un ascolto autorevole dell’autorevolezza femminile nella Chiesa? In altri termini, una mediazione istituita dell’interrogazione e della restituzione dei modi in cui — nella storia della tradizione ecclesiale e della fede teologale — il femminile anticipa l’assimilazione ministeriale della Parola («Fate quello che vi dirà», Giovanni, 2, 5) e plasma la generatività comunitaria dello Spirito («Donna, ecco tuo figlio», Giovanni, 19, 26) in favore della missione ecclesiale. Non è forse questa autorevolezza dell’obbedienza della fede già di per sé esercitata sul campo delle buone pratiche e della sapienza riflessiva, mediante le quali le donne configurano in molti modi la dedizione e l’intelligenza del sì di Maria alla gestazione che anticipa il grembo della Chiesa? Le donne autenticamente credenti non sono forse già ora — e da sempre — un momento speciale dell’edificazione della Chiesa, nel pensiero e nelle opere, concorrendo alla generazione e rigenerazione del Corpo del Signore in tal misura che, se dovesse improvvisamente venir meno il loro apporto specifico, la Chiesa di fatto non sussisterebbe e la sua maternità non sarebbe riconoscibile? «Nella Chiesa primitiva le donne svolgevano un ruolo importante. Sono le prime testimoni della risurrezione (...) e collaboratrici degli apostoli ( Atti degli apostoli , 16, 14.40; 18, 2.26; Romani, 16, 1.3.6.12s)». Però «è soprattutto il divieto di insegnamento per le donne ( 1 Timoteo , 2, 12) che ha determinato la storia successiva» (Kasper). E se la ricerca che la Chiesa oggi ci addita come una responsabilità non più rinviabile, facesse il suo primo passo proprio con il superamento di questo interdetto della “parola”? Per incominciare, insomma, sarebbe davvero impensabile la mediazione permanente di una specifica istituzione teologica-ecclesiale di uomini e donne che, elaborando una sensibilità realmente condivisa sul tema, la rendessero esemplarmente disponibile come anticipazione e fermento della desiderata cooperazione — fin qui “tacita” — fra il principio mariale e quello petrino della Chiesa?

Monsignor Pierangelo Sequeri (Milano, 1944) è teologo, scrittore e musicista. Sacerdote dal 1968, insegna teologia fondamentale nella Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale ed è dottore musicologo della Biblioteca Ambrosiana di Milano. Dal 2009 è membro della Commissione Teologica Internazionale. Tra i suoi libri: Charles de Foucauld. Il vangelo viene da Nazareth (2010), La giustizia di Agápe (2010), L’ombra di Pietro (2006). Direttore della rivista «L’ErbaMusica», ha elaborato uno speciale programma di educazione musicale, chiamato musicoterapia orchestrale, per bambini e ragazzi con difficoltà psichiche e mentali. È autore di alcuni dei più noti inni sacri liturgici.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

16 giugno 2019

NOTIZIE CORRELATE