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Sinodalità e teologia

· Tra equivoci da diradare e punti di forza ·

La sinodalità non riguarda anzitutto la pastorale

Stiamo assistendo al riemergere della verità sinodale che, come la storia della Chiesa assicura, non è mai venuta meno, anche se ha subìto dei nascondimenti e delle oblianze. Si potrebbe dire che essa ha avuto una vita carsica, ma ora, riemergendo, il fiume della sua sapienza ha preso a scorrere in superficie, alla luce del sole. Questo gran tema cristiano ed ecclesiale, perciò, va liberato dalla pretesa di limitarlo all’appartenenza della sola regione pratica delle “regole pastorali”.

Insomma, la sinodalità non merita di essere rubricata anzitutto fra i nuovi temi di un’ecclesiologia pratica, con l’incarico di suggerire metodologie comportamentali e decisionali. Un altro equivoco da diradare è quello di pensare che sinodalità consista solo nella celebrazione di sinodi o nella costituzione di sinodi stabili, come quello nazionale che propose Karl Rahner in una sua famosa conferenza (cfr. Libertà e manipolazione nella Chiesa e nella società, Dehoniane, Bologna, 1971, pp. 63-64). Perciò, quando si parla di sinodalità, ci si riferisce a come pensare e vivere sinodalmente nella vita di Chiesa. Questo gli ultimi sinodi insegnano a fare, oltrepassando gli specifici temi che hanno e stanno trattando.

Ora, questo è tema che viene prima della preoccupazione di come si debba decidere nella Chiesa, di chi debba esercitare il potere di decidere, se, oltre i vescovi, i preti e i laici e le laiche possano contare o meno qualcosa, come se la vita di Chiesa consistesse primieramente nei suoi momenti decisionali o come se essa dovesse essere pensata come un’interminabile “seduta decisionale” e come se il ruolo del pastore nella Chiesa fosse da immaginare come un “esercizio dottorale”, condotto a perdifiato e senza pause…

La sinodalità è grandemente di più: essa va lasciata esprimersi anzitutto in profondità nelle sue ragioni identitarie (qui c’entra l’accompagnamento speciale e insostituibile che le deve la teologia), ma poi va lasciata nella libertà di manifestarsi anche “in ampiezza”, all’interno della concreta vita di Chiesa e di missione, dunque anche come “approccio al mondo”, dove può mostrare le sue magnifiche virtualità a vantaggio dell’esistenza credente e delle buone sorti della famiglia umana e del creato.

La sinodalità ha bisogno della teologia, non della retorica

In questa fase di rinascita dell’idea e dell’ideale sinodali, un compito singolarmente importante deve assumerlo la teologia. Comunque, su questo tema è necessario dire che il disincontro con la teologia è certamente pericoloso perché si perderebbe un valido aiuto nell’interpretare e nell’accompagnare la riscoperta della dimensione sinodale del cristianesimo e della Chiesa e, in più, perché mancherebbe il suo importante apporto al consolidamento, allo sviluppo e alla collocazione della sinodalità nell’ordine.

Insomma, l’esercizio teologico dovrà cercare sempre più giustificazioni e consolidare le fondamenta della verità sinodale. «Anche nella prospettiva della sinodalità si conferma la grande necessità che la Chiesa contemporanea ha di teologia. […] La teologia non è un optional» (G. Angelini, Sinodalità e forme della coscienza, in Ati, Chiesa e sinodalità, p. 29). Si tratta di andare a fondo, di “raggiungere la prima soglia della sinodalità”, dove più forte dev’essere il sostegno teologico, al fine di portare risorse di energie vitali e motivazionali alle problematiche pastorali. La teologia serve alla sinodalità in un modo così essenziale da poter dire che, senza una seria matrice da essa offerta, la sinodalità non è possibile né decifrarla e definirla, né comprendere la sua centralità ed espansività nella vita interna della Chiesa e nel suo rapporto missionario col mondo.

Una “teologia della sinodalità” fra teoria e “pratica”

La teologia “pratica” è legittima e utile, ma potrebbe essere anche pericolosa se dovesse perdere dentro di sé l’ispirazione costante al Mistero e se la si usasse senza lo sguardo al fine ultimo, ossia all’orientamento al Cielo. La teologia della sinodalità non ha il suo primo oggetto nella Chiesa, ma nel Dio trinitario, che è fonte di sinodalità perché esprime, fuori di Sé (si direbbe a libello “economico”) i due fili che intessono la realtà sinodale: la comunione e la missione. Di conseguenza, la teologia della sinodalità non va ossessionata da preoccupazioni pratiche, sebbene, come ogni altra teologia, nasca dall’“esperienza credente” della Chiesa. Si tratta, allora, d’indovinare un giusto punto di partenza per questa teologia, in un certo verso “speciale” e in un altro “fondamentale”: solo così sarà in grado di spingere a pensare la Chiesa come comunità intimamente e strutturalmente comunionale, dialogica, responsabile, interiore e missionariamente aperta (cfr. S. Dianich, Chiesa estroversa. Una ricerca sulla svolta dell’ecclesiologia contemporanea, San Paolo, Cinisello Balsamo, 1987).

Lo si sta dicendo più volte, la sinodalità non è un modo di dire e non dovrà cadere nel rischio retorico, poiché è una poderosa esperienza di storia della salvezza dentro cui incontra la Chiesa: «Il campo della sinodalità si rivela, perciò, allo stato attuale della ricerca, come uno dei più fecondi da scandagliare con il metodo detto comunemente della “pratica della teologia”, particolarmente condiviso per trattare questioni di confine», quale è certamente la questione sinodale (A. Moda, Sulla sinodalità. Per un percorso bibliografico, p. 208).

È grandiosa la celebre espressione di Massimo il Confessore (579/580-662) sul valore della “pratica”: «La pratica è la realtà della teoria, la teoria è la natura intima e misericordiosamente feconda della pratica» (Questioni a Thalassio, 63). Tuttavia, l’approccio pratico non serve, da solo, per ogni livello del discorso sinodale: non è del tutto sufficiente, ad esempio, per porlo al livello del principio. Lo si è detto tante volte con saggezza che la migliore pratica è la teoria, e non dimentichiamolo facilmente. Insieme a una “retorica della teoria” colpevole che non aderisce ai problemi di Chiesa per capirli e risolverli, c’è anche un necessario “aspetto riflessivo-meditativo”, che è l’aspetto teologico, che interroga, indaga, precisa idee, le ordina, le sposta quando la collocazione è errata, confronta col vissuto di fede dal quale parte anche per iniziare il suo servizio della Parola. Ora, per il tema della sinodalità è necessario operare convincenti agganci teologici, a cominciare da quello trinitario, perché essa ha bisogno di essere solidamente fondata, credibilmente giustificata, affidabilmente accreditata per maturare su di essa il convincimento di coscienza di doverla mettere alla base dell’opera pastorale e missionaria.

Quale servizio può e deve rendere la teologia alla sinodalità?

Lo diciamo solo in breve, a grandi tratteggi, perché questo basta per accrescere il convincimento che la teologia serve alla sinodalità in modo essenziale per tante ragioni. In concreto, la teologia rende alla sinodalità almeno sei aiuti importanti.

— «Aiuta a riscoprire, motivare e realizzare la sinodalità nell’ora di grazia che viviamo». Diceva Paul Claudel che Dio fa aprire la pagina di Vangelo che serve in un dato periodo storico. Potremmo dire che ciò è vero anche per il tema che stiamo trattando: la sinodalità. Il servizio della teologia, per sua natura, adatta il mistero della Chiesa alle caratteristiche del tempo in cui si trova. «Oggi, il compito della teologia dovrebbe essere quello di riportare alla luce strutture originarie, che nel corso mutevole dei tempi sono rimaste sepolte, sono state dimenticate» (H. Küng, Strutture della Chiesa, Borla, Torino, 1963, p. 365). L’ora ecclesiale chiede, perciò, alla teologia di aiutare a riscoprire il valore e le tradizioni sinodali dormienti e di aiutare la Chiesa del nostro tempo a goderne la bellezza e i vantaggi pastorali e missionari che offre.

— «Far conoscere con precisione e pertinenza la realtà sinodale». Fra i primi compiti della teologia c’è quello di mettere ordine nel suo vocabolario. Infatti «la storia, oggi sempre più riconosciuta come luogo teologico di grande valenza, ma da affrontare anche con discrezione e misura, mostra su questo punto un vocabolario cangiante, che obbliga a precisazioni continue; “conciliarità”, “collegialità”, “sinodalità” sono termini che evocano spostamenti, il cui significato, se non va assolutizzato e radicalizzato, non va neppure minimizzato e disatteso; sono pure realtà che insistono sì su realizzazioni concrete, ma ancora di più rinviano a strutture profonde che a tali realizzazioni danno spirito e vita, rendendole efficaci e pregnanti» (A. Moda, Sulla sinodalità, pp. 206-207).

— «Motivare l’importanza della sinodalità». Anche alla teologia spetta saper dire, col suo linguaggio e col suo metodo, che la sinodalità è un «valore autentico nella Chiesa» (G. Cereti, Nuovi stili di sinodalità per la riunificazione delle Chiese, in «CredereOggi 76» [1993] 67). Un’attenzione di rispetto le si deve, fra l’altro, per una ragione che ha un senso teologico notevole nella tradizione cristiana, ma anche oltre: essa è «un criterio basilare, condiviso significativamente da tutte le grandi tradizioni cristiane, sia pure con accentuazioni e fasi diverse» (G. Alberigo, Ecclesiologia e democrazia, in «Concilium 5» [1992] 37). Dal suo pensoso ricordare la storia del cristianesimo, la teologia sa dedurre che la sinodalità si mostra come una dimensione presente nel santo alveo dell’essenza del popolo di Dio.

— «Operare un continuo esercizio di scavo nella realtà sinodale». Nell’indole della teologia c’è il cercare la verità in tutte le direzioni e, pertanto, anche a livello ermeneutico. È perfino scontato che anche questo particolare servizio la teologia non lo compie da sola, ma lo fa col particolare approccio con cui accosta i temi e i problemi di fede. Trattare il concetto della sinodalità «non significa solo applicare a oggi un concetto già esistente, ma ricostruirlo, reinterpretarlo» (I. De Sandre, Camminare insieme. Valorizzare la complessità. Diagnosi socio-culturale, in «CredereOggi 76» [1993] 5). La teologia cerca una latitudine sempre più vasta, un’altezza sempre maggiore, un discendere nel cuore della cosa, mirando a raggiungere una profondità sempre ulteriore: è la sua vocazione, è il suo dovere. Nella misura in cui oggi la sinodalità è una parola “chiusa” la teologia la deve aprire; nella misura in cui è interpretata superficialmente, la deve scavare per trovarvi i valori e i tesori che contiene.

— «Svolgere il compito profetico perché la sinodalità sia adatta ai tempi». Tutte le espressioni della sinodalità sono destinate a riverberarsi e a perdurare nella vita delle comunità cristiane, alle quali la teologia rivolge esplicitamente il suo molteplice servizio della Parola, ad esempio aiutandole: a far emergere dai suoi fondi esistenziali i bisogni ecclesiali inconsapevolmente vissuti e a scoprire dentro di sé le virtualità vocazionali, carismatiche dormienti nel suo seno e che, svegliate, sono molto utili per fare missione e per cogliere i segni dei tempi e a scoprire quale pagina del Vangelo sia da meditare particolarmente e da tenere come paradigma di missione nel proprio tempo (è il suo ruolo profetico); ad adottare i modi migliori per conformare i princìpi strutturali del cristianesimo, fra i quali quello sinodale (è il suo ruolo mediativo) all’ora storica che esse vivono (cfr. J. Doré, La responsabilità ecclesiale del teologo, in «Rassegna di Teologia» [1996] 725-736).

— «Realizzare una paziente e saggia mediazione della sinodalità con diverse dimensioni e soggetti ecclesiali». La mediazione che la teologia può offrire alla Chiesa in merito alla sinodalità è quella di favorire, in coordinazione con la pastorale e le scienze umane (sociologia, psicologia, scienza della comunicazione), l’individuazione di comportamenti comunionali, di metodologie partecipative, di collaborazioni corrette dei vari soggetti ecclesiali dentro la comunità ecclesiale in vista della sua missione (A. Antón, Il ruolo di mediazione del teologo nell’istruzione Donum veritatis, in «La Civiltà Cattolica» 148 [1997/4] 117-130). Inoltre, suo compito è anche quello di motivare la correptio e la molteplice fraternità (creazionale e battesimale) dentro la stessa comunità, motivando la conseguenziale “esperienza diffusa e radicale del perdono”, senza la quale la vita di Chiesa e la sua opera pastorale si bloccano, più ancora nella loro forma sinodale.

di Michele Giulio Masciarelli

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20 settembre 2019

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