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Sinodalità e Cristo

· Il cammino della Chiesa in compagnia del Messia ·

La sinodalità kenotica di Gesù: il discendere dalla Gloria

Il cammino sinodale del Figlio di Dio comincia col suo discendere dalla Gloria celeste per farsi uomo in tutto e per sempre, evento che si esprimerà compiutamente negli altri suoi misteri kenotici che possiamo sintetizzare, con espressione semplificata, come la logica dell’Incarnazione che altri abbassamenti umiliativi chiede e prepara.

«Principium Incarnationis. Il Figlio si fa uomo per cercare i figli di Dio dispersi». Il Figlio nell’Incarnazione mostra una sinodalità fortissima, matriciale di ogni altra sinodalità ecclesiale: essa consiste nel suo venire, scendere, avvicinarsi, condividere in tutto la condizione umana «eccetto che nel peccato» (Ebrei, 4, 15). Egli si è umiliato, mostrando l’umiltà di Dio e fissandola come legge di sequela e di missione per la Chiesa nel suo cammino sinodale nel mondo e nella storia, impedendole, perciò, di gareggiare in grandezza con gli uomini, come argomenta Teodoreto di Ciro: «Essendo Dio e Dio per natura e avendo l’uguaglianza con Dio, non ha ritenuto questo qualcosa di grande, come fanno coloro che hanno ricevuto qualche onore al di sopra dei loro meriti, ma nascondendo i suoi meriti ha scelto l’umiltà più profonda e ha preso la forma di un essere umano» (Commento all’epistola ai Filippesi, 2, 6-7). Con l’Incarnazione, il Figlio chiede la compagnia di umiltà anche allo Spirito e anzitutto al Padre, nel cui nome e per il cui invio accetta di entrare nella terra e nel tempo degli uomini con sentimento filiale: «Ecco io vengo […] per fare, o Dio, la tua volontà» (Ebrei, 10, 7). Si è trattato di un discendere dalle dimensioni e dalle profondità infinite: «L’immenso “salto” dalla vita celeste del Figlio di Dio all’abisso dell’esistenza umana è animato dalla volontà di compiere il disegno del Padre, in una dedizione totale» (Giovanni Paolo II, Udienza generale del 10 dicembre 1997).

«Principium Crucis. Il cammino di Croce di Gesù, icona dei dolori della sinodalità». La Croce non è un asse conficcato e immobilizzato per sempre sul colle di Gerusalemme; essa è implicata nel molteplice cammino sinodale di Gesù, fino all’ultimo pellegrinaggio, quello con cui egli va in Cielo come Dio fatto uomo: «L’autore della creazione verso il Figlio, il ritorno della croce al Padre: ambedue si incontrano nell’eterno Dio trino, in ogni punto che cerchiamo di cogliere» (Adrienne von Speyr, Il volto del Padre. Meditazioni teologiche, Morcelliana, Brescia, 1975, pagina 14). Ma la Croce di Gesù è necessariamente legata all’esperienza sinodale della Chiesa, la quale coincide con l’intera sua esistenza interna a sé stessa e nel suo essere “in uscita”, cioè in missione. Questa non è un generico popolo pellegrino, ma un popolo i cui membri sono uno a uno pellegrini verso le “periferie” del mondo, ma questo suo andare verso gli uomini, se è vissuto nella guida di Gesù pastore e nella forza dello Spirito, porta in Cielo, fin dentro il cuore del Padre. In questo duplice andare — orizzontale e verticale — il cristiano imita Gesù nella sua “via di Croce”, senza essere né un palestrato né un corridore.

Per fare sinodo dietro Gesù (da discepolo), nella compagnia consolante dello Spirito (da uomo interiore), in cerca del volto del Padre (da figlio imitatore del Figlio), il cristiano è, per forza, un pellegrino, sofferente, piagato, martire che inevitabilmente si stanca nel suo andare sul tracciato accidentato che porta fino alla cima del monte, non mancando però di avere con sé uno speciale bordone: «La croce serve da bastone per accelerare la marcia verso la vetta» (Simone Weil, Quaderni, a cura di Giancarlo Gaeta, volume 2, Adelphi, Milano, 1985, pagina 250). Perciò, oltre che leggero — perché alleggerito da zavorre frenanti lo spirito — egli cerca la via buona, che è la “via Crucis”, quella che santi e maestri di spirito conoscono e indicano da sempre: «Se vuoi, mio pellegrino, salire fino al cielo, devi passar diritto per la via della croce» (Angelus Silesius, Il pellegrino cherubico, v, pagina 303).

La sinodalità storica di Gesù: l’andare missionario tra gli uomini

La Chiesa discepolare non organizza da sola e per sé i suoi itinerari: soprattutto il suo lungo pellegrinaggio missionario passa sulle tracce della salita verso il colle Golgota, il severo cammino sinodale di Gesù. Per questo il cammino della Chiesa è un cammino sinodale martiriale: l’opposizione che Gesù ha incontrato nel suo viaggio verso Gerusalemme l’incontra anche il popolo pellegrino della Chiesa che finirà, come Gesù, nell’assunzione, cioè sulla Croce, l’albero che fiorisce nella Risurrezione e, poi, nella Gloria celeste (cfr. Michele Giulio Masciarelli, La Croce pasquale. Un albero senza radici che porta frutti, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2007, pagine 17-28).

«Principium Peregrinationis. Il cammino simbolico di Gesù verso Gerusalemme». Torniamo un poco indietro. Dopo la Trasfigurazione, Gesù decide e compie un misterioso cammino verso Gerusalemme, un cammino dai molti sensi teologici, nel quale, paradossalmente, il suo volto è più significativo dei passi che egli dà. «Quando si completarono i giorni della sua assunzione (rapimento), Gesù volse risolutamente la sua faccia verso Gerusalemme» (Luca, 9, 51). Egli mandò dei discepoli (i suoi «angeli») ed entrarono in un villaggio di samaritani per preparare lì un suo sostare, ma quelli non lo accolsero, perché il suo volto era in cammino verso Gerusalemme (cfr. Luca, 9, 52-53). L’espressione “volgere la faccia” evoca il servo di Yahvè che diceva: «Rendo la mia faccia dura come pietra sapendo di non restare deluso» (Isaia, 50, 7). Tale espressione evoca anche un ordine che il profeta Ezechiele ricevette da Dio: «Volgi la faccia verso Gerusalemme!» (Ezechiele, 21, 7). Con queste simboliche espressioni Luca suggerisce che, camminando verso Gerusalemme, inizia un’opposizione più aperta di Gesù contro l’ideologia ufficiale del Tempio di Gerusalemme che voleva un Messia glorioso e nazionalista. Gesù, invece, è e tiene a essere il Messia servo. Così, Gesù, prima della passione, avanza coraggioso verso la Città che è decisiva per la sua esistenza messianica, per la sorte dell’umanità e della creazione intera: perciò egli ha indurito il volto andando con i discepoli verso Gerusalemme (cfr. Luca, 9, 51).

Questo cammino perciò simboleggia il viaggio austero che le sue comunità discepolari stavano facendo, tenendosi fedelmente dietro le sue spalle, cercando di compiere il difficile transito dal mondo giudeo al mondo della cultura greca. Inoltre, quel cammino adombra, da un lato, la tensione tra il nuovo e primo patto che si andava chiudendo sempre più in sé stesso, dall’altro annuncia la conversione che i discepoli di tutti i tempi vivono, sebbene tra incertezze, per restare fedeli al Maestro. Questo suo andare deciso verso la Città santa è uno degli atti di Gesù con cui, quale Messia pellegrino, invita la Chiesa di tutti i tempi a essere con lui un popolo pellegrino.

«Principium Discipularitatis. Il cammino di Gesù a Gerusalemme, icona per una Chiesa discepolare». L’andare con la faccia dura verso Gerusalemme è perciò un’icona per la Chiesa discepolare, che dovrà, per così dire, fare missione contemplando Gesù quale Messia venuto a radunare i figli che erano dispersi per portarli nell’ovile del Cielo (cfr. Giovanni, 11, 52). Perciò, il cammino della Chiesa è un cammino mirato, come quello che Gesù compie verso la Città futura, simbolo del più largo orizzonte missionario possibile: perciò Gesù cerca di educare i discepoli a una larghezza di mente e di cuore affinché siano in grado di acconsentire all’apertura, già qui nell’ora dell’esodo, verso ciò che è nuovo, attitudine d’apertura da avere nei confronti dell’“altro” e del differente. Questo misterioso cammino sinodale dietro le spalle di Gesù comprende lo stuolo dei discepoli, fra i quali emerge Maria, «la prima e più perfetta discepola di Gesù» (Paolo VI, Marialis cultus, n. 35, in Enchiridion Vaticanum, 5 [1974-1975], n. 66). Con Gesù non si può non andare al largo, «dall’altra parte», né si può rinunciare a camminare, a uscire alla missione. Per i discepoli camminare — ossia essere sinodali — è sorte inevitabile, come ricorda Papa Francesco: «Camminare: la nostra vita è un cammino e, quando ci fermiamo, la cosa non va. Camminare sempre, in presenza del Signore, alla luce del Signore, cercando di vivere con quella irreprensibilità che Dio chiedeva ad Abramo, nella sua promessa» (Omelia alla Santa Messa con i cardinali, Cappella Sistina, 14 marzo 2013).

Per il cristiano il camminare è sempre un pellegrinare su strade non asfaltate e lisce: è un andare sulle orme di Cristo per servire l’intera famiglia umana, a fianco soprattutto dei più poveri. La conclusione è sinodale: ciò vale per le comunità di Luca e per tutti noi. Ciò che è sicuro è che dobbiamo camminare ed è sicuro l’obiettivo: si va verso Gerusalemme.

La sinodalità gloriosa di Gesù: l’ascendere alla “destra del Padre”

Al cammino sinodale di Gesù come movimento umiliativo per condividere l’intera sorte umana, segnata dalla sofferenza e dalla morte, segue il movimento dossologico-ascendente, ossia il ritorno alla Gloria del Padre da parte del Figlio incarnato che, ascendendo al Cielo, ne apre le porte per noi. Questi due movimenti — il discendere e l’ascendere — si completano rispetto all’ottenimento del fine comune a cui tendono, che è la glorificazione del Padre e la salvezza eterna dell’uomo. A questi due movimenti messianici di Gesù si conforma la Chiesa, la Comunità da lui voluta e articolata, che egli forma alla missione con i suoi misteri (Incarnazione, Risurrezione, Ascensione, Pentecoste).

«Principium Resurrectionis. Il cammino di Gesù come riemergere dalla buca nera del sepolcro per uscire alla Gloria». Esprimiamo questo secondo cammino di Cristo con il principio dell’Ascensione perché unisce la sua vittoria sulla morte alla glorificazione celeste: l’Ascensione di Gesù (mistero non riflettuto in profondità nei vari servizi della Parola) inizia, da un lato, l’eternità della Gloria dopo la storia della salvezza, dall’altro continua, per il tempo che resta, prima di “Quel Giorno”, la misteriosa condizione di Gloria con cui Gesù, dal Cielo, continua a esercitare per tutti gli uomini e per il creato la sua missione di Maestro, Sacerdote e Pastore. Anche il cammino della Chiesa è un cammino sinodale martiriale e glorioso: l’opposizione che Gesù ha incontrato nel suo viaggio verso Gerusalemme l’incontra anche il popolo pellegrino della Chiesa che, come lui, finirà nell’assunzione (rapimento), cioè sulla Croce, seguita però dalla Risurrezione. Anche da Signore risorto, Gesù camminò insieme ai discepoli, che si andavano ricomponendo come realtà discepolare, sebbene non venisse riconosciuto, come nel caso dei discepoli di Emmaus: prima di ogni evento rivelativo «egli cominciò a camminare con loro» (Luca, 24, 15). Si capisce perciò perché i primi cristiani, oltre a essere chiamati tali, erano anche conosciuti come i «seguaci della via». La prassi sinodale, perciò, è sorgivamente cristologica e solo conseguentemente ecclesiale per il fatto che Gesù vuole che la sua ekklēsía sia costruita sulla roccia dell’apostolicità, quella che ha in Pietro la sua prima espressione (cfr. Matteo, 16, 17-19), sempre in funzione dei suoi fratelli, che egli dovrà confermare nella fede: tale consegna significa che il primato va riferito anzitutto a Cristo.

«Principium Ascensionis. L’ultimo cammino sinodale di Cristo». L’Ascensione (anelthonta) è l’ultima realtà sinodale di Gesù risorto: infatti è il suo viaggiare in salita, in alto verso il trono del Padre suo. Allora si dà il movimento simmetrico e contrario della discesa da lui operata con l’Incarnazione (katelthonta). Insieme, il discendere e l’ascendere sono la sinodalità del Cristo. San Paolo ha visto in unità simmetrica questi due andare salvifici del Messia sinodale che salvano e glorificano: questi due movimenti di Cristo non sono in parallelo, ma in una continuità, il cui apice è proprio l’evento dell’Ascensione, “narrato” dal libro degli Atti (1, 9-11). In questo mistero di Cristo si realizza il compimento della profezia salmica (Salmi, 67, 19) che si riferisce alla gloria del Padre (cfr. Colossesi, 3, 1), nella quale il Risorto è stato ammesso: «Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per essere pienezza di tutte le cose» (Efesini, 4, 10). La conclusione della sinodalità del Messia è il suo ascendere glorificativo alla «destra di Dio» (Marco, 16, 19).

Questo mistero può essere considerato, perciò, come la corona di tutti i misteri di Cristo, oppure come una gemma preziosissima dai molti riflessi di luce: l’Ascensione conosce la vertigine della kénosi dell’Incarnazione, possiede la radicalità della Croce, pareggia la profondità della discesa agli inferi, condivide la glorificazione della Risurrezione, è causalmente legata alla Pentecoste, profetizza il Giorno parusiaco.

In Cielo finisce il cammino sinodale di Cristo e Lassù finirà anche il nostro

L’Ascensione è, per così dire, un mistero “strategico”. Infatti, nel misterioso andirivieni del Figlio di Dio fra Cielo e terra è compresa tutta l’opera della salvezza, la quale è tutta sinodale poiché è una rete composita dagli atti del discendere e dell’ascendere del Figlio essenziale che altro non sono che i due versi del suo cammino sinodale. Essi sono: il discendere incarnazionale nel seno della Vergine Madre, abbassamento umile che si protrarrà per tutta l’esistenza di Gesù; l’ascendere martiriale sull’albero pasquale della Croce, attraendo tutti a sé (cfr. Giovanni, 12, 31-32); il discendere estremo nello stato di morte degli inferi, dove Gesù va per «indirizzare verso il regno dei morti le forze sprigionatesi dalla redenzione» (Leo Scheffczik, Discese agli inferi [nel regno della morte], il terzo giorno risuscitò da morte, a cura di Wilhelm Sandfuchs, in Autori vari, Io credo, Cittadella, Assisi, 1977, pagine 63-64).

Poi, Gesù risorto, uscito dalla buca nera della morte, con l’Ascensione sale in Cielo dove conchiude il suo personale cammino sinodale. Di là scenderà ancora a giudicare i vivi e i morti in «Quel Giorno […]» e, quale Pantocratore, ammetterà tutti i giusti alla Gloria. Allora si darà la sintesi sinodale di tutti i cammini redentivi, salvifici, gloriosi e glorificativi di Cristo e quelli operati, a imitazione di lui e, dietro di lui, dalla Chiesa pellegrina.

di Michele Giulio Masciarelli

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19 settembre 2019

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