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Siria, s’infiamma la protesta

· Nuovi scontri durante le manifestazioni in varie località del Paese ·

Tensione e violenza: in Siria non si placano le manifestazioni di protesta. Mentre la commissione giuridica istituita dal presidente Assad studia nuove riforme, scontri si sono registrati ieri in varie località del Paese.

La televisione di Stato ha riferito che diciannove poliziotti sono stati uccisi e 75 persone ferite da «gruppi armati» durante le proteste a Daraa, nel nord della Siria. Diverso il bilancio dell'emittente «Al Jazeera», che, citando testimoni oculari, ha parlato di trenta civili morti in scontri tra manifestanti e forze dell'ordine. Per «Al Arabiya» e la «Bbc», le vittime civili sarebbero diciassette. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha espresso la sua «più ferma condanna» per gli scontri avvenuti. «Condanno anche il ricorso a qualsiasi forma di violenza da parte dei manifestanti» ha detto Obama in una dichiarazione diffusa dalla Casa Bianca. «Chiedo alle autorità siriane di astenersi da ogni ulteriore violenza contro manifestanti pacifici» ha proseguito il presidente americano. Inoltre, «devono finire gli arresti arbitrari di cui si è avuta notizia in alcuni rapporti, e deve essere consentita la libera circolazione delle informazioni, in modo che vi possa essere una verifica indipendente di quanto avvenuto sul terreno».

Gli episodi più violenti si sono verificati a Daraa, già teatro di scontri nelle scorse settimane. Secondo testimoni oculari e fonti mediche locali citate dai media, diciassette persone sarebbero state uccise da agenti in borghese, appostati sul cavalcavia che collega la città vecchia al nuovo quartiere della stazione ferroviaria. Almeno altri due morti si registrano a Homs, a nord di Damasco. Le proteste si sono allargate anche a Hama, a soli 40 chilometri più a nord: circa 2.000 persone si sono radunate nella città vecchia, ma sono state disperse dagli agenti. I primi a scendere in strada, dopo la preghiera del venerdì, erano stati i curdi delle regioni del nord-est, in particolare a Hasake, capoluogo della regione nord-orientale, ma soprattutto a Qamishli e Amuda, cittadine lungo i confini con Turchia e Iraq.

Proteste sono state segnalate anche a Damasco, nei quartieri periferici di Kfar Suse, Daraya e Harasta, poco lontano da Duma, a nord della capitale e altro epicentro di violenze, venerdì scorso. A Duma sono state tagliate le linee telefoniche e — secondo fonti della stampa internazionale — le forze di sicurezza avrebbero eretto posti di blocco agli ingressi del sobborgo per impedire che manifestanti da altri quartieri vicini potessero affluire nella piazza cittadina. Notizie di proteste sono giunte anche dai porti di Tartus, Jabla e da Latakia, a nord-ovest di Damasco. Social network informano che ad Aleppo, seconda città del Paese e finora rimasta ai margini della mobilitazione, circa 2.000 persone sono scese in strada oggi.

Sul fronte politico, il presidente Bashir Al Assad si prepara — stando a fonti della presidenza — ad annunciare il pacchetto delle nuove riforme che dovrebbe sancire la fine dello stato di emergenza in vigore dal 1963. Pochi giorni fa, Assad ha concesso la nazionalità agli iscritti come «stranieri» nei registri anagrafici della regione di Hasake, a maggioranza curda. In seguito al censimento effettuato nel 1962, oltre centomila curdi siriani erano privati dei diritti di cittadini. Nei giorni scorsi, le autorità di Damasco avevano annunciato che dopo quasi mezzo secolo la questione dei curdi «maktumin» (deprivati) del nord-est sarebbe stata risolta. La regione di Hasake è ricca di giacimenti petroliferi e di risorse d’acqua, oltre a confinare con Turchia e Iraq. Anche i curdi, che rappresentano il 10-15 per cento della popolazione, chiedono la fine dello stato di emergenza e delle leggi speciali.

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